Le popolazioni indigene alla COP25

La prima settimana di COP si conclude e sono le voci delle popolazioni indigene a spiccare sulle altre.

di Ada Andreoni articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Durante l’evento parallelo “Natured-based solutions, rights-based decisions: Amazon indigenous REDD+ & IPS land defense action” si distinguono due dei relatori, il Coordinatore Generale della COICA, José Gregorio Díaz Mirabal, e il Presidente di ANECAP, Fermín Chimatani Tayori.

Uniti nella COICA – Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica, 390 popolazioni indigene della foresta Amazzonica hanno creato RIA, una rete in rappresentanza dei loro interessi e che di fatto li ha posizionati negli ultimi anni come attori di advocacy chiave per la difesa dei loro diritti e del territorio. Questa iniziativa è nata con il proposito di non lasciare in ombra né il concetto di natura né le persone né i diritti umani. Ed è per questo che la COICA è in queste settimane alla COP con l’intenzione di inaugurare e lanciare la seconda fase del progetto RIA. Come commenta José Gregorio, è arrivato il tempo dell’azione ed è ora che le parole delle popolazioni indigene devono essere ascoltate dagli stati, dalle ONG e da tutto il pianeta. Sottolinea con forza che “l’esistenza degli essere umani è ormai nell’agenda dell’umanità e senza la natura e la saggezza dei popoli indigeni non sarà possibile rovesciare la crisi climatica”.

Diversi studi mostrano che i territori meglio conservati sono quelli protetti dalle popolazioni indigene. Sette anni fa, le nove organizzazioni indigene parte della COICA hanno presentato la proposta di una strategia indigena climatica per la mitigazione e l’adattamento del cambiamento climatico, una strategia che fosse basata sulle loro conoscenze storiche. Da allora, con l’obiettivo di promuovere uno sviluppo sostenibile della zona, diverse azioni di amministrazione congiunta del territorio sono state implementate e si sono consolidate con successo. Un esempio è quello del Perù dove un totale di 5 milioni di ettari di foresta, parte di nove riserve comunali, vengono co-gestiti da nove organizzazioni indigene con il supporto delle autorità locali e nazionali. Lo scopo del progetto è la protezione e la conservazione della foresta, le conoscenze delle popolazioni vengono affiancate a nuove tecnologie come i droni o gli smartphone per la mappatura del territorio. Queste azioni non solo permettono la difesa del territorio ma anche l’empowerment della comunità attraverso lo sviluppo di competenze specifiche e l’ownership delle azioni stesse.

La collaborazione con le istituzioni e gli attori interessati è un elemento chiave. Le parole di Fermín Chimatani Tayori risuonano forti e chiare nella sala: “Lo stiamo chiedendo perché da sempre ci siamo dedicati alla conservazione della foresta e c’è un debito storico nei nostri confronti”. Sottolinea inoltre l’importanza di scalare queste esperienze di collaborazione e amministrazione congiunta dei sistemi di servizi ecosistemici. Vengono riconosciute le difficoltà e l’impossibilità di portare avanti da soli questo lavoro data la vastità del territoro e le continue minacce e allo stesso tempo viene richiesto agli stati di riconoscere non solo il debito storico nei confronti delle popolazioni indigene ma anche il loro ruolo chiave nell’azione climatica. È cruciale che questi contributi vengano riflessi negli Accordi di Parigi perché è tempo di “andare oltre la foto e creare uno spazio di uguaglianza” in cui le popolazioni indigene vengano ascoltate e possano contribuire concretamente con le loro esperienze e conoscenze.

Quella che sentiamo è una chiamata ad un cambio di direzione, al dialogo e alla collaborazione con i governi verso un’agenda politica migliore per il bene dell’umanità e del pianeta.