Il ruolo delle giovani donne per la giustizia climatica

Ritrovarsi in una sala conferenze ad ascoltare giovani donne attiviste per il clima e uscire con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. Anche questa è la COP25. L’incontro prevedeva una tavola rotonda sul tema della problematica di genere e la giustizia climatica e come relatrici delle giovani donne provenienti dai Paesi del Sud del mondo.

di Roberto Barbiero

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Sono entrato inizialmente per la curiosità di ascoltare l’intervento di un’amica libanese, che ho avuto il piacere di conoscere solamente tramite uno scambio di informazioni nei mesi scorsi, ma che non avevo ancora incontrato. Con lei avremo un incontro approfondito nei prossimi giorni. Mi metto quindi ad ascoltare il suo intervento e quello delle donne che sono sul tavolo in una sala gremita. E mi lascio totalmente catturare dalla loro narrazione.

Sono storie che parlano di Africa, di Sud America, di Medio Oriente, insomma c’è un po’ tutto il mondo. Storie che parlano di donne e della loro sofferenza. Che ha molteplici origini.

C’è il clima che cambia, con le siccità, le ondate di calore, il degrado del suolo, le piogge sempre più violente. Ci sono gli impatti che riducono la possibilità di accedere all’acqua, al cibo e alla salute. Tutto ciò acuisce le difficoltà di ogni donna, specie in contesti culturali di profondo disagio. Ad esempio in Senegal dove molte ragazze sono ancora costrette a subire la pratica dell’escissione. Al dolore che viene loro imposto si aggiunge il fatto che sta venendo a mancare anche il parziale sollievo fisico di un po’ di acqua per pulirsi e disinfettarsi. Perché di acqua ce n’è sempre meno, i pozzi sono sempre più lontani e asciutti.

Le barriere che hanno davanti queste donne sono innanzitutto culturali e sociali, insistono le relatrici. Le ineguaglianze di genere sono le prime e più importanti barriere che impediscono di dare senso ad una qualsiasi politica climatica. Si tratta soprattutto di ineguaglianze che colpiscono le donne indigene e le giovani.

È a questo punto che alcune relatrici rendono testimonianza della loro esperienza personale. “La violenza che subisce la nostra terra è la stessa che ha dovuto subito il nostro corpo”. Non ha importanza chi lo abbia detto, ma il tempo si è fermato per qualche secondo. Credo che tutte le persone in sala siano state profondamente coinvolte in un vortice di emozioni. Le lacrime non potevano non scendere. E con un semplice gesto di solidarietà tutta femminile le ragazze sul palco si passano tra loro una carezza e il gesto di un fazzoletto per asciugare quelle lacrime.

La barriera culturale che colpisce queste ragazze le costringe a lavorare tra mille difficoltà anche nelle loro organizzazioni. Sono giovani e in età per sposarsi e avere figli. La cosa che “normalmente deve compiere una donna” in molti Paesi e così essere un’attivista per il clima viene stigmatizzato.

Ma l’impegno di queste ragazze continua e così illustrano esempi di progetti e di azioni, anche attraverso la musica e il teatro, che servono alla formazione, all’educazione e al sostegno delle donne perché acquisiscano le risorse necessarie per affrontare i vari problemi e perché contribuiscano a introdurre i necessari cambiamenti culturali nelle comunità in cui vivono.

La problematica di genere è finalmente entrata nella discussione della COP, viene ricordato negli interventi, ed un piano di azione specifico, il Gender Action Plan, è stato adottato a Bonn durante la COP23. Si tratta di un importante passo ma la strada è ancora lunga e più adeguate risorse finanziarie devono essere garantite perché il piano si possa tradurre in azioni concrete ed incisive.

Sullo schermo al lato del tavolo delle relatrici campeggia la scritta “Non possiamo combattere il cambiamento climatico solo con il 50% della popolazione”. Se il richiamo che esce oggi dalla COP di Madrid è di affrontare il problema dei cambiamenti climatici come una reale emergenza occorre necessariamente riconoscere che c’è una emergenza di genere che parte innanzitutto dal riconoscere e rimuovere le barriere culturali, sociali ed economiche, sollevate da un sistema di ineguaglianza e di violenza verso le donne.

Esco dalla sala con un pugno nello stomaco ma guardo queste giovani donne e sento che queste sono davvero le leadership di cui abbiamo oggi assoluta necessità. E la speranza torna.

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