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Joe Biden: le buone intenzioni e la sfida climatica

Negli ultimi vent’anni, gli Stati Uniti hanno sperimentato ad ogni presidenza repentini cambi di rotta in campo climatico. Oggi, con l’elezione di Joe Biden, i difensori del clima possono tirare un sospiro di sollievo.

Di Camilla Perotti, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Al Gore, paladino contro il riscaldamento globale, perse la corsa presidenziale del 2000 contro George W. Bush che, invece, decise di non ratificare il Protocollo di Kyoto. Per contro, nel 2008, Barack Obama promise di rimediare alle mancanze di Bush in campo climatico e fu uno dei promotori dell’Accordo di Parigi. Ma nel 2016, nel bel mezzo della 22esima Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici a Marrakech, Donald Trump sconfisse Hillary Clinton nello stupore generale e nello sconforto di chi aveva già prospettato altri quattro anni di intense politiche contro i cambiamenti climatici. Infatti Trump non ha perso tempo a ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi non appena fosse stato legalmente possibile. Oggi, con l’elezione di Joe Biden, i difensori del clima possono tirare un sospiro di sollievo.

L’approccio adottato negli ultimi quattro anni dalla presidenza Trump si può riassumere in poche parole: assoluto disprezzo per qualsiasi politica climatica. Nulla di diverso ci si poteva aspettare da un Presidente che già da anni era molto prolifico su Twitter nel negare l’esistenza del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, ignorando i dati scientifici e diffondendo teorie complottiste con la Cina come protagonista. L’amministrazione Trump ha sistematicamente ostacolato o abrogato le norme che erano state approntate dal suo predecessore nella lotta contro i cambiamenti climatici. Si calcola che 84 di queste norme siano già state abrogate, mentre altre 20 saranno probabilmente abrogate prima del 20 gennaio, quando Biden subentrerà ufficialmente nella carica di Presidente.

In particolare, sono stati indeboliti i limiti imposti durante la presidenza Obama alle emissioni di anidride carbonica prodotte da centrali elettriche ed autoveicoli. Per quanto riguarda questi ultimi, nello specifico, il danno causato all’ambiente è notevole, considerato che durante gli ultimi quattro anni più di 17 milioni di nuove auto sono state annualmente vendute solo negli Stati Uniti e che, in media, negli Stati Uniti un’automobile resta in circolazione per circa 12 anni.

Ciò significa che per altri 8-12 anni quindi, oltre 68 milioni di autovetture circoleranno negli Stati Uniti (U.S.A.) emettendo livelli di CO2 molto superiori a quelli che avrebbero emesso qualora fossero stati mantenuti i limiti imposti durante la presidenza Obama. Tale eccesso di anidride carbonica resta poi nella nostra atmosfera anche fino a 500 anni, contribuendo al riscaldamento climatico.

Altri significativi cambiamenti dell’amministrazione Trump vanno ritrovati nelle norme a tutela di alcuni siti particolarmente fragili e preziosi per la loro varietà di flora e fauna. In particolare, Trump ha, in numerosi casi, autorizzato l’estrazione di petrolio e gas naturale o l’esercizio della pesca industriale in aree protette nelle quali tali attività erano fino a quel momento precluse. Il caso più recente è quello dell’Arctic National Wildlife Refuge, una vasta area nel nord dell’Alaska protetta da oltre sei decenni, con un habitat naturale di orsi polari e renne. Si stima, però, che il sottosuolo di tale area contenga miliardi di barili di petrolio e l’amministrazione Trump ha posto in essere un piano per aprirla alle trivelle, prospettando di approvare le prime concessioni prima della fine dell’anno.

Nonostante Biden si sia pronunciato contro questo sfruttamento delle risorse presenti nell’ANWR, gli sarebbe praticamente impossibile, una volta iniziato il suo mandato, ritirare le concessioni già adottate dal suo predecessore. In generale, si è quantificato che la politica in materia climatica perseguita da Trump negli ultimi quattro anni causerà l’emissione nell’atmosfera di 1.8 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2035.

Senza contare l’impatto che queste misure hanno avuto anche sulle politiche dei leader di altri Paesi, incoraggiati dal comportamento di Trump a perseguire anch’essi politiche contrarie alla lotta ai cambiamenti climatici. È il caso, per esempio, del Presidente brasiliano Jair Bolsonaro o del Primo Ministro australiano Scott Morrison che hanno pubblicamente ignorato il nesso fra i cambiamenti climatici e gli incendi che hanno devastato rispettivamente la Foresta Amazonica e le foreste australiane.

La stessa cosa che, d’altronde, ha fatto Trump con riferimento agli incendi divampati in California quest’anno. Il 2020 è stato l’anno più distruttivo, mai una così grande area del territorio californiano era andata in fumo (oltre 4 milioni di acri di terra, l’equivalente di mezza Sicilia o dell’intero Lazio). Dei peggiori 20 incendi registrati in California dal 1932, 5 sono divampati solo nei mesi di agosto e settembre 2020. Ad agosto, inoltre, è stato battuto ogni record di temperature in tutto lo stato californiano.

E mentre gli scienziati puntano il dito contro i cambiamenti climatici, dichiarando che un consistente aumento delle temperature non può essere archiviato semplicemente come un evento naturale e occasionale, Trump ha continuato a negare l’evidenza, rifiutando di collegare tali fenomeni con i cambiamenti climatici.

Nella corsa alla Casa Bianca per le elezioni del 2020, i cambiamenti climatici hanno ottenuto un inedito ruolo di primo piano. Questi non erano mai stati argomento di dibattito presidenziale, mentre quest’anno, per la prima volta, vi sono stati dedicati alcuni minuti nei dibattiti di settembre e di ottobre. Spesso relegati a problematica di secondo livello, quest’anno sono stati al centro dei programmi dei candidati democratici.

Bernie Sanders, in particolare, ha utilizzato il tema dei cambiamenti climatici come perno della sua campagna elettorale. Fautore del New Green Deal, ha elaborato un piano di dieci anni che, su ispirazione del New Deal roosveltiano che risollevò l’economia americana dopo la crisi del 1929, non solo avrebbe decisamente ridimensionato il ruolo degli Stati Uniti nella produzione di gas serra, ma avrebbe al tempo stesso creato 20 milioni di nuovi posti di lavoro. Una simile progettualità avrebbe dovuto definitivamente zittire quei Repubblicani che ancora oggi si appigliano al presupposto che appoggiare le politiche climatiche significherebbe affossare l’economia americana. Inoltre, i punti principali del suo programma sarebbero stati l’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili per la produzione di corrente elettrica e per l’alimentazione dei trasporti entro il 2030, la completa decarbonizzazione dell’economia americana entro il 2050, ed un investimento pubblico di $16.3 trilioni nel prossimo decennio da impiegare per un rinnovamento sostenibile.

Il piano presentato da Biden un po’ impallidisce rispetto al piano dell’avversario alle primarie e molti sostenitori di Sanders hanno fatto notare le scelte più caute proposte dal presidente eletto. Le intenzioni di Biden si allineano con quelle di Sanders, tuttavia con la promessa di un investimento pubblico per i prossimi dieci anni di ‘soli’ $ 1.7 trilioni. Le sue ambizioni sono comunque coraggiose e l’intento di Biden è stato fin dall’inizio quello di trovare un middle ground fra i difensori dell’ambiente e la working class i cui voti restano fondamentali per una vittoria democratica.

Ma l’impegno di fondi pubblici è ben lontano da quanto, per esempio, gli Stati Uniti spendono per la difesa: nel 2019 sono stati spesi quasi $ 719 miliardi che in una proiezione decennale porterebbero la spesa per la difesa a oltre $ 7 trilioni. Senza contare il fatto che sono proprio necessari investimenti pubblici per costruire le infrastrutture necessarie e mantenere e creare posti di lavoro, guadagnando così la fiducia di coloro che temono un inabissamento dell’economia americana. Inoltre, un punto molto discusso del piano Biden è costituito dalla scelta del neo-eletto presidente di non vietare le estrazioni di gas naturali mediante il dibattuto procedimento del fracking, ma ma di regolare soltanto le attività già in corso e limitare l’avviamento di nuove estrazioni. Diversamente da Sanders, che preannunciava un’immediata interruzione di tutte le attività in corso ed il divieto di nuove concessioni. Bisogna comunque dare a Biden il merito di essere stato il primo candidato alla presidenza nella storia americana ad aver messo in prima linea nel suo programma la questione dei cambiamenti climatici, con un piano chiaro e ben strutturato.

Non si deve dimenticare, tuttavia, che gli Stati Uniti restano in cima alla classifica dei maggiori Paesi inquinatori: sono, infatti, al secondo posto per le emissioni annue totali di CO2 (5.41 GT, mentre l’Italia è al ventesimo con 0.33 GT), preceduti solo dalla Cina; sono invece al primo posto sia per la produzione totale annua di rifiuti plastici, sia per la produzione pro capite, con 130.1 kg di rifiuti plastici prodotti annualmente da ogni cittadino americano.

Non si può quindi pensare che le politiche ambientali dei quattro anni di presidenza di Trump restino senza conseguenze, nemmeno nel caso in cui Biden implementasse fin da subito politiche severe contro la produzione di gas serra. Ci troviamo in un momento storico cruciale in cui anche il minimo tentennamento da parte degli Stati potrebbe determinare conseguenze catastrofiche sul nostro futuro. Anche solo un anno di stallo in tema di politica ambientale durante la presidenza Trump ha già manifestato conseguenze molto più severe di quelle causate dalla presidenza di George W. Bush.

Infine, si deve considerare anche l’equilibrio politico fra Democratici e Repubblicani raggiunto in queste ultime elezioni. I Democratici non hanno, infatti, ottenuto l’auspicata maggioranza al Congresso e non si è verificata la cosiddetta blue wave che in molti avevano pronosticato. Anche il Senato, inoltre, sembra aver mantenuto una risicata maggioranza repubblicana. Ciò potrebbe, quindi, inficiare l’adozione di molte normative per il clima promosse durante la presidenza Biden. Senza contare che i Democratici non possono nemmeno confidare nella Corte Suprema che al momento, dopo la conferma della giudice Amy Coney Barrett, è composta da sei giudici a tendenza repubblicana e tre di influenza democratica. Ciò significa che le cause in materia di clima proposte alla Corte Suprema, potrebbero ottenere quasi certamente un verdetto conservatore.

In conclusione, quindi, si può solo essere grati del fatto che Biden sia il nuovo presidente-eletto degli Stati Uniti. Infatti, non solo ha presentato un chiaro piano di attacco contro i cambiamenti climatici, ma, nei primi giorni successivi alle elezioni, ha fatto chiari riferimenti all’importanza di questa tematica. Non solo ha parlato ampiamente di cambiamenti climatici nelle sue prime telefonate con i maggiori leader mondiali, ma ha anche dichiarato di voler iniziare, una volta intrapreso il suo mandato a gennaio, subito il processo per un rapido rientro degli Stati Uniti nel quadro dell’Accordo di Parigi.

Ma è indubbio che tale impegno da parte degli Stati Uniti sarà pieno di ostacoli e che le buone intenzioni di Biden potrebbero non tutte realizzarsi nell’arco del suo mandato. Potrebbero però porre delle forti basi per il suo successore e magari, chissà, addirittura convincere gli scettici Repubblicani dell’estrema necessità di una forte azione climatica. I danni causati dall’energica opposizione di Trump purtroppo restano, ma l’impegno dell’amministrazione Biden sicuramente porterà una nuova boccata d’aria fresca anche nei fori internazionali e l’attenzione è ora tutta puntata sulla COP 26 di Glasgow del prossimo anno.

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