“Immigrant Sisterhood: sorellanza, una forza oltre i confini

di Anna Ledro, Isabella Corradini e Margherita Mescolotto, articoliste dell’Agenzia di Stampa Giovanile

La mostra fotografica “Immigrant Sisterhood” fa parte di un progetto di ricerca etnografico-partecipativo in cui ragazze richiedenti asilo hanno voluto mostrare vari aspetti della loro vita nei centri di accoglienza. Con il metodo Photovoice, che permette di comunicare attraverso la fotografia, le ragazze hanno potuto documentare la complessità che stanno vivendo, ma anche i loro punti di forza e le sfide all’interno della comunità. La sorellanza che si è creata tra tutte queste giovani donne rappresenta un legame fortissimo che le unisce e che le sta aiutando ad affrontare ogni giornata. “Sorellanza simboleggia il rapporto che queste donne instaurano fra loro. Formano un collettivo ed è la forza ciò che lo contraddistingue. Sorellanza è anche una strategia, che sono portate ad adottare per proteggersi e sentirsi al sicuro”, spiega la fotografa Gemma Lynch, una delle ideatrici del progetto. Dopo l’approvazione del Decreto di Sicurezza di Salvini, che prevede vari punti salienti legati all’immigrazione, le ragazze hanno passato un momento duro a causa di vari cambiamenti radicali delle loro vite, ma “nonostante tutto sono piene di vita, ci preparavano da mangiare e ci facevano ballare nel loro mini-mondo”, aggiunge Gemma.

La mostra è da considerarsi in tre parti: le fotografie di reportage della fotografa Gemma Lynch; le fotografie analogiche scattate dalle ragazze accompagnate da descrizioni personali e due libri di ulteriori fotografie digitali.

Di seguito viene riportata un’interessante intervista con la curatrice della mostra Sabine Tiefenthaler e la fotografa Gemma Lynch, che ci hanno spiegato come è stato svolto questo progetto, le difficoltà e le sensazioni incontrate durante il percorso.

“Immigrant Sisterhood” sarà esposta fino al 30 novembre 2019 presso la Biblioteca Culture del Mondo, in via del Macello 50, a Bolzano.

Come vi siete conosciute? E com’è nato il progetto?
Gemma: Ci siamo conosciute circa tre anni fa, sull’isola della Maddalena, in Sardegna, nonostante io sia austriaca e Gemma inglese.

Sabine: Siamo entrambe straniere e questo è stato essenziale per il progetto. È nata una forma di comunicazione speciale con le donne, eravamo unite dal passaporto e dalle radici diverse. Si sono aperte molto, si sentivano libere di confidarsi. La differenza però è Il colore della pelle. Il colore cambia tutto.

G: Sono d’accordo, quando passeggiavamo per Iglesias ci fissavano tutti, dei vecchietti ci seguivano, non potevamo fare nulla senza un pubblico. Assurdo, a me non era mai successo. La loro casa era quindi diventata una specie di rifugio, dove cercavano di divertirsi e di vivere, nonostante i disagi, come l’assenza di acqua calda e di riscaldamento in inverno. Da lì però non volevano più uscire, appena ci fermavamo in un bar, calava il silenzio, non stavano bene.

Perché avete scelto come mezzo la fotografia ?
G: Crediamo che sia possibile comunicare non solo tramite le parole, bensì anche con metodi visivi. La fotografia è immediata, può essere compresa e percepita da chiunque. Il nostro progetto si chiama “Photovoice”, il cui obiettivo è quello di includere le persone più marginalizzate della società. A partire dagli scatti abbiamo creato delle narrazioni, che descrivono la complessità delle storie delle donne e che mettono in luce la loro forza.

S: Abbiamo dato l’opportunità di esprimersi a delle donne che molto spesso non sanno né leggere né scrivere. È stato interessante lavorare anche su un livello individuale: spesso ci inviavano foto personali, di amici e parenti, per poi avere per la prima volta fra le mani un’immagine stampata.

Parlando di difficolta, quali sono state le maggiori sfide durante il progetto?
S: Sicuramente la situazione politica. Il decreto Salvini ha avuto un impatto molto forte sul progetto. Da un giorno all’altro le donne sono state spostate da Iglesias con dei grandi pullman, svolta che ha causato disagi e nervosismi. All’inizio prevaleva uno spirito di gruppo, una sorta di attivismo, volevano dimostrare il loro desiderio di cambiamento. Dopo il decreto si sono allontanate e siamo state costrette a lavorare più su un livello individuale, una dinamica fuori programma che si è rivelata comunque interessante.

G: Direi che un altro ostacolo è la situazione che queste donne hanno alle spalle. Molto spesso hanno subito diversi traumi già prima del loro arrivo in Italia. Chiedono di vedere un medico, perché sentono che c’è qualcosa che non va. Il cuore che batte forte impedisce loro di dormire. E poi vogliono dimenticare.

S: Ciò che le accomuna è la violenza di genere, un filo rosso, che le donne incontrano di continuo, nel viaggio, nei centri di accoglienza, per strada. È quindi così complesso creare un rapporto di fiducia.

Quali sono state le sensazioni e le emozioni che più hanno marcato il vostro percorso?
S: L’impotenza. La percezione di non poter fare nulla, un disagio molto profondo. Queste donne non possono fare altro che aspettare, non possono essere padrone di sé stesse. L’unica alternativa è la passività.

G: Condivido, l’impotenza è una parola perfetta. Altre emozioni sono state la tristezza e ciò che noi chiamiamo “sorellanza”.

La “sorellanza” è quindi la chiave di questa mostra, come suggerisce il titolo “Immigrant sisterhood”. Ma cos’è esattamente?
G: In italiano si usa la parola fratellanza, sorellanza è un termine inventato. Simboleggia il rapporto che queste donne instaurano fra loro. Formano un collettivo ed è la forza ciò che lo contraddistingue. Sorellanza è anche una strategia, che sono portate ad adottare per proteggersi e sentirsi al sicuro.
E nonostante tutto sono piene di vita, ci preparavano da mangiare e ci facevano ballare nel loro mini-mondo.

Cosa avete imparato da questo progetto? Cosa vi portate dentro?
S: È stata un’esperienza bellissima, che mi ha insegnato tanto. Una cosa che mi porto via è la forza incredibile delle ragazze. Hanno condiviso con noi delle esperienze inspiegabili. Se mettessero me nella loro situazione, non so come potrei resistere. Hanno una resilienza che va oltre l’immaginabile.

G: È stato stupendo vedere la nascita di quattro artiste, partite dal nulla, senza scuola, senza libri. L’arte si fa così, è spontanea e quello che vedi è quello che vogliono raccontare. Ci sono foto che hanno errori, in una si vede un dito che copre la lente, ma non dovrebbe essere diversa da così. Personalmente cercherei di portare avanti l’idea per cui un collettivo è sempre più forte di una persona.

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