Indivisibili perciò visibili

Una donna su tre, nel mondo, è stata vittima di violenza a causa del proprio genere. Ogni donna nella propria vita si trova vittima di episodi di discriminazione e violenza in quanto donna. Non importa che lavoro fai o chi sei, se ti toccano mentre servi ai tavoli in un bar come cameriera o se ti riempiono di pallottole in una strada di Rio de Janeiro, se un maniaco si struscia su di te in autobus o se vieni stuprata ripetutamente in un lager in Libia piuttosto che in un villaggio dell’Africa subsahariana. 
Lo IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ha recentemente fatto uscire il report “Gender-based violence and environment linkages – The violence of inequality” in cui sono evidenziate le connessioni tra le pratiche di sottomissione della componente femminile della società con lo sfruttamento delle risorse naturali, frutti di un sistema capitalista e patriarcale nonché strumenti per l’affermazione di quest’ultimo, in un circolo vizioso che fa della violenza un’arma potentissima per accentuare le ingiustizie e silenziare le grida di protesta. Queste pratiche, che vanno dallo sfruttamento sessuale barattato con l’accesso ai beni primari in Africa fino allo stupro come metodo di disgregazione delle comunità resistenti in America Latina, si basano sulla concezione della donna come oggetto di cui servirsi e su cui far valere i diritti derivanti dalla proprietà che il genere maschile storicamente esercita su quello femminile. 
Gli effetti sono multipli. La violenza viene usata per impedire alle donne accesso e controllo di risorse naturali, mezzi di produzione, beni mobili ed immobili e dunque anche ad un maggior livello di emancipazione: l’istruzione ha un prezzo troppo elevato quando non si possiede nemmeno l’indispensabile per sopravvivere. Così lo stato di sudditanza si radica e diventa sempre più difficile da sovvertire, difeso dalla ferrea repressione che subiscono tutti coloro che provano ad alzare la testa e puntare i piedi, specie se donne, a difesa di diritti basilari come quelli a vivere in un ambiente sano o a non vedersi cacciati dalla propria terra e da una diffusa accettazione di tali metodi all’interno della società. 
In questo quadro drammatico tuttavia ci sono degli spiragli di luce: l’intensificarsi dello sfruttamento di risorse sempre più limitate, l’inquinamento e il riscaldamento globale, i disastri ambientali e i fenomeni estremi che colpiscono il nostro pianeta hanno costretto un maggior numero di persone ad aprire gli occhi e rendersi conto che opporsi alla devastazione del nostro pianeta è necessario a tutelare la nostra sopravvivenza come specie e ci da l’occasione di rivoluzionare sin dalle più profonde radici il sistema che abbiamo adottato per organizzarci. IUCN dedica il capitolo finale del sopra citato report proprio alle “Recommendations for taking action” che mostrano come affrontando la crisi climatica ed ecologica ponendosi come ulteriore obiettivo quello di eliminare le discriminazioni, utilizzando questo percorso per far nascere e rafforzare percorsi di autodeterminazione, indipendenza e condivisione della leadership, permetta di indirizzare fondi e ricerca alla soluzione di più problematiche interconnesse e inseparabili, così da porre definitivamente fine al circolo di sfruttamento di persone e risorse attualmente imperante. 

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