resistere al nazionalismo in ex-Jugoslavia

di Eleonora Forti, Denise Battaglia, Alessio Cagol, Martina Pisciali articolisti dell’Agenzia di Stampa Giovanile

_

Il generale Jovan Diviak è stato il comandante delle truppe bosniache che hanno difeso Sarajevo durante i quarantaquattro mesi di assedio, mentre infuriava la guerra in ex-Jugoslavia. Quando lo incontriamo al Hotel Grand della capitale bosniaca, ci indica su una cartina i luoghi dei combattimenti con una vecchia stecca da maestro elementare: con assoluta sicurezza ricorda persino quanto è durato l’assedio. Ci racconta delle operazioni militari sul monte Igman e della costruzione del famoso tunnel di Sarajevo sotto la pista dell’aeroporto per permettere il passaggio di combattenti armati, feriti e beni di prima necessità per la resistenza. Ci dice della riconoscenza della popolazione nei suoi confronti. Ci spiega la sua formazione militare e le sue origini: qui la storia si fa interessante.

Jovan Diviak è nato a Belgrado in una Serbia che era allora il motore trainante del Regno di Jugoslavia (uno Stato monarchico fortemente centralizzato), da genitori con ascendenti bosniaci. Ha studiato all’accademia militare di Belgrado quando il Regno era ormai diventato la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (denominazione definitiva assunta dal 1963) per poi frequentare l’accademia per ufficiali in Francia: alla fine, è entrato nell’Esercito Jugoslavo. Quando è scoppiata la guerra (già nel ’91 in Croazia), quello che doveva essere l’esercito comune della Federazione era già stato marcatamente egemonizzato dalla Serbia e, con l’inizio della guerra in Bosnia, l’esercito Jugoslavo diventa ufficialmente serbo. Divjak sceglie di lasciare le forze armate per le quali aveva sempre combattuto e schierarsi contro di loro in difesa della Bosnia-Herzegovina, dichiarandosi bosniaco.

Questa sua testimonianza genera un cortocircuito nella narrazione etno-nazionalista del conflitto nei Balcani, una narrazione portata avanti dalle élite politiche e militari per dividere le popolazioni credule. Poi, filtrata attraverso i media, quest’idea della guerra in ex-Jugoslavia come guerra etnica raggiunge anche l’Occidente: combattono i serbi ortodossi contro i croati cattolici, poi contro i musulmani bosniaci, poi contro i kosovari musulmani; i croati combattono contro i musulmani; … Così via, in un circolo vizioso che usa l’etnica come categoria assoluta e stigmatizzante. Ma non possiamo essere troppo veloci ad accettare questa definizione: etnia è un concetto scivoloso, spesso oggetto di riflessioni confuse, ma di grande efficacia per mobilitare le masse. In generale, l’etnia è l’insieme di fattori morfologici, storici, culturali, linguistici, religiosi che accomunano un gruppo di persone: il fatto che determina maggiormente l’appartenenza etnica di un individuo può però variare considerevolmente.

Prima dello scoppio della guerra (e in molti casi anche adesso), la maggioranza di Sloveni e Croati condividevano la religione cattolica, ma non la lingua. Croati, Serbi e Bosniaci parlavano la stessa lingua (con minime differenze), ma usavano alfabeti diversi e non condividevano le stesse credenze religiose. Gran parte dei Kosovari era musulmana, ma non parlava la stessa lingua dei Bosniaci. In quasi tutti i casi, i confini degli Stati di riferimento non corrispondevano all’effettiva diffusione geografica della popolazione che si identificava come appartenente a quello Stato. Persone nate in Bosnia si identificavano come Croati o Serbi in virtù delle loro ascendenze familiari o convinzioni religiose. Bambini nati da matrimoni “misti” accoglievano a volte l’appartenenza di un genitore, a volte di entrambi oppure di nessuno. Alcuni gruppi minoritari si identificavano con la loro religione o origine, altri si dichiaravano Jugoslavi per non subire discriminazioni. L’elenco potrebbe proseguire: quello che emerge, comunque, è la relativa difficoltà di identificare un’etnia sulla base di fattori univoci.

In questo contesto entra in gioco il nazionalismo moderno, che lega origine “etnica” e confini statali, semplificando e distorcendo l’appartenenza degli individui alla propria comunità di riferimento. Il discorso pubblico nazionalista piega la percezione delle persone, alla disperata ricerca di un’etichetta con cui definire chi è percepito altro da sè. Durante il genocidio di Srebrenica, per scoprire chi fosse musulmano, le squadre paramilitari e l’esercito serbi leggevano i nomi sulle carte di identità di chi fuggiva: non avevano altro modo certo per riconoscere un bosgnacco dal suo aspetto esteriore. Ecco perché, per la narrazione nazionalista, il recupero e la manipolazione della storia ricopre un ruolo fondamentale: per ingigantire le differenze tra persone che sono simili, condividono magari lo stesso lavoro, abitano vicini.

Ancora oggi, gli studenti della Bosnia-Erzegovina usano diversi manuali di storia in base a dove abitano. La divisione territoriale e l’ordinamento politico della Bosnia riflettono ancora le divisioni emerse dal conflitto negli anni ’90: da una parte c’è la Repubblica Srpska, il territorio “conquistato” da squadre paramilitare ed esercito regolare serbi con pratiche genocidarie e crimini di guerra; dall’altra c’è la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a sua volta divisa in cantoni a maggioranza croata ed a maggioranza bosgnacca (musulmani di Bosnia). Infine, c’è il distretto indipendente di Brĉko. Ognuna di queste entità insegna e promuove la propria versione della storia, letta in ottica nazionalista e conflittuale e celebrata da monumenti, memoriali e cimiteri sparsi in uno spazio che dovrebbe essere condiviso: le persone nate e cresciute in un luogo vivono spesso in bolle ideologiche che le influenzano fin dall’infanzia.

Valentina Gacić è una delle responsabili dell’associazione Sara-Srebrenica, che combatte per il riconoscimento del genocidio, per mantenerne viva la memoria contro il negazionismo e per costruire comunità miste solidali nella città. È serba di nascita ed è arrivata a Srebrenica con la sua famiglia dopo il genocidio, senza sapere nulla di quello che era successo. Ci dice che, se non si fosse trasferita in città e non avesse parlato con donne bosgnacche, probabilmente non avrebbe mai creduto alla storia che le hanno raccontato. Assieme a Muhamed, bosgnacco di Osmaĉe che ha visto tutta la sua famiglia uccisa, ed ad altri membri dell’associazione, Sara cerca di resistere all’ideologia nazionalista che ancora oggi vorrebbe alimentare il conflitto “etnico” tra le varie parti della Bosnia-Erzegovina: proprio perché quello di etnia è un concetto fluido e difficilmente definibile, esso viene principalmente usato in termini contrastivi, per contrapporre una popolazione ad un’altra, una religione a un’altra, un’identità ad un’altra.

La storia che ci racconta Zijo, un ragazzo sopravvissuto al genocidio che incontriamo in un hotel di Tuzla, vorrebbe resistere questo tipo di narrazione etnica. Lui è nato in Jugoslavia da una famiglia rom, durante la sua infanzia è stato affidato, per un periodo, a una famiglia di Lubiana per permettere ai suoi genitori di lavorare. È musulmano e si definisce bosniaco. Una squadra paramilitare serba ha torturato lui (che allora era un bambino) e la sua famiglia, ha stuprato le donne e ucciso tutti quanti tranne lui, accoltellato e creduto morto. Zijo ci racconta che lui non si identifica solo come musulmano di Bosnia: quando qualcuno di noi gli chiede se ci fosse conflitto tra la sua identità di rom, la sua infanzia in Slovenia, la sua religione e la sua appartenenza bosniaca, lui ci risponde con un serafico no. La sua testimonianza, il suo passato mostruoso, la vita che è riuscito a costruirsi e il suo rapporto con la propria identità: tutto è un importante invito a riflettere sulla propria identità e sui rischi di manipolazione che si corrono se il nazionalismo se ne appropria.

Non è una possibilità così lontana: negli ultimi anni, moltissimi Stati più o meno democratici hanno cercato di recuperare legittimità o sovranità puntando sul discorso nazionalista, spesso con risvolti etnici. È il caso della Turchia di Erdoğan e della sua aggressione al Kurdistan, oppure delle fortificazioni contro i migranti ai confini dell’Ungheria. La Germania assiste invece al ritorno dei neonazisti, mentre in Italia i movimenti populisti ribadiscono il concetto di razza. L’ideologia dello Stato-nazione sovrano e “puro” ritorna periodicamente alla ribalta nello spazio politico e mediatico, soprattutto in tempi di crisi economica, tensioni sociali o (percepito) restringimento della sovranità. È tuttavia importante saperne riconoscere i meccanismi ed essere pronti a resistere a questo tipo di narrazione semplificata, distorta e seducente – per continuare a collaborare e costruire comunità eterogenee e solidali.

Il reportage fotografico
In copertina: Il generale Jovan Divjak, comandante delle truppe bosniache durante l’assedio a Sarajevo

In ordine di apparizione:
1. Il generale Divjak
2. Scorcio bosniaco
3. Museo del Tunnel a Sarajevo
4. Tunnel di Sarajevo
5. Mappa dell’assedio di Sarajevo
6. Memoriale di Potoĉari per le vittime del genocidio di Srebrenica
7. Cimitero ĉetnico poco distante Srebrenica
8. Muhamed con i ragazzi di Arci
9. Lapide di un combattente ĉetnico
10. Valentina dell’Associazione Sara-Srebrenica
11. Mappa semplificate dalle popolazioni nell’ex-Jugoslavia

Post correlato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *