Una triplice alleanza, con lezioni anche nei teatri

Per ripensare l’educazione nella fase 2 sarà necessario stringere una “triplice alleanza” tra scuola, territorio e famiglie.

Di Ivana Zuliani, giornalista, per l’Agenzia di Stampa Giovanile

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La “triplice alleanza” per la scuola. La chiama proprio così Maria Ranieri, docente di didattica e tecnologie dell’istruzione all’Università di Firenze, quella collaborazione tra scuola, territorio e famiglie che servirebbe per riavviare (e ripensare) il mondo scolastico ed educativo, nella fase 2. 

“La scuola non è solo un’aula, ma anche biblioteche, teatri, musei, un bosco, una strada”, afferma Ranieri, rilanciando il concetto di «policentrismo formativo», elaborato negli anni ‘90. “È ora che la nostra creatività pedagogica ci porti a dire che la formazione può avvenire in vari luoghi, è ora di mettere in atto il policentrismo formativo”.

Ranieri lancia un appello alle istituzioni perché “ripensino gli spazi pubblici in un’ottica di bene comune”. I musei, per esempio, che nei prossimi mesi risentiranno di un calo di turisti, potrebbero diventare luoghi di apprendimento per i ragazzi. Ranieri immagina, da settembre, classi formate da piccoli gruppi, una scuola su più luoghi, e alunni impegnati in attività diverse, oltre alle classiche lezioni, dal teatro allo sport, dall’ambiente alla musica. Per riportare gli studenti a scuola, sarà importante privilegiare i piccoli gruppi. Questa condizione di distanziamento fisico porta a un distanziamento sociale, i bambini e gli adolescenti ne soffrono: promuovere attività che fanno perno sul piccolo gruppo, oltre a garantire una maggiore sicurezza dal punto di vista sanitario, è importante anche per l’aspetto didattico e psicologico. Le didattiche collaborative, è stato dimostrato, sono efficaci anche per l’apprendimento e migliorano le relazioni.

Per fare questo tipo di scuola, servono spazi e personale. “Quando si lavora in piccoli gruppi, cresce la qualità della didattica, e anche il tempo scolastico è migliore”. Insomma, si impara di più, in meno tempo. E il resto, i ragazzi lo possono impiegare in altre attività da fare in altri spazi, in collaborazione con le realtà del territorio. “Si tratta di orchestrare le risorse”. Ma i tempi? “Dipende tutto dalla capacità di reagire delle istituzioni. I bambini non vanno chiusi in aula ma portati fuori”.

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Corriere Fiorentino.

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