La nostra libertà durante il coronavirus

Come cambia la nostra libertà durante il coronavirus? Un’indagine tra discrezionalità delle forze dell’ordine, app di tracciamento dei contagi e la percezione dei cittadini. 

Di Eleonora Forti, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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La sera del 31 marzo 2020 l’avvocato Marco D’Apote stava ritornando a casa dal suo studio a Pescara. Erano circa le undici di sera: l’avvocato aveva con sé i fascicoli sui quali aveva lavorato fino a quell’ora, casi urgenti dei suoi clienti, e il tesserino di riconoscimento. Ma la pattuglia della Guardia di Finanza che l’ha fermato non ha creduto alle sue “comprovate esigenze lavorative” che, in tempo di coronavirus, gli avrebbero consentito il libero esercizio della sua professione: 550 euro di multa [Qui l’articolo dell’ANSA]. Qualche giorno prima, i carabinieri hanno multato un uomo di Vigliano, nel Biellese, perché si era recato a fare la spesa ed aveva comprato delle bottiglie di vino e un pacco di pasta, non considerati beni necessari per giustificare l’uscita di casa durante le misure straordinarie adottate per combattere il coronavirus [Qui la notizia di Repubblica Torino]. Ancora poco tempo prima, l’editor Pietro De Vivo stava facendo il giro dell’isolato per tornare a casa dopo aver lavorato fino a sera in casa editrice, è stato fermato dai militari, insultato, accusato e successivamente denunciato dai carabinieri, chiamati appositamente. La sua storia è narrata nel dettaglio sul sito di Wu Ming.

Chi decide se vino e pasta sono beni necessari, o se un avvocato o un editor hanno diritto di lavorare fino a tardi?

I testi dei vari DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), che in questo periodo indicano le misure da seguire durante la pandemia, si susseguono ad un ritmo incalzante e dettano linee generali, mentre molto di quello che non viene specificato nel testo viene solitamente spiegato nella sezione dedicata alle domande frequenti sul sito del governo [qui trovate quelle relative alla fase 2]. Tra l’altro, il DPCM è un provvedimento amministrativo, non legislativo, che non deve perciò sottostare all’approvazione del parlamento: ciò lo rende particolarmente veloce e dunque adatto alle situazioni di emergenza, ma solleva problemi di legittimità. La libertà di circolazione è infatti un diritto costituzionale, e per limitarla sono necessari dei provvedimenti aventi forza di legge, presentati con decreto legge o disegno di legge, che, seppure con modalità diverse, sono soggetti all’approvazione del parlamento [un breve approfondimento qui].

Ad applicare questi provvedimenti amministrativi, ma che di fatto regolano la nostra vita durante il coronavirus, ci pensano i numerosi corpi di forze dell’ordine che sono stati messi in campo per garantire il rispetto delle regole: carabinieri, vigili urbani, Guardia di Finanza. In Trentino anche il corpo degli Alpini e i Vigili del Fuoco ha fatto la sua parte, presidiando zone considerate a rischio, oppure sollecitando i cittadini a non uscire di casa, con l’ausilio di megafoni. La questione preoccupante, sollevata dai casi simili a quelli riportati poco sopra, rimane l’alto grado di discrezionalità concessa alle forze dell’ordine.

Cosa dicono i sondaggi

A questo proposito, ho svolto una piccola indagine che ha coinvolto una cinquantina di persone residenti in provincia di Trento durante il periodo delle restrizioni dovute al coronavirus. Circa il 76% degli intervistati ha tra i 18 e i 25 anni. Il campione quindi è sbilanciato nella sua eterogeneità ma in ogni caso le risposte ottenute possono essere un esempio interessante di come, in questo periodo di pandemia, la libertà e i diritti sono percepiti dai cittadini.

Circa il 68 % degli intervistati hanno dichiarato che i provvedimenti presi dal Governo Italiano per contrastare l’epidemia sono efficaci e vanno seguiti, mentre il 19% li ritiene efficaci, ma troppo restrittivi; d’altra parte, il 10% non li ritiene efficaci perché troppo poco restrittivi.

Il 23% degli intervistati ha subito un controllo da parte delle forze dell’ordine, e di questi, la maggioranza dichiara che il controllo è stato eseguito correttamente; altri hanno sottolineato come le forze dell’ordine siano state disponibili e rassicuranti, e solo una minima percentuale ha dichiarato di essersi sentita intimorita. È interessante notare che, nonostante il parere perlopiù positivo sull’effettivo svolgimento dei controlli, la maggioranza degli intervistati teme che le forze dell’ordine abbiano troppa discrezionalità nell’applicare i DPCM; Allo stesso tempo però, a poca distanza percentuale, il 42% ritiene che i controlli siano comunque necessari per scoraggiare comportamenti scorretti.

Questione di privacy

Un altro aspetto che non suscita particolare fiducia è l’ipotesi del tracciamento dei contagi tramite l’app governativa Immuni, che si sta sviluppando in questo periodo. Sfruttando la tecnologia bluetooth, l’app attiva su uno smartphone dovrebbe permettere di sapere se si è stati vicino a una persona risultata positiva al coronavirus. In tal caso, l’app dovrebbe inviare una notifica al dispositivo, indicando la probabilità che il suo possessore sia stato contagiato, per fargli adottare le misure necessarie al contenimento del virus: cioè quarantena e tamponi.

Tuttavia, alcuni limiti tecnologici al livello attuale impediscono l’affidabilità dell’app: innanzitutto, il bluetooth non riconosce ostacoli architettonici come muri e porte, e potrebbe segnare come entrate in contatto due persone che si trovano in stanze diverse; inoltre, per evitare il più possibile la possibilità di non indicare un eventuale contagiato, l’app si sbilancia nel senso opposto, rischiando di indicare invece molti falsi contagiati. Inoltre, non si sa ancora che tipo di utilizzo avrà quest’app: sarà un lasciapassare per la libertà se segna che non si è contagiati? Oppure varrà come un certificato medico per il datore di lavoro, se il lavoratore non si presenta perché l’app che è stato in contatto con un positivo? E i tamponi consigliati, come si otterranno? Li dovrà acquistare il privato (se disponibili) o gli saranno forniti dall’azienda sanitaria? Quali saranno i costi?

L’app Immuni, inoltre, pone dei problemi di privacy non indifferenti. Per essere veramente efficace, dovrebbe essere installata sugli smartphone da circa il 60% della popolazione italiana: più di 30 milioni di persone. L’app dovrebbe assegnare un codice alfanumerico ad ogni possessore, dal quale non dovrebbe essere possibile risalire alla sua identità. In una lettera aperta del 20 aprile, 300 informatici hanno però sottolineato il rischio che i dati raccolti dalle app in un server centralizzato sotto controllo statale possano essere utilizzati in un secondo tempo per scopi di sorveglianza. È noto che molte aziende informatiche private quali per esempio Google o Facebook da molto tempo raccolgono dati dei loro utenti, e chiunque abbia un account ha già fornito i propri: tuttavia l’idea che lo Stato, che pure possiede una gran quantità di dati personali, abbia accesso anche alle informazioni sugli spostamenti e i contatti interpersonali di un così alto numero di persone ha messo in allarme scienziati e cittadini.

Riguardo questo argomento, il 38% del campione intervistato non è sicuro che installerà Immuni sul proprio dispositivo, mentre il 36% è sicuro che non lo farà, contro il 21% di chi è sicuro di volerla installare. Inoltre, la maggioranza di quelli che sono a conoscenza di come funzioni l’app è convinta che Immuni, per quello che si sa ora a suo riguardo, abbia dei problemi di funzionamento e privacy, ma che potranno essere risolti in futuro; il 12% ritiene invece che i problemi non si risolveranno mai, contro l’8% sicura del buon funzionamento.

Questi sono i dati relativi soprattutto agli ultimi momenti della fase uno. In questo momento di graduale riapertura, la maggior parte di noi ha potuto nuovamente esercitare molte libertà personali, tra cui quella di visitare i famosi “congiunti”, di passeggiare e poter praticare sport con meno restrizioni, di bere un caffè da asporto e godersi la propria città, pur nel rispetto delle misure di distanziamento sociale. Tuttavia, la fase due si configura come un momento delicato non solo per apprendere l’evoluzione della pandemia, scongiurando un nuovo aumento dei contagi, ma anche per capire, con la mente un po’ più lucida, come funziona la macchina statale che ci governa, quali sono le sue prerogative e quali sono invece abusi di potere. E soprattutto, quali diritti abbiamo e a quali libertà non siamo disposti a rinunciare.

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