A education and school concept little student girl studying at school

Una certa idea di scuola

Il Nord Europa ha molto da insegnarci sul come fare scuola. Al contrario di quello che si crede però, un sistema scolastico all’avanguardia è possibile anche in paesi senza l’economia fiorente degli stati scandinavi. La scuola, infatti, è il punto di partenza per il progresso di una nazione, non la ciliegina sulla torta: ce lo spiegano in Ruanda.

Di Michele Castrezzati, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Pensa ai tuoi anni di scuola superiore. Sei seduto al tuo banco, sono le 8 di mattina, freddo polare, verifica di matematica. Daresti qualunque cosa pur di non dover stare in quella classe. Eppure ti sei rassegnato, perchè sono ormai anni che la scuola te la godi solo a ricreazione.

Ma la scuola non deve per forza essere così. Ci sono ragazzi nel mondo che in questo momento non vedono l’ora di riprendere le lezioni. Ci sono scuole in questo mondo che sono posti di accoglienza, libertà e creazione. E quando la scuola funziona, mette in moto tutto il resto. Ecco come, confrontandoci onestamente con modelli scolastici più avanzati del nostro, possiamo lanciare la rivoluzione educativa.

Guardiamoci allo specchio

Il curriculum scolastico di un liceo italiano del 2020 differisce di poco da uno dell’epoca fascista; nonostante sia cambiato quasi tutto il resto. Salvo qualche ora in meno di educazione fisica, le materie sono pressoché le stesse. Ma soprattutto, non sono cambiati i metodi. Lezione frontale, apprendimento mnemonico, un’istruzione che ruota intorno al voto, al programma, al numero assoluto. In un mondo che gira sempre più veloce, la scuola da noi sembra fluttuare, fossilizzata nel tempo.

Qualche voce di ribellione si è alzata. Nella forma di tentativi isolati di modernizzare l’istruzione, numerosi istituti, per lo più privati, hanno provato a cambiare le cose. Niente classi, niente voti, niente compiti, una scuola più semplice e libera. Ma da chi hanno preso ispirazione? Dall’estero. Là fuori, ci sono intere nazioni che stanno riportando la scuola a trainare la locomotiva del progresso.

Per migliorarsi è sempre bene guardare verso chi ne sa di più. Questo vale anche per la riforma della scuola italiana. I paesi Nord europei potrebbero fare al caso nostro: con livelli di istruzione all’avanguardia e tante idee da cui prendere spunto, sono il modello più adatto a cui rivolgerci per cambiare le cose. Come in Norvegia, dove i voti ricoprono solo un ruolo marginale.

In Norvegia, nessuno prende voti fino ai 14 anni

Ludmilla è nata a Skøyen, periferia di Oslo. A 6 anni ha iniziato ad andare alla Barneskole, la scuola elementare. A scuola ha imparato a socializzare, leggere, scrivere, aprirsi al mondo. Per tutta la Barneskole, che dura fino ai 13 anni, Ludmilla non ha mai preso un voto e non ha mai ricevuto compiti.

Com’è possibile? E la pagella di fine anno? E le verifiche? E i compiti delle vacanze? Ma dove siamo finiti?

Siamo finiti in un posto che ha smesso di costringere i bambini a studiare. Ludmilla va a scuola perché le piace e, col sorriso stampato sulla faccia, impara ad imparare. Non saprà le poesie di Pascoli a memoria, non conoscerà a menadito le tappe della formazione dell’impero romano, ma per quello ci sarà tempo. A quell’età, gli insegnanti di Ludmilla vogliono insegnarle a nuotare, non sommergerla di informazioni.

Il sistema sembra funzionare. Secondo l’ultima tabella dell’OECD, che riunisce diversi parametri tra cui il numero di laureati e i risultati nei test internazionali PISA, la Norvegia ha il sesto miglior sistema scolastico al mondo. Piccola curiosità: le università in Norvegia sono completamente gratuite, master compresi (anche per studenti internazionali, io ci farei un pensierino).

Un po’ più a Ovest, in Finlandia, l’educazione punta tutto su una sola parola: libertà.

In Finlandia ognuno fa quello che vuole

La Finlandia è l’unica nazione occidentale a tenere il passo di Cina, Giappone, Corea del Sud e Singapore per quanto riguarda i punteggi nei test PISA. I risultati nei test internazionali degli studenti finlandesi sono impressionanti.

Ma quello che più sorprende è il metodo che il sistema finlandese ha utilizzato per raggiungerli. Hanno costretto tutti gli studenti a studiare fino a tarda notte bombardandoli di test di matematica da quando hanno imparato a camminare? Tutto il contrario: in Finlandia, ognuno fa quello che vuole.

Ogni distretto, ogni scuola e ogni insegnante godono della massima libertà di modellare il curriculum scolastico a piacere. In questo modo, la scuola si adatta alle necessità dei propri studenti, e non viceversa. Di conseguenza, in Finlandia non esistono test nazionali o classifiche, perché non c’è uno standard a cui attenersi. Addirittura, è l’insegnante stesso a decidere la scala dei voti da utilizzare. Ovviamente, per far sì che questo sistema funzioni, è necessario che si ponga grande fiducia nelle capacità dell’insegnante. Per tale ragione in Finlandia l’insegnamento è una delle professioni che gode di ottimo prestigio e retribuzione, dove ogni maestra elementare deve avere almeno un master sul curriculum.

La libertà è concessa anche agli studenti. Secondo l’OCSE, gli studenti Finlandesi hanno il più basso carico di lavoro del mondo, con una media di mezz’ora di studio a casa al giorno. La scuola inizia alle 9:45 e finisce alle 14:30 con pranzo gratuito in mensa. Quando si dice less is more.

Un’atmosfera rilassata e serena, dove non c’è competizione e l’educazione ruota intorno alla crescita e non al numero assoluto: abbiamo molto da imparare.

Potresti pensare che i modelli scolastici di cui ho appena parlato siano il frutto di una solidità economica che in Italia purtroppo non abbiamo. Potresti supporre che prima di pensare alla scuola, il nostro paese ha altri problemi da risolvere, più sostanziali.

E se invece ti dicessi che la scuola è il punto di partenza? Che la Finlandia o la Norvegia, senza le loro scuole, non sarebbero i paesi che conosciamo? Un sistema scolastico all’avanguardia non è un di più, ma il punto di partenza.

Per dimostrarlo, ho portato un esempio. Potrei provare a convincerti del ruolo cruciale della scuola parlando di dovere morale, di cultura, di idee. Voglio invece parlare di numeri: in particolare, si tratta di coordinate geografiche. Andiamo in Ruanda.

Il Ruanda: dalla catastrofe alla rinascita, passando per l’educazione

Dalla Finlandia prendiamo un volo verso Sud. Dopo uno scalo a Roma Ciampino proseguiamo verso l’Africa, oltre il Mar Mediterraneo, oltre il deserto, verso il cuore della giungla. Lì, in mezzo al verde lussureggiante della foresta equatoriale, atterriamo all’aeroporto di Kigali. Kigali è la capitale del Ruanda e il Ruanda è il protagonista della nostra storia; una storia che parla di educazione, di sviluppo e di risultati concreti.

Il Ruanda è un paese minuscolo, senza sbocchi sul mare, che porta ancora le ferite di un crudele passato coloniale. Come se non bastasse, nel 1990 le schermaglie tra le due tribù rivali degli Hutu e dei Tutsi sfociano in una guerra civile che devasta il paese, costringe metà della popolazione ad emigrare in Congo e si chiude con un genocidio.

Da lì in poi, il Ruanda è un paese fantasma e non si vede luce in fondo al tunnel. Fino al 2003.

Nel 2003, Paul Kagame viene eletto presidente della repubblica e fa letteralmente rinascere il paese dalle ceneri. Il PIL del Ruanda, dopo aver perso il 50% (50%!) nel 1994, inizia a crescere e crescere… Negli ultimi dieci anni è aumentato in media dell’8% annuo. Per dare un’idea, la Cina cresce “solo” al 6%.

Per le potenzialità economiche e l’innovazione tecnologica, c’è qualcuno che definisce il Ruanda la Singapore d’Africa, come in questo video qui.

Come ha fatto Paul Kagame a compiere questo miracolo economico? La risposta è una e forse la sapete già: Kagame ha puntato tutto sulla scuola.

Il Commonwealth, Microsoft e l’economia del sapere

Come detto, nel 2003 Kagame prende le redini di un paese povero, diviso e arretrato. Fortunatamente non si scoraggia e non ha paura di mettere in campo idee visionarie. In particolare, Kagame insiste su tre punti:

1. La lingua

Kagame trasforma il Ruanda da un paese francofono ad uno anglofono nell’arco di 10 anni. Se nel 2003 a scuola si parlava solo francese e Kinyarwanda, una lingua tribale, nel 2009 tutti gli insegnamenti sono erogati in inglese. Nello stesso anno, il Ruanda chiede con successo di entrare nel Commonwealth, l’unione delle ex colonie britanniche, pur non avendo nessun legame coloniale con la Gran Bretagna.

L’idea funziona. Sempre più studenti dal Ruanda riescono a studiare all’estero e sempre più attività commerciali scelgono il Ruanda come base nell’Africa sub-sahariana perché privo di barriere linguistiche.

2. La digitalizzazione

Qualche anno dopo la sua elezione, Paul Kagame ha un’altra idea geniale. Invita Bill Gates a Kigali e sottoscrive una partnership storica tra il ministero dell’istruzione del Ruanda e Microsoft. Bill Gates si impegna così a fornire gli strumenti necessari alla creazione di smart classrooms in tutte le scuole superiori del paese. Nelle scuole del Ruanda si passa così da tetti di paglia a cloud, registri elettronici e lavagne interattive.

3. La knowledge-based economy

Paul Kagame ha portato il Ruanda da un’ economia prevalentemente agricola ad una cosiddetta “economia del sapere”. L’idea centrale è quella di esportare non più i prodotti della terra, ma le proprie migliori menti. Le scuole hanno giocato un ruolo fondamentale nel formare un’intera classe di giovani altamente competenti, che grazie alle loro digital skills nettamente sopra la media della regione hanno trainato la transazione dal settore primario al terziario.

La storia del Ruanda ci insegna che non ci sono scuse. Non si può dare la colpa delle falle del nostro sistema scolastico alla nostra condizione economica. Non è una questione di PIL, ma di priorità. È la scuola che mette in moto tutto il resto, come è avvenuto in Ruanda, e come potrebbe avvenire in Italia. Per far sì che ciò accada, bisogna parlare di scuola, che sia al telegiornale, al bar o al cenone di Natale: la scuola deve essere sulla bocca di tutti.

La rivoluzione educativa è possibile. Possiamo far sì che le nostre scuole diventino dei modelli al pari di quelle di Norvegia e Finlandia. Ma fino ad allora, non possiamo accontentarci.

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