Educazione da divano: “How to change the world”

Se vi sentite delusi dal mondo, scoraggiati ed impotenti di fronte agli avvenimenti che riempiono i nostri telegiornali, questo è sicuramente il documentario che fa per voi. “How to change the world” racconta la storia della nascita di Greenpeace, un esempio di come anche un solo individuo o un piccolo gruppo di individui possano creare un movimento che porti concreti cambiamenti nel mondo.

Di Camilla Perotti, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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1971. Gli americani continuano ad inviare giovani in Vietnam inseguendo una vittoria che non arriva, il movimento pacifista è più forte che mai e la Russia è l’uomo nero da distruggere, anche con le armi nucleari, se necessario. Ed è proprio per testimoniare e tentare di bloccare un test nucleare sull’isola di Amchitka, in Alaska, che Bob Hunter, un giovane giornalista canadese, insieme a degli amici, salpa da Vancouver su un vecchio peschereccio che a malapena resta a galla. Un piccolo gruppo di pacifisti, un giornalista, un biologo cappellone, un diciannovenne dal sangue caldo, un fotografo americano scappato alla leva ed un capitano ottimista erano pronti a mettere se stessi in pericolo pur di impedire la detonazione: considerando che il maremoto causato dalla bomba avrebbe potuto rovesciare la barca, la possibilità di un conseguente incidente diplomatico fra Stati Uniti e Canada poteva essere motivo di ripensamento per il Presidente americano Nixon. Li univa l’ideale pacifista ed uno spirito ambientalista.

Inizia così la storia di Greeenpeace, narrata attraverso filmati dell’epoca ed interviste con i protagonisti di allora, nel documentario How to change the world, uscito nel 2015 e disponibile su Netflix. Due ore molto formative e di ispirazione da trascorrere sul divano per motivi di distanziamento sociale o di freddo autunnale.

Bob Hunter e amici lanciarono un vero e proprio movimento ambientalista globale, che potesse competere, per numero di attivisti, con i movimenti pacifista per i diritti civili e per i diritti delle donne. Non molto è cambiato negli ultimi cinquant’anni: tutti questi movimenti si sono evoluti ma sono tuttora presenti, così come Greenpeace è tuttora attivo in circa 60 Paesi nel mondo (in Italia dal 1986) e con 55 milioni di sostenitori. 

L’esempio più recente di come un singolo individuo possa cambiare il mondo è la piccola  Greta Thunberg: quindicenne che decise di scioperare dalla scuola e recarsi davanti al Parlamento svedese. Ogni giorno. Fino alle elezioni. Solamente con un cartello scritto a mano per demandare un impegno concreto contro i cambiamenti climatici. Mai si sarebbe immaginata che, solo pochi mesi dopo, centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo seguissero il suo esempio, alzando la propria voce contro l’inerzia delle classi politiche di tutti i continenti. 

A Greenpeace devono essere riconosciuti numerosi primati: già nel 1971, infatti, riuscirono a portare la tutela dell’ambiente nell’occhio dell’opinione pubblica, con grandi folle che li accolsero sulla costa di Vancouver al loro ritorno dalla spedizione in Alaska. In un’epoca ancora sprovvista di internet e social networks, compresero l’importanza dei mass media (giornali, radio, TV) e della necessità di sfruttarli a proprio vantaggio, tramite la pubblicazione e la trasmissione di immagini anche forti ed eclatanti (come quelle dei cuccioli di foca spellati e ricoperti di sangue sulle bianche nevi canadesi) che potessero scioccare e dar motivo di riflessione a quante più persone possibili.

Un’idea oggi è diventata virale: per manifestare efficacemente è necessario creare una storia e trasmetterla attraverso immagini che creino uno shock collettivo in ogni angolo del mondo. Quasi come una bomba nucleare. Nel 1971, Bob e amici avevano già chiara quest’idea, tanto che coniarono il termine mind bomb, parola chiave e modello d’ispirazione dell’intero operato di Greenpeace.

L’attività di Greenpeace in questo senso è stata notevolmente facilitata dai social network, mediante il largo uso di immagini spettacolari, come per esempio enormi banner che sventolano dalle piattaforme di estrazione in mare aperto, e di video di manifestazioni di impatto, come quella condotta nell’ultimo anno per manifestare contro il finanziamento dell’estrazione di combustibili fossili e per promuovere gli investimenti nelle energie rinnovabili da parte dei grandi del mondo finanziario.

How to change the world vi ispirerà, con l’idealismo anni ’70 dei protagonisti, ma non indorerà nemmeno la pillola. Vi mostrerà infatti la vastità della problematica climatica e le difficoltà nel coordinare gruppi così vasti di attivisti in tutto il mondo con interessi contrastanti. Ma sicuramente, dopo queste due ore, vi sentirete anche voi pronti a cambiare il mondo.

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