L’Educazione è la chiave per il cambiamento

Immagine di Khakimullin Aleksandr / Shutterstock.com

Lunedì è stata la Giornata dell’Educazione alla Conferenza ONU sul Clima di Marrakech. La connessione tra educazione e cambiamenti climatici non è di certo ardita ma qui, nei padiglioni della COP, si è cercato di sancire più che mai il ruolo indispensabile dell’istruzione nella lotta ai cambiamenti climatici. Lo ha testimoniato anche la presenza della principessa marocchina Lalla Hasnaa, in qualità di presidente della Fondazione per la protezione dell’ambiente Mohammed VI.
La Fondazione, infatti, opera a stretto contatto con il Ministero dell’Istruzione del Marocco per diffondere e sviluppare nelle nuove generazioni maggior consapevolezza sulle questioni climatiche e ambientali
. Tra i  programmi più importanti di cui è protagonista c’è, ad esempio, il “Piano Climatico” del Marocco, con il supporto dell’UNESCO, della FAO e di altre organizzazioni internazionali. All’interno di questo programma una parte fondamentale è dedicata proprio all’educazione e alla formazione.
Presente alla COP anche il Ministro dell’Istruzione del Marocco Rachid Benmokhtar Benabdallah. Dopo aver insistito sull’importanza del ruolo degli insegnanti, lui si è trovato in difficoltà quando gli è stato chiesto quale fosse la situazione degli insegnanti in Marocco, visto che il 13 novembre, in occasione della Marcia per il Clima, molti insegnanti tirocinanti erano in strada a protestare contro alcuni decreti del governo che riducono le assunzioni pubbliche favorendo il settore privato. “Se gli insegnati protestano significa che questo è un paese libero”, si è limitato a dire.
“Education empowers people!”, ha sottolineato Patricia Espinosa, segretario esecutivo dell’UNFCCC, portando l’esempio positivo di Paesi come l’Uganda, l’Indonesia o la Repubblica Domenicana che hanno inserito misure strategiche a favore dell’educazione ambientale nei loro programmi nazionali.
E ancora, il 73% dei curricula di 78 Paesi parla di “sviluppo sostenibile”, il 55% menziona la parola “ecologia” e il 47% “educazione ambientale”.

Ma oltre gli intenti e le belle parole c’è la realtà dei fatti: come promuovere l’educazione ambientale? Come insegnare il rispetto per l’ambiente, come valutare gli approcci educativi e come intervenire per migliorarli? Il Global Education Monitoring Report 2016, commissionato dall’UNESCO per monitorare la qualità dell’educazione allo sviluppo sostenibile e alla “crescita verde” non offre un quadro positivo sull’attuale situazione a livello globale.
Entro il 2030 il 70% dei giovani nati nei Paesi sottosviluppati dovrebbero aver completato l’istruzione secondaria, ma – avverte il report – siamo drammaticamente lontani dall’obiettivo. Ad oggi solo il 14% di loro ci riesce.
L’importanza dell’educazione è evidenziata anche dal fatto che sia l’Agenda 2030 che l’Accordo di Parigi ne parlano. La Sustainable Development Goals Agenda, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite durante l’apertura della 70esima sessione (settembre 2015), non solo promuove “un’educazione che sia inclusiva ed equa”, ma il paragrafo 4.7 mira esplicitamente all’educazione per lo sviluppo sostenibile e per stili di vita sostenibili. Solo tre mesi più tardi, le Parti firmavano l’Accordo di Parigi, che, all’articolo 12, recita: “Le Parti cooperano nell’assumere le misure necessarie, ove opportuno, a migliorare l’istruzione, la formazione, la coscienza e la partecipazione pubblica, e l’accesso del pubblico alle informazioni in materia di cambiamenti climatici, riconoscendo l’importanza di tali passi per rafforzare le attività portate avanti in virtù del presente Accordo in materia di cambiamenti climatici”.
Sicuramente l’educazione è il protagonista principale in un momento in cui la decisione dei governi sembra essere rimessa al popolo e allo stile di vita di ciascuno. Come ha detto Andrew Jones, membro del Climate Interactive, organizzazione che ha come scopo quello di creare strumenti scientifici e rigorosi per far crescere la consapevolezza sui cambiamenti climatici, “non abbiamo bisogno di diecimila esperti, ma di un miliardo di dilettanti”.
Inoltre, l’organizzazione promuove simulazioni dei negoziati sul clima, per aiutare gli studenti, provenienti da tutto il mondo, a capire quello che andrebbe fatto per compiere tutti gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e quanto sia difficile bilanciare i diversi interessi di tutti i paesi, in particolare quelli dei Paesi sviluppati con quelli dei Paesi che stanno avendo un rapido sviluppo e con quelli che stanno crescendo più lentamente. Queste simulazioni spesso adottano anche strategie inusuali per far riflettere il pubblico: come sottolinea Jones, infatti “abbiamo bisogno di esperienze forti che tocchino i nostri cuori, così come impariamo con la nostra mente.” Come ha sottolineato Jones, infatti, non sembra dunque così insolito che una simulazione sia stata improvvisata nel corso di un side event della COP22.
Un altro ottimo esempio di azione concreta costruita dal basso è costituita da Clima CoLab, la piattaforma online di crowd-sourcing creata dal MIT, che raccoglie, non solo da esperti ma anche da gente comune, proposte e soluzioni a diversi problemi su scala locale, nazionale e globale
E nel giorno in cui le Nazioni Unite annunciano che il 2016 sta segnando un nuovo record di alte temperature, l’importanza dell’istruzione come mezzo per combattere il cambiamento climatico in realtà può essere visto sotto una luce completamente nuova. Improvvisamente l’istruzione sembra fondamentale, qualcosa senza la quale una rivoluzione ambientale non può nemmeno essere pensata

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