Conclusa la prima settimana alla COP: pochi i passi avanti

di Elisa Calliari e Roberto Barbiero

Si è chiusa la prima settimana di lavoro della Conferenza ONU sul Clima (COP25) di Madrid, ma le questioni negoziali più importanti sembrano ancora lontane dall’essere risolte. Riguardano principalmente la finalizzazione del cosiddetto “Libro delle Regole” dell’accordo di Parigi, perlopiù definito alla COP24 di Katowice (in un documento di ben 300 pagine!) ad eccezione di alcuni (fondamentali) punti.

Il più importante riguarda l’Articolo 6 che copre i “meccanismi di cooperazione volontaria”. Si tratta del cosiddetto “mercato del carbonio”, che consente ai Paesi di collaborare per un’implementazione congiunta dei rispettivi impegni volontari di riduzione delle emissioni di gas serra. L’intuizione dietro all’Articolo 6 (e ad i mercati del carbonio che hanno preso piede in molte parti del mondo, Unione Europea inclusa) è che la CO2 possa essere trattata come un qualsiasi bene di mercato e si possa quindi vendere e comprare.

L’Articolo 6 permette quindi ad uno Stato che non riesca a tagliare le proprie emissione come si era prefissato, di comprare il surplus in termini di riduzioni da un altro Stato più virtuoso. Il nodo fondamentale da sciogliere qui a Madrid (ma che probabilmente slitterà alla COP26) riguarda il “double-counting”, ovvero come elaborare un sistema di contabilità che eviti che la stessa riduzioni delle emissioni venga attribuita sia al paese acquirente che a quello venditore. Se così fosse, la riduzione verrebbe, appunto, contata due volte, e questo potrebbe portare a sovrastimare l’effettiva riduzione delle emissioni.

Un altro tema spinoso attualmente in discussione è quello legato alla revisione del meccanismo di Varsavia sulle perdite e danni associati ai cambiamenti climatici. Nato nel 2013, si occupa di favorire la conoscenza, cooperazione, azione e supporto per fare fronte a tutti quegli impatti che vanno oltre alla capacità di adattamento dei sistemi sociali e naturali. I paesi in via di sviluppo chiedono a gran voce un rafforzamento del meccanismo, soprattutto in termini di supporto finanziario per i paesi più vulnerabili. I paesi industrializzati fanno invece fronte comune nello specificare che non siano necessarie delle risorse addizionali e che ci sia un’opportunità per rendere più accessibili i fondi già esistenti. Le posizioni rimangono ancora lontane e, nel caso non venga raggiunto un accordo tra tecnici nelle prossime ore, la questione dovrà passare al livello dei negoziati politici che si aprono settimana prossima.

Di fronte al basso profilo delle delegazioni, a dominare la settimana è stato probabilmente il ruolo degli scienziati del clima. Ben due i rapporti speciali che sono stati diffusi dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), cosa che non ha precedenti, e che riguardano da un lato l’impatto accelerato dei cambiamenti climatici sugli oceani e sulla criosfera e dall’altro la relazione che lega i cambiamenti climatici e il suolo con riferimento in particolare a foreste e agricoltura.

Accanto ai dati preoccupanti del riscaldamento globale, con la temperatura media che ormai è stabilmente di 1,1°C superiore ai valori pre-industriali, si aggiungono quelli delle emissioni di gas serra, principale causa del riscaldamento in atto, che continuano a crescere in modo preoccupante. Gli scienziati lo hanno ricordato in decine di conferenze che si sono tenute in questi giorni a Madrid: se non si arrestano immediatamente le emissioni di gas serra sarà sempre più difficile la possibilità di contenere l’aumento delle temperature entro i 2°C a fine secolo rispetto all’era pre-industriale e men che meno entro 1,5°C, come previsto dagli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Le azioni messe in campo sono tuttavia insufficienti e gli impegni volontari assunti dai vari Paesi per ridurre le emissioni di gas serra (NDCs – Nationally determined contributions) sono ben lontani dal consentire il raggiungimento di tali obiettivi. Uno degli obiettivi chiave della COP25 sarà dunque quello di catalizzare una maggiore ambizione degli NDC in vista della loro revisione nel 2020.

Eppure, nonostante il richiamo pressante della scienza, appare sempre maggiore la distanza che separa dai tavoli dei negoziatori. Non solo, ma arrivano segnali preoccupanti come il tentativo dell’Arabia Saudita di creare una crepa di credibilità nei confronti dell’IPCC invitando a tenere conto delle “diversità di opinione scientifica”. Al punto che invece altri, come i Paesi delle Isole del Pacifico e quelli Artici, che più stanno subendo le conseguenze dell’innalzamento del livello del mare e della perdita dei ghiacci, hanno più volte preso le difese dell’IPCC.

Girando per i corridoi e fermandosi a parlare con diversi rappresentanti delle organizzazioni della società civile, si respira un certo scetticismo e molta preoccupazione di fronte alla mancanza totale di leadership politiche che rendono credibile la possibilità di assunzione di una maggiore responsabilità politica verso azioni più incisive. Sono poi inquietanti i messaggi che giungono da Paesi come Cile, Bolivia, Colombia e Brasile, dove si è inasprito il conflitto sociale a causa delle misure repressive nei confronti della popolazione. Sono gli strati più deboli che reclamano migliori condizioni di vita ed esprimono forti critiche ai rispettivi governi sempre più assoggettati alla voracità di risorse, come terre e acqua, da parte delle imprese multinazionali e di potenze straniere come Cina, Stati Uniti e la stessa Europa.

La settimana si è chiusa con un’imponente marcia per le vie di Madrid dove migliaia di persone hanno provato a manifestare la propria critica nei confronti di una politica irresponsabile e sottolineando il fatto che non si tratta più solo di un’emergenza climatica quella da affrontare ma anche e soprattutto un’emergenza sociale.

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