Voce e anima degli afroamericani: Faith Ringgold

Artista poliedrica, Faith Ringgold ha mostrato il potere dello storytelling, raccontando la propria storia e quella della comunità afroamericana. Il suo attivismo decennale le ha permesso di sfidare la percezione dell’identità nera e criticare gli stereotipi – sia di genere che razziali – tanto nella società quanto nell’arte.

Di Desirée Tripodi, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Faith Ringgold

Sono diventata femminista perché volevo aiutare le mie figlie, le altre donne e me stessa ad aspirare a qualcosa di più di un posto dietro a un brav’uomo.

La storia di Faith Ringgold, iconica artista afroamericana, inizia nel 1930 ad Harlem. Diventerà un’insegnante – in scuole pubbliche newyorkesi prima e all’Università della California dopo. Un’attivista pro-giustizia sociale, uguaglianza e libertà di parola. Un’organizzatrice di proteste contro il sistema museale americano. Un’autrice di premiati libri per bambini (vedi Tar Beach). Ma soprattutto una pioniera che ha spianato la strada ad altre artiste di colore.

Faith nasce durante la Grande Depressione e sull’onda del Rinascimento di Harlem (movimento artistico-culturale afroamericano). La madre stilista e il padre cantastorie la incoraggiano fin da piccola a coltivare la propria creatività. Lei, affetta da asma cronica, trascorre molto tempo in casa, dove impara a cucire. Ha comunque un’infanzia felice, protetta dalla famiglia e circondata da persone creative. Tra i suoi vicini c’è, ad esempio, la leggenda del jazz Duke Ellington. Nel 1950 si iscrive al college e studia educazione artistica: solo gli uomini erano infatti ammessi al programma di arti liberali.

Non puoi restare ad aspettare che qualcun altro dica chi sei. Devi scriverlo, dipingerlo e farlo. Questo è il potere di essere un artista.

Negli anni ’60 arriva la svolta. Una gallerista suggerisce a Ringgold di abbandonare la pittura tradizionale: “Si sta scatenando l’inferno e tu dipingi nature morte? Il tuo compito è raccontare la tua storia”. Apre gli occhi e si dedica ad un’arte politica: femminismo e movimento per i diritti civili. Nel 1968 manifesta contro il Whitney Museum of American Art e il MoMA per non includere abbastanza artisti di colore, specialmente donne. Cinquant’anni dopo sarà proprio il Whitney ad acquistare il quadro ispirato a quelle proteste in cui – per la prima volta – le fu rivolto un insulto razzista (Hate Is a Sin Flag).


Hate Is a Sin Flag, 2007

Nel 1970 viene invece arrestata con l’accusa di profanazione della bandiera durante una mostra (People’s Flag Show). Ha poi co-fondato numerose organizzazioni, tra cui il collettivo di artiste afroamericane Where We At.

Faith esplora diversi temi: la famiglia, la comunità e la musica jazz; la schiavitù, la discriminazione razziale e la storia americana. Nel suo repertorio ci sono poster politici, tele non stirate con bordi in tessuto (come i thangka tibetani), sculture di stoffa, performance con maschere tribali ispirate a quelle africane (Wake and Resurrection of the Bicentennial Negro).

Eppure è conosciuta soprattutto per i story quilt (trapunte narrative) degli anni ’80. Patchwork, pittura acrilica e testo scritto a mano le consentono di costruire storie e raccontare la propria versione dei fatti. Una soluzione originale al rifiuto degli editori di pubblicare la sua autobiografia (data alle stampe solo nel 1995). È un’antenata – ex schiava – a tramandare all’artista questa antica pratica. Alcuni studiosi sostengono addirittura che le trapunte contenevano messaggi in codice per la Underground Railroad: una rete segreta di percorsi e nascondigli attraverso cui i fuggitivi raggiungevano la libertà al Nord.

Who’s Afraid of Aunt Jemima?, 1983

Uno dei story quilt più famosi è Who’s Afraid of Aunt Jemima, incentrato su un’imprenditrice nera di successo. Ringgold converte un popolare personaggio pubblicitario in una donna d’affari. ‘Zia Jemima’ – stereotipo ottocentesco di una domestica in sovrappeso – era infatti il volto di uno sciroppo per pancake.

The French Collection Part I #4: Sunflower Quilting Bee at Arles, 1991

Con la serie The French Collection, di cui fa parte The Sunflower Quilting Bee at Arles, sovverte ancora le regole. Nei suoi viaggi in Europa rimane colpita dalla predominanza – in quella tradizione artistica – di uomini bianchi. Decide allora di sviluppare immagini che guardino alla cultura occidentale dalla sua prospettiva: reinterpreta i capolavori dell’arte, relega i grandi maestri al ruolo di comparse e rende protagoniste le donne afroamericane. Qui, in un campo di girasoli, c’è un illustre gruppo femminile intento a trapuntare: Van Gogh, nell’angolo, tiene in mano un vaso dei suoi fiori, tributo al loro lavoro.

The American Collection #1: We Came to America, 1997

Significativo anche We Came to America (The American Collection): una Statua della Libertà nera si staglia su un mare di schiavi: stanno annegando, mentre la nave che li ha trasportati brucia in lontananza.

Probabilmente l’opera più conosciuta di Faith è un quadro della serie American People: Die. Rievoca la celebre Guernica di Picasso, ma mette in scena le tensioni razziali di cui è stata testimone negli anni ‘60. Uomini e donne impugnano armi, sono macchiati di sangue, scappano urlando: nel frattempo, due bambini terrorizzati si abbracciano.

American People Series #20: Die, 1967

Nel giugno 2020 Ringgold dichiara al New York Times di aver perso l’ispirazione a causa della morte del marito malato e del lockdown. Ma un fatto di cronaca – l’omicidio di George Floyd – l’ha spinta a ricominciare a lavorare. Nonostante all’inizio della propria carriera abbia lottato tanto per diventare un’artista professionista ed essere riconosciuta da quel mondo, alla fine ha ottenuto moltissimi riconoscimenti prestigiosi e si è presa la rivincita di vedere le sue opere esposte nei principali musei americani.

Ringgold ha esaminato la feticizzazione delle donne nere nelle immagini visive della storia europea, l’esotizzazione delle cosiddette culture “primitive” dell’Africa e la relazione dell’ “altro” nero in contrapposizione al privilegio normativo bianco.

– Dr. Catherine Harper, Selvedge Magazine

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