La crisi delle aree di montagna

A livello globale è nelle regioni di alta montagna che si gioca probabilmente la partita più delicata dovuta all’impatto dei cambiamenti climatici e alle gravi conseguenze che ricadono sulla popolazione che vive in queste aree, stimata di ben 670 milioni di persone. Questa è una delle principali conclusioni emerse dai numerosi eventi che hanno celebrato la giornata Internazionale della Montagna dell’11 dicembre anche all’interno della COP25 di Madrid.

Di Roberto Barbiero, climatologo dell’Osservatorio Trentino sul Clima

_

I dati della situazione in corso e degli scenari attesi sono contenuti in particolare nel rapporto speciale su oceani e criosfera, prodotto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che ha dedicato uno specifico capitolo di questo studio alle regioni di montagna.

E si tratta di informazioni che descrivono uno scenario decisamente critico. Negli ultimi decenni infatti, i ghiacciai, il permafrost e la copertura nevosa hanno subito un generale declino mettendo in grave crisi queste aeree e le popolazioni che in essa vivono. E anche gli scenari futuri sono preoccupanti: i piccoli ghiacciai in Europa, Africa orientale, Ande tropicali e Indonesia sono proiettati a perdere più dell’80% dell’attuale massa glaciale entro il 2100 se le emissioni di gas serra dovessero continuare ad aumentare.

Molte sono le conseguenze anche sugli ecosistemi e sui servizi che questi garantiscono sia per le aree di montagna che per quelle di vallata scavate dai grandi bacini fluviali. Quando i ghiacciai si fondono e la copertura nevosa diminuisce le specie animali e vegetali adattate ad un clima più caldo tendono, ad esempio, a spostarsi in alto mentre le specie adattate ad un clima più freddo tendono a diminuire e a rischiare persino l’estinzione.

Le modifiche nel deflusso dei fiumi e nella stabilità dei pendii di alta montagna, associati ad eventi meteorologici sempre più estremi, contribuiscono inoltre ad aumentare le calamità naturali come inondazioni, frane e valanghe. Gli impatti sono sempre più crescenti e colpiscono le infrastrutture, i trasporti, la sicurezza alimentare e la salute ma anche importanti settori economici come il turismo, l’agricoltura e la produzione idroelettrica.

La preoccupazione maggiore tuttavia riguarda le conseguenze sulla disponibilità di risorse idriche e il loro utilizzo sia per le aree di montagna che per le regioni più a valle. Nella sola area himalayana è interessata una popolazione di circa 2 miliardi di persone! Le conseguenze sociali sono drammatiche. Nelle comunità rurali di montagna dei Paesi in via di sviluppo una persona su due deve affrontare problemi di vulnerabilità rispetto all’insicurezza alimentare. C’è stato un incremento del 12% tra il 2012 e il 2017. Nel 2017, sempre nelle comunità rurali di montagna, più di 85 milioni di persone vivono in aree remote senza possibilità di accesso ai servizi offerti nelle aree urbane. Tra il 2000 e il 2018 circa il 40% dei conflitti mondiali sono avvenuti in aree di montagna.

La mancanza di acqua e la maggiore insicurezza alimentare generano un rischio potenziale di migrazioni da queste aree che è stato definito addirittura “da incubo”. Gli abitanti delle montagne infatti abbandonano le loro case e le loro terre, per andare a vivere nelle aree urbane più a valle andando di fatto ad incrementare situazioni di grande disagio sociale ed economico. Il fenomeno crescente di spopolamento delle aree montane acuisce tuttavia le problematiche sociali locali e, di fatto, contribuisce alla perdita di culture e saperi millenari.

La problematica delle aree montane diviene così di cruciale importanza e si moltiplicano gli sforzi a livello internazionale per creare collaborazioni in grado di individuare le azioni necessarie per assicurare la piena integrazione delle aree di montagna nei processi di sviluppo nazionali pur nel rispetto delle diversità culturali. Si tiene proprio in questi giorni a Roma nella sede della FAO la riunione mondiale del Mountain Partnership. L’iniziativa intende approvare un piano di azioni, “A framework for Action”, per garantire che le aree di montagna siano integrate sia nelle politiche per il clima, previste dall’Accordo di Parigi, sia nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Si rende in particolare necessario adottare degli approcci integrati per capire gli impatti in corso e per prepararsi per i rischi in futuro, specie davanti al differente grado di esposizione delle popolazioni di montagna e al differente grado di vulnerabilità dei sistemi socioeconomici nei vari Paesi.

Un richiamo tuttavia importante che è emerso dalle discussioni alla COP25 è che per costruire la resilienza rispetto agli effetti dei cambiamenti climatici sia necessario chiamare in causa anche il rispetto delle identità culturali e il coinvolgimento delle popolazioni interessate attraverso processi partecipativi.

Si tratta infatti di tenere in conto e valorizzare i saperi locali ma anche di gestire le reazioni emotive, spesso intangibile, delle comunità rispetto alle risposte da dare ai drastici cambiamenti nel paesaggio di montagna e dei loro servizi, al fine di assicurare che le azioni da intraprendere corrispondano effettivamente alle sfide che devono essere affrontate.

Post correlato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *