I Paesi del G-20 investono nei fossili per “risanare” l’economia

Dall’inizio della crisi da Covid-19, i paesi del G20 hanno indirizzato circa 165 miliardi di dollari ai combustibili fossili, ovvero il 48% di tutto il denaro pubblico globale destinato al settore energetico. 

Di Sara Soliman, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Alla luce del disastro economico innescato dal Covid-19, il gruppo dei Paesi “industrializzati” sembra voler rimandare a data da destinarsi gli obiettivi climatici intrapresi con l’Accordo di Parigi sul clima. Sin dall’inizio della pandemia, infatti, nonostante l’enfasi posta da molti stati sulla necessità di un “green recovery” per uscire dalla crisi, i paesi del G20 stanno erogando ingenti quote di finanziamenti pubblici a favore di progetti legati ai combustibili fossili, ovvero che implicano l’utilizzo di petrolio, gas e carbone.  

Nel 2015, i governi di tutto il mondo hanno assunto impegni internazionali e approvato politiche interne per ridurre le emissioni e raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi Celsius. Tuttavia, secondo un rapporto dell’Oil Change International, da quando è stato firmato l’Accordo di Parigi i paesi del G20 hanno stanziato almeno 77 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti per progetti di petrolio, gas e carbone attraverso le loro istituzioni finanziarie pubbliche internazionali. 

In particolare, la maggior parte dei finanziamenti avviene attraverso agenzie di credito all’esportazione (ECA). Le ECA sono istituti finanziari sostenuti dal governo che forniscono prestiti, garanzie e assicurazioni allo scopo di sostenere le esportazioni di beni o servizi dal loro Paese verso i mercati esterni. In questo modo, gli investimenti fossili non rientrano nel calcolo dell’impronta di carbonio delle nazioni donatrici e l’accordo di Parigi sul clima non è formalmente disatteso.  

Per sostenere l’economia ed affrontare l’emergenza Covid-19, con la salute e il sostentamento di miliardi di persone a rischio, i governi dei paesi industrializzati stanno preparando consistenti pacchetti di salvataggio e, in particolare, stanno spendendo molto di più per sostenere i combustibili fossili rispetto all’energia a basse emissioni di carbonio.*(1)  In questo modo, gli stati intendono risanare l’economia mondiale, in ginocchio a seguito della pandemia, stabilizzando rapidamente le industrie duramente colpite, preservando posti di lavoro e prevenendo l’avanzata della recessione. Così facendo si corre però il rischio di ritardare i progressi nel cambiamento climatico, o addirittura di pregiudicarli irrimediabilmente.       

Secondo il database dell’Energy Policy Tracker, che fornisce informazioni sulle politiche governative in risposta al Covid-19 dal punto di vista climatico ed energetico, a partire dall’inizio della pandemia le economie del G20 hanno investito 165.06 miliardi di dollari a sostegno dell’energia derivante da combustibili fossili. Di questi, soltanto 26.22 miliardi sono destinati a politiche che presentano condizionalità circa il rispetto di alcuni requisiti ambientali, come la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e dell’inquinamento.  

Per contro, dall’inizio della crisi, per stimolare l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile sono stati stanziati 136.01 miliardi di dollari. Di questi, soltanto 49,76 miliardi supportano la produzione o il consumo di energia totalmente pulita, con impatti trascurabili sull’ambiente. Il rimanente ammontare di finanziamenti è dichiarato, invece, a supporto della transizione dai combustibili fossili a quelli sostenibili, ma non sono espressamente specificate adeguate salvaguardie ambientali. 

Ne rinviene, dunque, che un minor investimento è stato riservato alla transizione energetica che gli stati del G20 si sono impegnati ad attuare, a partire dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015. 

Nella fase più acuta del Covid-19, le emissioni globali giornaliere di carbonio sono diminuite del 17%, con strade e acque più pulite e meno affollate. Secondo gli economisti di tutto il mondo, il Covid-19 offre un’opportunità di investimento sui rinnovabili che consentirebbe di uscire dalla crisi economica in maniera sostenibile. Infatti, una svolta “green” genererebbe nuova occupazione e rendimenti più elevati sulla spesa pubblica, a breve e a lungo termine. 

Attualmente, tuttavia, le emissioni sono soltanto il 5% al di sotto dei livelli dello scorso anno, con il rischio che aumentino se gli stati non impongono condizionalità ambientali minime allo stanziamento dei fondi di salvataggio.   

Continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, in particolare petrolio e gas, non è compatibile con il recupero di risorse a lungo termine in quanto ciò si scontrerà inevitabilmente con gli obiettivi climatici. I governi devono ora operare una scelta: finanziare una giusta transizione dai combustibili fossili che proteggerà lavoratori e ambiente, oppure continuare a premere sugli interessi economici verso un quasi certo disastro climatico.  

*(1) Per sostenere l’economia ed affrontare l’emergenza Covid-19, i governi dei paesi industrializzati, oltre ad alcuni piani di controllo della sicurezza sanitaria, stanno preparando consistenti pacchetti di salvataggio e, in particolare, stanno investendo molto di più per sostenere i costi dei combustibili fossili rispetto a quelli dell’energia a basse emissioni di carbonio.

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