Alaska, cercatori di avventure

“Alaska, cercatori di avventure” è un film di Gabriele Carletti che ripercorre le storiche vie della caccia all’oro riprendendo la recente spedizione di Fulvio Giovannini e Maurizio Belli. Storia di scoperta intrecciata profondamente con la storia sugli effetti dei cambiamenti climatici.

Di Valeria Balestra, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Tra storia, sport e clima, “Alaska, cercatori di avventure” è il film che il regista Gabriele Carletti ha presentato al Trento Film Festival del 2020. Come anche il regista afferma quando gli si chiede da dove abbia tratto ispirazione per il suo ultimo lungometraggio, “da una parte le storie si cercano e dall’altra ti trovano”. Così, anche a questo film si intreccia la storia sugli effetti dei cambiamenti climatici. Nell’intervista al regista e giornalista RAI Gabriele Carletti parliamo del suo ultimo film e di molto altro ancora, anche del movimento Friday For Future!

Rispetto al film con cui ha esordito al Trento Film Festival nel 2017, La scelta di Quintino, la sua produzione cinematografica ha decisamente cambiato rotta. Cosa l’ha spinta a cambiare fonte di ispirazione?

“Ho conosciuto Maurizio in occasione di un sevizio realizzato nel 2018, 60° parallelo per TG2 Dossier. Inizialmente ero restio a realizzare una ricostruzione sportiva della spedizione che ha coinvolto lui in solitaria per circa 25 anni e Giovannini solo successivamente, ma approfondendo la conoscenza con Belli sono nati diversi spunti. Il nonno di Maurizio aveva infatti preso parte alla caccia all’oro di inizio novecento ed io, essendo giornalista, ero particolarmente interessato a questo fenomeno nato sostanzialmente dalla pubblicazione di una fake new sul Seattle Post nell’800, che ha spinto diverse persone, dalle Americhe all’Europa, a percorrere anche più volte al giorno questi itinerari impervi tra il Canada e l’Alaska per la febbre dell’oro. Così, ad una ricostruzione sportiva si è intrecciata anche una ricostruzione storica che non manca di richiami letterari e cinematografici, da Jack London a Charlie Chaplin. Seguendo la storica rotta dei cercatori d’oro del Klondike, si è invece intrecciato il presente, gli evidenti effetti del riscaldamento climatico, che ha impedito di rispettare la fedeltà della ricostruzione: una volta arrivati al fiume Yukon infatti, Belli e Giovannini non hanno potuto attraversarlo con la slitta, poiché ampie zone del corso d’acqua non erano più ghiacciate come erano originariamente. Vorrei che la consapevolezza che ha colto in questo momento gli avventurieri davanti agli innegabili effetti del riscaldamento globale passasse anche agli spettatori.”

Da anni lei realizza sevizi sui cambiamenti climatici. Pensa che questo sia il momento storico migliore per creare un prodotto cinematografico che sia al contempo compreso ed incisivo?

“Non penso sia il momento migliore, penso sia il momento decisivo, perché, per non dire che il tempo è già scaduto, il tempo sta decisamente per scadere. Prima del coronavirus, il dibattito era concentrato sull’utilizzo della plastica monouso, mentre oggi, giustamente, le mascherine monouso hanno eclissato l’argomento. Non ho l’arroganza di dire che con questo film la questione ambientale verrà riportata al centro dell’attenzione, ma penso che almeno possa contribuire a farlo.”

Quanto pensa che il movimento Friday For Future abbia influenzato questa nuova sensibilità ai cambiamenti climatici?

“Penso che abbia inciso tantissimo, ma purtroppo passare dalla protesta alla proposta è la parte più difficile. In realtà loro le proposte le hanno, non è facile farle passare però. L’importante è creare consapevolezza. Questo non ho detto prima: questo documentario non cambierà le sorti dell’umanità, però offrire ad ognuno di noi un mattoncino verso una maggior consapevolezza può portare a rendere più praticabile quelle proposte, che ci sono.”

Secondo lei quali rischi corre il movimento?

“Il rischio maggiore è che vengano irrisi come degli ingenui che pensano di poter modificare la struttura capitalistica attuale, il rischio di essere considerati degli utopisti che non hanno costrutto e questo sta anche a loro, ovvero cercare di avere un rapporto gradualistico, attraverso piccole proposte quotidiane che facciano capire che l’adeguamento al cambiamento climatico non porta soltanto ad una privazione, ma può offrire anche delle soluzioni che possono migliorare la nostra vita. Essere visti solo come un movimento che ci bacchetta e ci dice soltanto quello che non dobbiamo fare è un rischio.”

Lei è un giornalista appunto, come pensa che i media stiano raccontando il movimento FFF?

“Da una parte c’è secondo me nel mondo giornalistico un atteggiamento di favore verso i FFF che sconta forse una scarsa consapevolezza di quello che i Fridays sono: non soltanto un’esplosione di giovanilismo, ma una messa in dubbio di alcuni fondamenti della nostra vita. Da una parte c’è adesione emotiva, dall’altra non c’è una consapevolezza razionale di ciò che comporta ed ecco quindi il rischio. Finché coprivamo le manifestazioni c’era un’adesione, quando il movimento è diventato Block Fridays c’è stata una prima barriera. Infatti i modi in cui sono stati trattati i Fridays è stato molto più freddo. I media contano tantissimo, anche nella capacità di mobilitazione. Quando i FFF erano un movimento giovanile con capacità di incidere sulla politica piacevano. Quando invece hanno cominciato a dire che per loro il movimento ha lo scopo di ridurre il consumismo, hanno trovato una barriera. Dal momento in cui loro hanno anche molta consapevolezza della politica e di come funzionano i media, devono essere abili a far capire che stanno parlando anche alle generazioni più ricche, la classe media, opulenta e conservatrice per natura. Devono cercare di far capire che non è solo una volontà generazionale, ma che è qualcosa che incide anche sulla vita dei loro genitori.

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