Un’ode all’anno sabbatico

L’idea di anno sabbatico è antica, ma la sua percezione va rinnovata. Ecco come tu, con una singola scelta, puoi cambiare la tua vita e quella di chi ti sta intorno.

Di Michele Castrezzati, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Marco Tulio Cicerone, quando finisce gli studi di diritto a Roma, si prende un anno sabbatico. Va in Grecia, da solo, a studiare filosofia. Una volta tornato in patria inizia a scrivere, a parlare in pubblico, ad insegnare: inizia a vivere davvero. Senza quel viaggio in Grecia, non ci sarebbero oggi versioni di Cicerone da far tradurre agli studenti del liceo; e noi, di Cicerone, non avremmo mai sentito parlare.

Cicerone aveva capito due cose attualissime:

La prima è che l’idea di tempo libero è ingiustamente denigrata. Ancora oggi si guarda con sospetto a chi, invece di rimboccarsi le maniche, si prende un anno sabbatico. Cicerone aveva invece guardato al tempo libero come all’unica occasione per donare libertà al tempo.  

La seconda cosa Cicerone la scopre proprio in Grecia. Giunto alla fine della scalinata che sale verso il tempio di Apollo a Delfi, Cicerone legge, incisa nella facciata, una frase che rimarrà con lui per tutta la vita: γνῶθι σαυτόν, conosci te stesso. In tre parole Cicerone vede racchiuso il significato del suo lungo viaggio, del suo “anno sabbatico”, di tutti i rischi che si è preso, di tutte le esperienze che ha provato. Scoprire sé stessi è, ancora oggi, la tappa fondamentale nel nostro cammino, e saltandola si finisce per sopravvivere invece di vivere, per consumare invece di creare, per temere invece di affrontare. 

La libertà e l’esplorazione di sé sono i due ingredienti principali di un anno sabbatico. Ma cosa aspettarsi da una scelta del genere? Non lo si può sapere, e questa è la cosa migliore. Un anno sabbatico porta così tante possibilità di crescita che i suoi effetti non sono quantificabili, né tantomeno prevedibili. Una sola cosa è certa: il cambiamento nella tua visione di te stesso, degli altri e del mondo è radicale. 

Quando ho finito il liceo avevo voglia di fare così tante cose che non riuscivo proprio a sceglierne solo una. Ero in bilico, come tanti, tra quello che volevo e dovevo fare. E così, inaspettatamente (anche per me), ho scelto la prima opzione. Ho fatto quello che volevo fare. 

Mi sarei preso un anno sabbatico. Ho scelto di andare a studiare inglese a Singapore per sei mesi ospitato da una famiglia indù. Senza la minima idea di quello che sarebbe successo. Lo dissi a tutti e ricevetti sempre lo stesso genere di risposta: “wow, pazzesco! Ma io non lo farei mai”.

Ma perché se una cosa è a detta di tutti pazzesca, non la fa quasi nessuno?

È possibile che ci si senta paralizzati dalle tante incognite che una scelta del genere comporta, o dalle responsabilità a cui si va incontro. Mi sentivo così anch’io. Ma uno studio (le centinaia di persone come me con cui ho parlato durante il mio viaggio) dimostra che l’anno sabbatico ha un tasso di soddisfazione del 100%. Una volta partiti, non si vuole più tornare indietro. Garantito.

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Un mondo di scoperte

Il 16 settembre 2019 atterro a Singapore. Dal momento in cui esco dall’aeroporto, in me si scatena la lotta tra la parte che vorrebbe fare marcia indietro e tornare al sicuro a casa e la parte che vuole affrontare la sfida. L’umidità al 95%, la barriera linguistica, il cibo piccante che mi brucia ancora il palato (e l’assenza di posate). È una corsa ad ostacoli.

Poi faccio la conoscenza di due persone straordinarie. La prima è la padrona di casa, una signora nata a Singapore ma di origini indiane che mi tratta con la generosità di una nonna che non smette di offrire cibo al proprio nipote. L’altra è il mio nuovo compagno di stanza. Un ragazzo tedesco, lo capisco ancora prima che si presenti. Si chiama Lasse e diventerà, piano piano, un grande amico. Ne avevo proprio bisogno.

La prima settimana è un’onda immensa. Come quella di Hokusai. Sono letteralmente travolto. Nel giro di 7 giorni conosco un centinaio di persone che vengono da ogni angolo del mondo; mangio cose che non sapevo fossero commestibili; vedo luoghi che sembrano venire da un altro pianeta. È la vita, quella vera, che non mi lascia nemmeno il tempo per stupirmi della sua meraviglia. 

Nei mesi successivi il flusso di nuove esperienze non si placa. Mi succede praticamente di tutto ed emergono così lati sconosciuti di me stesso. Imparo il cinese. Faccio un viaggio in Vietnam con un tedesco, un giapponese e un norvegese. Frequento sessioni di meditazione in un monastero buddhista dove il silenzio è tale che si sentono le farfalle sbattere le ali. Come un esploratore in una terra ignota, scopro che il mondo è più grande, ricco e misterioso di quanto potessi immaginare. E così è la vita.

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A febbraio sono di nuovo all’aeroporto dove tutto è cominciato. Ho salutato i miei amici: “Passa a trovarmi quando sei dalle parti di Tokyo”, “Ti aspetto in Madagascar”, “Quando vieni in Cile ti porto a vedere i ghiacciai in Patagonia, promesso”. Nonostante io stia tornando a casa, ho il sorriso stampato sulla faccia: la scelta che ho fatto 6 mesi prima mi ha reso una persona che non avrei nemmeno immaginato di poter diventare. 

Sono all’imbarco, mi guardo intorno. Sono circondato da sogni. Si muovono a passi svelti verso il gate di partenza. Sogni che partono, sogni che tornano a casa, sogni che viaggiano. Il mondo è là fuori che aspetta che i sogni arrivino a destinazione. La vita si nasconde là, dietro una scelta coraggiosa, dietro un lungo viaggio, dietro un “lascio tutto e parto alla scoperta di me stesso”. Solo chi avrà il coraggio di esplorare il buio dell’ignoto avrà il privilegio di riscoprire la luce che si porta dentro. Non resta che partire.

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