App Immuni: tanto discreta quanto inefficace?

Una nuova app per evitare la diffusione della pandemia, sistema di exposure notifications, contact tracing e protezione dei dati personali. Qual è l’opinione dei giovani a riguardo? Quali sono i pro e quali sono i contro?   

Di Sara Soliman, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

In risposta alla richiesta da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di un maggiore contact tracing per contrastare la pandemia che ha investito l’Italia e il resto del mondo negli ultimi mesi, il governo italiano ha deciso di introdurre un’applicazione: l’app Immuni.  

Immuni è un’app per la notifica di un’eventuale esposizione a soggetti contagiati, sviluppata dal Commissario Straordinario per l’Emergenza Covid-19, in collaborazione con il Ministero della Salute e il Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione. L’app rileva il contatto avvenuto fra gli utenti che l’hanno scaricata e avverte coloro che hanno avuto un’esposizione al rischio. L’intento è quello di sconfiggere ed evitare il diffondersi del Covid-19, contribuendo alla gestione della fase 2 della pandemia. A partire da lunedì 8 giugno l’app ha cominciato ad essere testata nelle 4 regioni pilota Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia. Da lunedì 15 giugno l’app è invece operativa in ogni regione d’Italia. 

Ma vediamo nel dettaglio come funziona questo nuovo strumento tecnologico. Una volta installata da un utente, Immuni fa sì che lo smartphone emetta continuativamente un segnale Bluetooth Low Energy che include un codice casuale. Quando due utenti si incontrano, ovvero hanno un ravvicinamento, gli smartphone dei due registrano nella propria memoria il codice casuale dell’altro, tenendo quindi traccia del contatto. Se uno degli utenti, a seguito di un tampone, risulta positivo al Covid-2019 riceve dal personale sanitario un codice di 10 caratteri OTP che potrebbe attivare la segnalazione ai contatti che hanno scaricato l’app nei quattordici giorni precedenti e che sono venuti in contatto con il positivo. 

Tuttavia, nessun paziente è obbligato a scaricare l’app né a riferire che è risultato positivo al tampone. Quindi, una volta ottenuto il codice dagli operatori sanitari, il paziente positivo decide se inserire le sue chiavi crittografiche sul server di Immuni per far partire il sistema di notifiche ai contatti dei quattordici giorni precedenti e avvertirli di essere dei soggetti potenzialmente infetti. Inoltre, affinché si riceva una notifica di esposizione al rischio, il contatto fra gli utenti deve essere avvenuto a una distanza inferiore ai 2 metri per un tempo superiore ai 15 minuti.  

Abbiamo voluto ascoltare il parere dei giovani circa la funzionalità ed efficacia di Immuni. Ciò che emerge è un forte senso civico nell’intenzione di utilizzare l’applicazione ma, al contempo, poca risonanza interna e non troppa fiducia nelle sue effettive potenzialità. Per la maggior parte dei giovani, infatti, il fattore di debolezza principale è rappresentato dal fatto che il download dell’app ha base volontaria. L’efficacia dell’applicazione è, dunque, proporzionale al numero di persone che la installerà.  

Secondo Annalucia Guerra, neolaureata in Global Politics and International Relations presso l’Università di Macerata, ogni persona informata dovrebbe riconoscere l’utilità che Immuni ha per la comunità. “Con l’utilizzo dell’app entrano in gioco due elementi fondamentali dal punto di vista giuridico, ovvero il diritto alla salute e il trattamento dei dati personali. Per quanto riguarda il primo, l’installazione di questa app potrà garantire e tutelare il diritto alla salute in quanto consentirà di sapere se si è entrati in contatto con una persona infetta e perciò permetterà di adottare tutti gli accorgimenti e le misure necessarie”. Secondo lei, per quanto riguarda invece il trattamento dei dati personali, dato che l’app presenterà una serie di codici identificativi dei soggetti che la utilizzano e non le generalità personali, sarà sempre garantita la privacy. Per Guerra è quindi molto utile promuoverne la diffusione. 

Giulia Azzarone, pugliese, neolaureata in Relazioni Internazionali presso l’Università di Forlì, figlia di medici costantemente a contatto con pazienti e a forte rischio contagio, ritiene Immuni altrettanto funzionale ed utile. A suo parere, “l’applicazione contrasta la lunga e lenta prassi che prevede questionari e indagini epidemiologiche per il tracciamento dei soggetti potenzialmente contagiati”. Inoltre, quando l’ha scaricata, le sono state date una serie di informazioni su come Immuni funziona ed è stata rassicurata sulla privacy e sulla condivisione dei dati personali. 

Anche Danila, laureanda pugliese presso l’Università di Bari, tratta la questione dei dati personali affermando che non molte persone in Puglia stanno installando Immuni proprio per il timore di un’invasione della libertà personale. Contrariata, afferma: “Non capiscono che basta avere un social network come Facebook, Instagram o Whatsapp affinché i potenti del commercio abbiano i nostri dati personali e che queste sono app molto più lesive rispetto all’app Immuni. Si fanno però forti di questa scusa e non la scaricano. Io l’ho scaricata”. 

Danila riscontra, tuttavia, alcune perplessità: “L’unica pecca è che, comunque, funzionando con il bluetooth, quando arrivo a casa la spengo perché consuma batteria e quando esco mi dimentico di attivarla. Perde, quindi, un po’ la sua funzione e dubito che tutti la tengano accesa 24 ore su 24, soprattutto se si passa la maggior parte del tempo in casa con la famiglia”. Inoltre, se non scaricata da gran parte della popolazione italiana, Immuni rischia di essere totalmente inefficace. 

Jihad, studentessa presso l’Università di Bari, non ha ancora sentito la necessità di installare Immuni perché, a suo parere, i contagi non sono così alti come al Nord. Inoltre, non esce molto di casa in questo periodo, causa sessione estiva. Un parere simile emerge da Giulia, ligure, iscritta all’Università di Pisa, che non l’ha scaricata sia perché rimane per la maggior parte del tempo in casa, sia perché crede le scaricherebbe il telefono in pochissimo tempo e quindi non sarebbe molto funzionale all’obiettivo di tracciare i contatti. Per giunta, Immuni utilizza il bluetooth. La giovane crede pertanto che l’avvicinamento con il contagiato dovrà essere prolungato ed entro una certa distanza. Questo è stato confermato anche dal Ministero della Salute. Dunque, non sempre la notifica di esposizione verrà attivata, nonostante il contatto fra gli utenti. 

Per altri ragazzi, in particolare, Giulia Marangoni, marchigiana, studentessa presso l’Università di Torino, e Simone, ligure, studente all’Università di Parma, il problema sta nel comprendere come funziona l’applicazione. In effetti, poco è stato detto circa il funzionamento di Immuni e, in generale, è stato riscontrato un esiguo clamore interno. Infine, Filomena Paciullo, pugliese, studentessa presso l’Università di Ferrara, afferma che, più che un’app di contact tracing, un intervento serio sulla sanità risulterebbe certamente più proficuo. 

La funzionalità dell’app termina, infatti, con la notifica di una possibile esposizione al rischio. Gli utenti informati sulla possibilità di contagio dovrebbero auto-isolarsi e contattare quanto prima il proprio medico di medicina generale. Dico “dovrebbero” in quanto non vi è l’obbligo di recarsi presso le strutture sanitarie dichiarando di aver ricevuto l’alert e nemmeno di fare un tampone. Una persona potrebbe anche decidere di non tenere conto del risultato. Inoltre gli operatori sanitari non sanno chi sono questi contatti e non possono intervenire. 

A tal proposito, secondo il professore di metodologia e sociologia cognitiva, nonché coordinatore del Corso di dottorato in Sociologia e Ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Trento, ed esperto in new media, Giuseppe Alessandro Veltri, i motivi per cui l’app non ha avuto un grande decollo sono dovuti proprio alla mancanza di incentivi ed ulteriori funzionalità che spingano le persone a scaricare ed utilizzare effettivamente Immuni. Infatti, afferma il professore: “L’app è leggera, minimale e decentralizzata dal punto di vista del design, manca di tutto un sistema di incentivi per il suo utilizzo. A parte gli appelli pubblici, non vi è una grande motivazione per cui si dovrebbe utilizzare e, soprattutto, non ha ulteriori funzionalità rispetto ad un semplice warning che  avverte del contatto con un soggetto positivo”. 

Il professore aggiunge poi che l’app avrebbe potuto contribuire in maniera più incisiva alla gestione della crisi. Per quanto riguarda la mobilità, ad esempio, avrebbe potuto emettere segnali per il rispetto della distanza di sicurezza, oppure stimare il numero di persone che indossano la mascherina in un determinato luogo e momento. In tal caso, Immuni avrebbe potuto contribuire al contenimento della pandemia riducendo gli assembramenti. 

Quest’ultimo caso, in particolare, è stato sperimentato dall’app coreana per la gestione della mobilità in termini di riduzione delle persone negli spazi pubblici. Insomma, secondo Veltri, Immuni non aiuta a prevenire il contatto e quindi il contagio e la diffusione del virus. “L’applicazione avrebbe potuto avere una maggiore funzione preventiva rispetto ad un semplice intervento ex-post”, precisa. Dal punto di vista sociologico, aggiunge l’esperto in metodologie cognitive, l’app potrebbe addirittura produrre un effetto potenzialmente indesiderato sulla modalità di reazione ai rischi. Con l’introduzione di questo dispositivo di sicurezza, le persone, avvertendo un’ingannevole sensazione di sicurezza, potrebbero essere indotte ad assumere atteggiamenti meno attenti. Questo è stato il caso dell’introduzione di cinture e altri dispositivi di sicurezza e l’inatteso aumento dell’incoscienza alla guida, ovvero il cosiddetto effetto Peltzman.

Un’altra questione riguarda il trattamento dei dati personali. A differenza del contesto asiatico (Corea, Singapore, Cina), in Europa si è molto attenti al rispetto delle norme sulla privacy e si è meno disposti a tollerare soluzioni invasive. L’app Immuni non raccoglie dati personali che possano condurre all’identità del paziente positivo o di chi abbia avuto contatti con esso. Il tutto avviene tramite codici alfanumerici, generati casualmente e modificati diverse volte ogni ora per proteggere ulteriormente la privacy degli utenti. 

Nulla ha a che vedere con il Close Contact Detector promosso dalle autorità cinesi per contenere l’epidemia, il quale richiede l’identificazione della persona con dati personali e segnale GPS. Immuni è differente. Seguendo il modello occidentale, come afferma Veltri, ha un design decentralizzato, poco invasivo, che utilizza il bluetooth, piuttosto che il segnale di geolocalizzazione, per il tracciamento. Queste caratteristiche rispettano il diritto alla protezione dei dati personali ma rendono Immuni un’applicazione “debole”. Secondo l’esperto in new media, infatti, una maggiore raccolta di dati personali e dunque un’applicazione maggiormente aggressiva, dato il contesto e la straordinarietà della situazione pandemica, sarebbe stata addirittura giustificata. Inoltre, i dati di geolocalizzazione ricoprono una grande importanza nell’individuazione di focolai e nella gestione e blocco della pandemia.  

I pareri emersi risultano, dunque, discordanti ma tutto sembra dipendere dall’ammontare di persone che scaricherà l’app. Con un boom di download, Immuni potrebbe acquisire risonanza interna ed autorevolezza. Tuttavia, anche se la diffusione di Immuni fosse limitata, l’app potrà comunque contribuire a rallentare l’epidemia e ad accelerare il ritorno ad una nuova normalità. Non bisogna dimenticare gli aspetti positivi dell’applicazione tra cui: l’automatizzazione del tracciamento dei contatti e dei contagi, la selezione delle persone sulla quale eseguire tamponi così da ridurre gli sprechi dei test a campione, ecc. Questo rallentamento nella diffusione del Covid-19, anche se minimo, ridurrà la pressione sul sistema sanitario nazionale, permettendo a più pazienti di ricevere le cure appropriate. Nel frattempo, la ricerca scientifica avanzerà verso un possibile vaccino. In ogni caso, Immuni rimane un’applicazione scaricabile volontariamente. Il debellamento del virus fa dunque affidamento sul senso civico comune.  

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