Background with flag of United Nations

Una settimana da Ambasciatore

Immagina di diventare, all’improvviso, Ambasciatore. Ti svegli la mattina e appena dopo colazione ti ritrovi a discutere di disarmo nucleare con un russo. O di sicurezza internazionale con un sudafricano. Questo è quello che è successo a me, partecipando alla prima simulazione virtuale dei lavori dell’ONU. Ecco com’è andata ed ecco perché anche tu, prima o poi, dovresti lanciarti in un’esperienza simile.

Di Michele Castrezzati, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile 

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Organizzazione delle Nazioni Unite: suona bene. Siamo la prima specie in millenni di vita terrestre a costruire qualcosa di più grande di se stessa, di super partes. L’ONU è venuta al mondo nel momento più buio della storia umana; da semplice pacificatrice si è trasformata in uno degli organismi più potenti del pianeta, capace di cambiare la vita di tutti gli uomini, nessuno escluso. 

Mentre ogni stato si identifica nella propria bandiera non solo per unirsi al suo interno, ma anche per distinguersi dagli altri, la bandiera dell’ONU ha il solo scopo di far spazio a tutti. Nessuno è lasciato indietro, niente è al di fuori. 

L’uomo è l’unica specie in grado di credere a ciò che non vede. Nessun primate scambierebbe mai una banana per una banconota da 100 dollari, semplicemente perché non crede che quei 100 dollari, andando in un supermercato, gli porterebbero centinaia di banane. E così come il denaro o i supermercati sono invenzioni dell’uomo, anche l’ONU è un’idea, non tangibile, a cui nessun primate crederebbe, ma a cui noi ci affidiamo ciecamente. L’ONU, con gli ideali che si porta dietro, richiede che gli uomini abbiano fede in qualcosa di più grande. E così la sua bandiera, da semplice pezzo di stoffa, si trasforma nell’insieme dei fili che ci tengono legati l’un l’altro per la sola fortuna di essere uomini.

Foto di cwmun.org

Da 10 anni, migliaia di ragazzi di tutto il mondo si incontrano a New York per simulare le sedute nel Palazzo di Vetro. Quest’anno, causa pandemia, gli incontri si sono svolti online. Il Change The World Model UN (questo il nome del programma) è diventato CWMUN Virtual. Certamente non è stata la stessa cosa: l’emozione di parlare sul palco dove sono saliti i leader più carismatici della storia non può essere rimpiazzata da un computer. Eppure, dal mio salotto di casa, ho avuto l’opportunità di discutere, dibattere, incontrare, conoscere, provare qualcosa di nuovo.

Era aprile, e la quarantena mi imponeva di cercare nuove opportunità, occasioni di novità nella monotonia di quei giorni. Sono andato sul sito di Associazione Diplomatici Italiani e, un paio di click e un video colloquio dopo, ero ammesso. La prima settimana di giugno avrei discusso insieme ad altri 700 studenti di tutto il mondo dei temi caldi che l’ONU si trova ad affrontare, cercando di proporre soluzioni. Non avevo idea né di cosa sarebbe successo, né di cosa facesse un Ambasciatore. Ma era una nuova sfida e spesso le migliori opportunità di crescita si trovano in ciò che non conosciamo.

Il 7 giugno, alle 10 del mattino, apro il link per partecipare alla prima sessione. Mi ritrovo sullo schermo 20 facce spaventate che si squadrano l’una con l’altra senza sapere cosa dire. È bello notare come l’imbarazzo sia un sentimento universale. Su quello schermo ci sono occhi a mandorla e occhi azzurri, capelli biondi, rossi e neri, pelli di tutti i colori. E tutti aspettano qualcosa, tutti con la stessa espressione. Finalmente qualcosa arriva: il nostro moderatore, delegato dell’Associazione Diplomatici Italiani, che ci dà il buongiorno con un sorriso. Un sorriso fa lo stesso effetto a tutti, che tu sia giapponese o brasiliano. Così il ghiaccio si rompe e parte la carrellata di saluti da tutto il mondo, in un inglese dai mille accenti diversi. Dopo le presentazioni ci vengono assegnati gli Stati che andremo a rappresentare. Divento all’improvviso ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Da lì in poi succede tutto velocemente. Dopo la presentazione dell’argomento della sessione, sta a noi delegati dibattere e trovare una soluzione. Parliamo del problema della sicurezza delle forze militari dell’ONU, i “caschi blu”, nei Paesi più colpiti dalla pandemia. Le regole sono due: 

1. Stay in character: tutti noi dobbiamo attenerci alla posizione dello stato che rappresentiamo, senza mettere di mezzo le nostre opinioni politiche. In sostanza io, rappresentando gli USA, devo essere il fedele portavoce delle idee di Donald Trump: un’impresa;

2. Formalità: non ci si interrompe, il tempo di ogni intervento è limitato, ci si deve rivolgere agli altri delegati e al presidente con le solenni formule del Palazzo di Vetro. Bisogna farci l’abitudine, ma tutto ciò rende la simulazione molto più realistica e perciò eccitante.

A suon di frecciatine faccio subito conoscenza del ragazzo che rappresenta la Cina, uno studente sudafricano. Il principio dello stay in character ci impone di litigare continuamente su tutto, un po’ come farebbero Xi Jinping e Trump se fossero loro ad essere nella stessa videochiamata. Lui mi rimprovera l’aver ritirato i fondi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, io gli rimprovero la stretta su Hong Kong in un momento così complicato per tutti. Nonostante la “divisione politica” diventiamo buoni amici e iniziamo a conoscerci anche al di fuori delle sessioni del CWMUN. Adesso, parole sue, ho una casa in Sudafrica nel caso mi capitasse di passare di là. E lui ne ha una qui in Italia, ovviamente. 

Nei giorni successivi iniziamo a lavorare alla stesura di una Draft Resolution. Si tratta una proposta di misure per garantire l’efficacia delle truppe pacificatrici dell’ONU nelle zone colpite dall’epidemia. Dopodiché il dibattito verte sulla bassa percentuale di donne rappresentate nelle forze del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E così le voci di giovani ragazzi da tutto il mondo si uniscono nell’unico grande coro dell’uguaglianza di genere. 

Di discussione in discussione impariamo a lavorare in gruppo, individuare problemi, trovare soluzioni. Capiamo più a fondo come agisce l’ONU e perché le sue decisioni sono così fondamentali. Da ignari osservatori diventiamo parte attiva, consapevoli di quello che accade nel mondo intorno a noi.

Impariamo anche a conoscerci meglio. Le barriere linguistiche e culturali che potrebbero dividerci si frantumano e proprio da quelle macerie nasce la gioia dell’incontro, la ricchezza della diversità. Ci guardiamo reciprocamente negli occhi. Occhi che non portano con sé nessuna divisione, nessun nero o bianco, nessun ricco o povero, ma solo tolleranza e curiosità umana. Costruiamo amicizie virtuali che ci legano a paesi lontani e chissà come sarà un giorno, magari durante un lungo viaggio, incontrarsi finalmente di persona.

Foto di cwmun.org

A luglio ci sarà il prossimo Change The World Model UN, questa volta in presenza, a New York. Vi parteciperanno centinaia di studenti da tutto il mondo e ospiti del calibro di Bill Clinton. Questo è il link, se vuoi dare un’occhiata: https://www.cwmun.org/. Un altro canale particolarmente utile è il sito di Eurodesk. Tra progetti di volontariato, concorsi o stage all’estero, lì si trovano centinaia di opportunità, tutte con l’obiettivo condiviso di costruire un’idea di Europa sempre più innovativa, giovane e aperta: un’Europa un po’ più simile a noi. 

Tutti noi desideriamo sentirci parte di qualcosa di più grande. La buona notizia è che lo siamo. Siamo esseri umani ed è racchiuso nel nostro DNA il desiderio di conoscerci, esplorare, collaborare. Esperienze come quella di cui vi ho parlato ci regalano l’opportunità di riscoprirci cittadini del mondo. Un mondo che è lo stesso per tutti e che per questo avrà sempre più bisogno di apertura e tolleranza.

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