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Servizio Civile Ambientale: un’opportunità da rendere concreta

Finanziare con i fondi del piano Next Generation Eu il lancio del Servizio Civile Ambientale per gli under 35. È questa la proposta con cui, in un appello al presidente del consiglio Mario Draghi e al ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, il gruppo FacciamoECO ha mosso i suoi primi passi.

Di Irene Trombini, articolista di AlterThink*

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FacciamoECO, fondato a inizio marzo dai parlamentari del gruppo misto Rossella Muroni, Alessandro Fusacchia, Lorenzo Fioramonti, Andrea Cecconi e Antonio Lombardo in collaborazione con i Verdi italiani ed europei, che riporta in Parlamento dopo anni, suggerisce una rilettura del Servizio Civile in chiave di tutela del territorio e cura dell’ambiente. La proposta prevede di investire parte dei fondi del Recovery Fund Italiano destinati a “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica” (nelle bozze si parla di quasi 70 miliardi) «per piantumare vaste aree del Paese – al fine di ridurre le emissioni climalteranti nette – e contrastare il dissesto idrogeologico e l’inquinamento nelle aree del demanio – con la finalità d’incrementare la resilienza degli ecosistemi al cambiamento climatico».

L’idea presumibilmente nasce dall’esperienza di Rossella Muroni come presidente di Legambiente, realtà che negli scorsi anni si è impegnata come soggetto attuatore di numerosi progetti di Servizio Civile (27 quelli proposti nel bando 2021), declinandoli secondo la sua missione. Un bell’esempio di promozione di buone pratiche quindi, quello di FacciamoECO, che con spirito di iniziativa le condivide e le immagina in un quadro più ampio, senza paura di ispirarsi anche a progetti epocali. L’ambizione infatti è quella di seguire le orme del New Deal che negli anni 30 portò tre milioni di giovani a “militare” nell’”armata degli alberi di Roosevelt” piantumando vaste aree degli Stati Uniti per prevenire gli effetti delle precipitazioni sui suoli.

Accolta positivamente dal Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, che promette di valutare le modalità di inserimento nel Pnrr, la proposta merita sicuramente attenzione per la capacità di coniugare la vocazione ambientalista di molti ragazzi a due grandi problemi irrisolti del nostro paese: la disoccupazione under 30 e la fragilità del nostro territorio. Commenta così il ministro: «Credo possa essere una valida occasione formativa e lavorativa per i giovani, un percorso professionalizzante per prepararli alle future sfide della transizione ecologica», sottolineando anche l’importanza del progetto per il potenziale di coinvolgimento dei giovani nell’attuazione delle politiche green che sono il tema centrale della loro richiesta di ascolto.

La tutela dell’ambiente (dalla mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico fino alla bonifica di zone contaminate e alla riduzione dell’utilizzo del suolo) si sta lentamente inserendo nell’agenda amministrativa, come dimostra la (difficile) genesi del Piano Nazionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico (PNACC), ora giunto in fase di valutazione, ed è giusto che per raggiungere gli obiettivi si incentivi la partecipazione dei giovani.

La proposta inoltre potrebbe essere l’occasione per richiamare l’attenzione e dare maggiore dignità al Servizio Civile, che in altri paesi europei, molto più che in Italia, è considerato come un’esperienza formativa fondamentale della persona, alla quale viene riconosciuto un valore aggiunto sia in campo lavorativo che accademico per aver scelto attivamente di mettersi al servizio della comunità. Se questo tipo di lavoro, come auspica FacciamoECO, sarà capace di portare un cambiamento tangibile a livello territoriale e sarà retribuito dignitosamente, potrebbe portare a una maggiore fiducia nelle istituzioni e nella capacità della politica di investire per il futuro, accogliendo le istanze che i giovani hanno imparato a rivendicare. Questo però a due condizioni: un sufficiente coinvolgimento delle associazioni e delle nuove generazioni, non solo nell’attuazione ma anche nell’ideazione dei programmi di Servizio Civile Ambientale, e la traduzione in concreto della proposta con progetti numerosi e diversificati a livello territoriale.

Riguardo alla prima è fondamentale interfacciarsi con le associazioni ambientaliste non solo per trarre vantaggio dall’esperienza decennale e dalla presenza sul territorio di quelle di lunga data. L’obiettivo principale dovrebbe essere quello di fare rete con quei movimenti, come ad esempio Fridays for Future o Extinction Rebellion che sono punti di riferimento per ragazzi anche giovanissimi, sempre più sensibili a temi relativi al cambiamento climatico.


Nei fatti, la vicinanza tra il mondo del Servizio Civile e quello delle associazioni si è avuta già negli scorsi anni con l’endorsement e la partecipazione dei volontari agli scioperi per il clima indetti da Fridays for Future, ma lo spazio per la collaborazione è ancora molto. All’atto pratico, le associazioni giovanili potrebbero collaborare innanzitutto per la parte relativa alla formazione, che già oggi è la prima tappa per i ragazzi che iniziano l’esperienza del Servizio Civile, mettendo in campo modi innovativi di comunicare per svecchiare la narrativa in materia di tutela dell’ambiente. In più, potrebbero essere soggetti attivi nell’ideazione e nella promozione di nuovi programmi di intervento. In questo modo il Servizio Civile Ambientale si configurerebbe come un’opportunità di passaggio dalla sensibilizzazione all’azione sotto forma di progetto, che coinvolge oltre che informare, avvicinando i giovani a quello che non è altro che agire politico nel suo significato primigenio.

Riguardo alla seconda condizione è bene notare che, oltre al coordinamento e al monitoraggio a livello nazionale, proposto da FacciamoECO, il passo veramente decisivo per rendere la proposta attuabile concretamente sta nell’investire per la creazione di una struttura a livello territoriale, deputata in primo luogo all’implementazione, e successivamente al monitoraggio dei progetti di Servizio Civile Ambientale. Una proposta anche valida rischia infatti di risultare vuota se mancano i progetti e la rete che serve per porli in atto e i finanziamenti rimangono solo una voce del bilancio. Ad oggi poche città italiane, tra cui notoriamente Milano, hanno un team di esperti, o quantomeno, hanno indicato una figura di riferimento per la tutela dell’ambiente e del territorio. La conseguenza di questo ritardo è che il recepimento delle linee guida di progetti nazionali, come quelle del PNACC, è affidato spesso a consulenti esterni e l’attuazione di queste alla speranza.

Il rischio di investire fondi con il solo risultato, ancora una volta, di riempirsi la bocca di belle parole rimandando al futuro l’azione concreta è elevato. Senza contare gli effetti negativi di quello che apparirebbe come greenwashing sulla già poca fiducia delle nuove generazioni nella capacità della politica di fare ciò che è necessario: cambiare le cose, e in fretta.

*articolo pubblicato originariamente sul blog di alterthink.it, scritto e gestito da ragazzi nel quale poter trovare articoli e riflessioni, ampie e ristrette, sul presente, sul passato e sul futuro.

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