L’utilità dell’inutile: riscoprirci umani, riscoprirci uguali – parte 1

di Chiara Pizzulli e Chiara Taiariol, articoliste dell’Agenzia di Stampa Giovanile

L’umanità ha visto nella sua evoluzione il permutare non solo di abitudini, costumi, mode e ideologie, ma anche linguaggi, modi di intendere, del senso stesso delle parole. Da qui inizia il nostro viaggio, questo intricato e singolare percorso. Parte dal significato di uno dei termini più proferiti, di uno dei temi più nevralgici dei nostri tempi: “scuola”.

Oggigiorno, con tale termine, si designano miriadi di concetti. Scuola è un diritto, scuola è un dovere, scuola è un’istituzione sociale. Ma da dove nasce il lemma? Non ci sorprenderà sapere che l’etimologia di “scuola” deriva dal greco scholè. Ciò che potrebbe, invece, stupirci è sapere che andare a scuola nel V secolo a.C. significava trascorrere il tempo libero dedicandosi a far le cose amate, tra le quali lo studio, inteso come passione, brama del sapere.

A sua volta, il termine scholè si rifà al verbo echein cioè “avere”: la scuola infatti conduceva alla scoperta di sé stessi, a possedere una propria identità, alla consapevolezza non solo di ciò che si ha, ma anche di ciò che si è. La scholè presupponeva il senso del cammino: grazie alla filosofia, all’arte, alla musica, alla letteratura, l’uomo greco si rendeva consapevole dei grandi pilastri della cultura, dell’educazione, della società, in altre parole imparava a stare al mondo. L’equivalente latino del termine scholè era otium, cioè il tempo della libertà, si identificava nell’esatto istante in cui l’uomo innalzava il suo sguardo al cielo per contemplare la perfezione degli astri.

Gli antichi credevano che non fosse il lavoro a nobilitare l’uomo, in quanto risposta ad esigenze biologiche e naturali, bensì la contemplazione della natura, la coltivazione di tutto ciò che c’è di più umano nell’uomo.

Tutto ciò risulta paradossale se comparato a quello che noi oggi intendiamo per scuola e soprattutto al fine ultimo che designiamo ad essa. Frequentare un ambiente scolastico implica lo sviluppo delle capacità che più che per il presente, risulteranno utili per il futuro, quelle abilità che un giorno serviranno nell’ambito lavorativo. In altre parole, si va a scuola perché si deve, non sempre perché si vuole. La scuola è utile per lavorare, lavorare è utile per permettere alla società di “evolversi”, “avanzare”. Questo ha permesso una svalutazione delle materie umanistiche, ritenute dai molti “non utili”, non indispensabili. Stiamo vivendo ad alta velocità, superando limiti, sperimentando, inventando, costruendo, permettendo però la crisi di tutte quelle materie “superflue”.

“Toglietemi tutto, ma non il superfluo”, O. Wilde.

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