Didattica a distanza: quale diritto allo studio?

La scuola per chi? La didattica a distanza ha consentito di garantire l’istruzione dei ragazzi e delle ragazze anche durante il coronavirus. Ma per alcune categorie si è rivelata una pratica discriminante che rischia di acuire un divario già presente in società.

Di Eleonora Forti, articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile

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Il dibattito sulle modalità di fare scuola, iniziato nei primissimi giorni di chiusura delle attività dovuta al coronavirus, è ancora molto acceso. La maggior parte degli istituti scolastici italiani, dalle primarie alle secondarie di secondo grado, ha utilizzato strumenti e piattaforme per l’insegnamento a distanza. L’aspetto positivo di questa sperimentazione è che l’educazione italiana uscirà dall’epidemia con una nuova consapevolezza sugli strumenti digitali utili alla didattica, che sperabilmente continueranno ad essere utilizzati. 

Dall’altra parte, è stato evidenziato come la didattica a distanza possa discriminare i ragazzi, peggiorando la formazione di quelli appartenenti alle fasce economico-sociali più vulnerabili, quelli con disabilità e i non italofoni o migranti.

L’accesso impari alle risorse digitali

Secondo i dati dell’Istat relativi al biennio 2018-2019, ad avere una connessione internet è quasi la totalità delle famiglie con un minore, il 95,1%. Tuttavia, l’Istat evidenzia anche che, sebbene le famiglie con almeno un minore che hanno un computer siano circa l’85,7%, il 42,7% di queste ha un solo computer in casa: che potrebbe dunque servire ad uno o ad entrambi genitori per lavorare da casa, o ad altri fratelli e sorelle, o ancora non avere una buona connessione. 

Di fatto, gli studenti che hanno reale e semplice accesso alla didattica online sono molti meno rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. La distribuzione dei dispositivi fondamentali per la didattica a distanza, inoltre, segue le disuguaglianze economiche generali del Paese. Nel sud Italia, infatti, un quinto dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni (470 mila ragazzi!) non ha un computer in casa, e solo il 6,1% delle famiglie ha un computer per ogni componente. È evidente come l’accesso alle risorse digitali sia fortemente impari per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate, che si trovano, in questo periodo, a dover fronteggiare anche una flessione economica, e un rischio di disoccupazione maggiore delle altre famiglie.

Studenti e studentesse con disabilità

La situazione non è buona nemmeno per gli studenti con disabilità, che sono il 3,3% degli iscritti, cioè circa 248.000 studenti. [Qui la situazione complessiva degli alunni con disabilità riferita al biennio 2018-2019]. Gli educandi con bisogni speciali hanno infatti subito maggiormente gli effetti della chiusura delle scuole, con il venir meno dell’assistenza personale, degli strumenti didattici adeguati ai loro bisogni e la sparizione delle occasioni di socialità con i loro pari. 

Secondo i risultati del Questionario Dad e inclusione scolastica alunni con disabilità, rivolto ai docenti e realizzato dal 7/4 al 15/04/2020 dall’Università di Bolzano, l’Università Lumsa, l’Università di Trento e Fondazione Agnelli, la didattica online si è rivelata inefficace per il 26,2% degli studenti con disabilità, mentre non era nemmeno ipotizzabile nel 10,3% dei casi. Inoltre, l’assistenza ai propri figli è ricaduta in gran parte sulle spalle delle famiglie, che devono sobbarcarsi anche ulteriori impatti negativi che questa chiusura ha avuto sui loro ragazzi, come la perdita di autonomia o disturbi comportamentali.

Alunni non italofoni o migranti

Anche per i ragazzi non italofoni o con una storia di immigrazione la didattica a distanza presenta serie problematiche. Da una parte, i ragazzi delle famiglie più povere hanno difficoltà nell’accesso ai dispositivi necessari alla didattica a distanza, come sottolineato poco sopra. Dall’altra, qualora l’accesso fosse garantito, si pone il problema della reale efficacia di questo strumento didattico, con lezioni frontali in remoto che si svolgono principalmente in italiano, e le mancate occasioni di socialità necessarie per il sereno sviluppo del ragazzo e la sua integrazione. Paola Toniolo Piva, coordinatrice della Rete Scuolemigranti, ha scritto una lettera ai dirigenti delle scuole del Lazio, in cui sottolineava l’importanza di “istituire un laboratorio di lingua italiana in presenza, utilizzando l’organico funzionale di Istituto” e “stipulare intese con associazioni locali che godono la fiducia delle comunità migranti, per aiutare genitori e allievi”. Soprattutto, ha sottolineato come la garanzia del diritto allo studio per gli studenti stranieri sia al momento affidata alla buona volontà e all’iniziativa di singoli docenti, senza supporto o direttive specifiche da parte di istituti e politica.

Quale diritto all’istruzione?

Emerge quindi un quadro scolastico in cui, nell’emergenza, ad essere ulteriormente svantaggiati sono proprio gli studenti con maggiori fragilità. La disuguaglianza nell’accesso ai dispositivi elettronici e alle risorse online, la mancanza di percorsi di didattica alternativa, attenta ai bisogni specifici degli alunni, nega di fatto il diritto all’istruzione di questi ragazzi. A colmare le lacune nel sistema didattico sono i genitori, gli insegnanti di sostegno e le associazioni di volontariato, privi però di sostegno finanziario e direttive specifiche da parte degli organi competenti. In questo momento di crisi, sono molti i soggetti che, ruotando attorno al mondo dell’istruzione, auspicano una più efficace e attenta gestione da parte delle istituzioni scolastiche e governative.

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