Leila Rocha: la voce dei Guarani a Trento

di Carlotta Zaccarelli  articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile
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nterprete: Veronica Risatti
Foto di Guilherme Cavalli/Cimi

Il 6 ottobre si è aperto il Sinodo dell’Amazzonia voluto da Papa Francesco. Quest’assemblea religiosa ha un duplice scopo. Da una parte, capire come evangelizzare quelle persone spesso dimenticate dalla Chiesa perché vivono in luoghi poco accessibili della foresta amazzonica. Dall’altra, cercare una via per applicare un’ “ecologia integrale”, ossia per generare un cambiamento in tutti gli aspetti della vita collettiva e individuale tale da contrastare l’attuale crisi ambientale.

Un ruolo importante in entrambe le situazioni è affidato alle donne: il Pontefice ha sottolineato più volte come siano le figure femminili ad animare la vita parrocchiale e sociale delle comunità amazzoniche. Va aggiunto, e merita di essere sottolineato, che molte delle più importanti lotte per la salvaguardia della maggiore risorsa ecologica della Terra e la difesa dei popoli che in essa vivono sono affidate alle donne, che mettono in questo gioco perverso tutte le loro energie fisiche e spirituali.

Ecco, Leila Rocha è una di queste donne. E la sua voce una forma di quelle energie fisiche e spirituali. Perché i Guarani Ñandeva, popolo nativo amazzonico di cui Leila è membro, crede che l’anima risieda nella voce: ascoltare le parole di un indigeno guarani è entrare in contatto con la sua parte più spontanea e sincera, più vitale. È triste quindi che la storia di Leila parli di disperazione e morte.

L’Amazzonia è soggetta a pratiche di disboscamento feroce, la più evidente delle quali (ma non l’unica) è l’incendio della selva. Il Governo Bolsonaro ha consegnato il Ministero dell’Agricoltura in mano a un rappresentante degli interessi dei grandi latifondisti. Quello stesso Ministero deve decidere i limiti delle aree protette in cui vivono gli indigeni, che in quelle aree protette hanno le terre dei loro antenati – la loro memoria e la loro eredità. Il Presidente ha poi facilitato l’uso delle armi da fuoco in tutto il territorio nazionale e ha portato avanti un discorso di odio e razzismo contro i popoli originari del Brasile.

Leila, ci presenta il suo popolo e la situazione che sta vivendo in questo periodo così difficile?
Mi chiamo Leila Rocha, vengo dal Mato Grosso del Sud e sono un’indigena Guarani Ñandeva. Rappresento in realtà due etnie Guarani, Ñandeva e Kaoiwá. Rappresento anche il Consiglio delle donne indigene guarani. La mia comunità, Ivy Katu, è situata nelle terre dei nostri antenati. E proprio per questo, perché è stata la casa dei nostri predecessori, stiamo occupando un’area di frontiera tra Brasile e Paraguay. Siamo il popolo della resistenza contro il governo Bolsonaro, che sta uccidendo noi e la nostra terra.

Il Mato Grosso del Sud è lo Stato brasiliano che detiene il record di incendi divampati nella foresta amazzonica durante l’ultimo anno. È uno degli Stati in cui il disboscamento illegale, che significa anche taglio degli alberi per sfruttare il legname e conversione delle zone deforestate in grandi colture o pascoli, avanza in modo più rapido. Cosa sta succedendo nei vostri territori?
Nella mia zona non ci sono tanto incendi quanto taglio di alberi da parte dei grandi latifondisti. I fazendeiros (proprietari di terra) avvelenano la nostra terra, le nostre acque, il nostro suolo. E sul cimitero dove riposano i nostri antenati, nella terra piena del sangue del nostro popolo che resiste alle loro minacce, piantano soia, mais e canna da zucchero.

Deforestare l’Amazzonia significa mettere a rischio non solo la vita, ma anche la cultura dei popoli nativi che ci abitano. Qual è il cambiamento maggiore con cui i Guarani devono confrontarsi?
Siamo nativi, seguiamo forme di vita tradizionali che hanno assicurato la nostra sopravvivenza e il nostro benessere per secoli. Al momento, a causa dell’avvelenamento dell’acqua e del suolo, non riusciamo più a coltivare o trovare le piante medicinali che usiamo per curarci. Quindi la cosa più compromessa è la nostra salute.

In quanto portavoce del suo popolo, i Guarani Ñandeva e Kaiowá, che responsabilità sente o ha a livello personale?
Sono rappresentante del mio popolo e sono qui per raccontare la nostra situazione, che è tragica: abbiamo un alto tasso di suicidi e omicidi causati da attacchi con armi da fuoco. Non vogliamo lasciare le nostre terre: a causa del dislocamento forzato, molti si tolgono la vita impiccandosi. E, se rimaniamo, ci aggrediscono e uccidono. (Circa il 45% degli indigeni uccisi in Brasile sono Guarani). Tre anni fa, una decina di mezzi armati dei sicari assoldati dai latifondisti ha assaltato e ammazzato un nostro leader. (Si riferisce al massacro di Caarapó, in cui circa 200 cammionette trasportanti mitragliatrici e uomini armati hanno assaltato una comunità guaranì kaoiwá in resistenza). Il Governo brasiliano non fa nulla, non rispetta gli indigeni e le nostre forme di vita tradizionali. Ci getta ai lati della strada, dopo averci espulso dalle nostre terre originarie. Sopravviviamo grazie agli spiriti dei nostri antenati: siamo connessi agli spiriti dei nostri nonni e bisnonni e, attraverso loro, riusciamo a resistere in queste condizioni.
Per me è molto difficile assistere a questa situazione. Sono testimone di questa mattanza, le persone muoiono di fronte a casa mia…

Quali sono invece le nostre responsabilità, quelle della società civile europea?
Sono qui per chiedere aiuto perché non voglio più vedere il mio popolo ucciso con le armi da fuoco. Noi indigeni non abbiamo mezzi per difenderci, non abbiamo i soldi per comprare le armi e non abbiamo luoghi dove andare a denunciare i crimini commessi contro di noi. Le autorità sono conniventi con chi ci uccide. Il governo Bolsonaro ha liberalizzato l’uso delle armi anche per facilitare le operazioni violente che i grandi latifondisti conducono contro di noi: ha liberalizzato l’uso delle armi per legittimare l’omicidi degli indigeni nel Mato Grosso del Sud.
Vi chiedo aiuto per denunciare il governo affinché si rispettino i diritti degli indigeni e la nostra esistenza. Stiamo morendo, nel Mato Grosso del Sud. Anche perché siamo lontani dalle nostre terre natali. Chiediamo che la nostra terra torni a vivere. Ora è morta a causa dei veleni e del disboscamento. Amiamo la nostra terra, la amiamo davvero molto, e tutto ciò che desideriamo è tornarvi per piantare anche solo un albero che resti in piedi.

Non è una risposta diretta alla domanda: Leila non attribuisce colpe, preferisce essere rispettosa. Prima di iniziare a parlare, ride e si copre il viso con la mano. Confessa che si vergogna a parlare di responsabilità dell’Europa. Però questa responsabilità esiste e ha avuto (continua ad avere) conseguenze inquietanti.

La soia, il mais, lo zucchero e le carni prodotte nelle terre natali degli indigeni brasiliani sono destinate, spesso per la maggior parte, al mercato occidentale. I trecentocinque popoli nativi e agli sessantasette popoli liberi (cioè incontattati) che abitano il Brasile hanno a loro disposizione circa il 13% del territorio nazionale. Di esso, il 98,8% è nell’Amazzonia che sta morendo a causa dell’irresponsabilità e dell’ingordigia di un sistema di cui le società occidentali sono i promotori principali.

I popoli muoiono con lei, la loro cultura muore con lei. La biodiversità custodita dalla foresta muore. In Amazzonia ci sono infatti circa ottantamila specie vegetali, delle quali circa quarantamila contribuiscono in modo determinante a regolare il clima e il ciclo dell’acqua a livello globale. Il 60% circa dell’Amazzonia si trova in Brasile: se il Brasile continua a bruciare, tagliare, avvelenare le piante pluviali, provocherà un ulteriore grave dissesto alla situazione climatica mondiale. Senza contare che dove alberi e sottobosco non crescono più ci sono campi coltivati e pascoli, legati a un’industria (quella alimentare) che è tra i primi responsabili di emissioni di CO2. Nemmeno noi, seppur lontani, scampiamo agli effetti del cambiamento climatico prodotto in questa regione del Pianeta.

Ma al di là dei sinodi pastorali, dei dati demografico-catastali e delle verità scientifiche, è giusto e doveroso considerare il diritto-dovere morale di sostenere chi chiede aiuto. È giusto e doveroso reagire a quello che le parole di chi è in difficoltà come Leila e il suo popolo non raccontano – per rispetto, forse per paura, sicuramente per umanità. E cioè: noi stiamo consumando il genocidio fisico e culturale dei popoli nativi di una terra oggi chiamata Brasile.

Basta.

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