La montagna italiana senza neve

Sabato 28 Novembre 2020, Fa’ la cosa giusta! Milano ha presentato un dibattito online sulla questione delle montagne italiane in rapporto al cambiamento climatico. Diversi esperti sono stati concordi nel ribadire la necessità di un cambio di rotta: il turismo sciistico non è compatibile con l’ecosistema montano nell’epoca del riscaldamento globale.

Di Emanuela Ferracane e Michele Castrezzati, partecipanti al progetto Agenzia di Stampa Giovanile: comunicare l’emergenza climatica, co-finanziato dal PGZ Trento Arcimaga 2020.

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Nel 2017, uno studio riportato dal Scientific American ha predetto che entro 80 anni la copertura nevosa dell’arco alpino si sarà ridotta del 60%.

Nella lunga catena di conseguenze del riscaldamento globale rientra anche la riduzione drastica del manto nevoso sulle nostre montagne. Questo ha effetti catastrofici sia sull’ambiente montano, sia sulla gente che lo abita. È proprio su questo punto che il dibattito di Fa’ la cosa giusta! si è voluto concentrare, andando a guardare da vicino il legame tra la dimensione globale dei cambiamenti climatici e quella locale delle comunità montane.

La neve ha serie conseguenze sulla nostra società. Innumerevoli città e paesi dipendono dalle nevicate, perché la loro economia si basa quasi esclusivamente sul turismo sciistico. La neve non determina semplicemente l’equilibrio geologico delle montagne, ma anche quello sociale. Zone con scarse nevicate possono vedere enormi migrazioni verso zone in cui nevica di più, per poi vedere i flussi invertirsi l’anno dopo, inseguendo le nuvole.

È chiaro che in un mondo in cui nevica sempre meno, non si possa più dipendere esclusivamente dalla neve. Si corre così ai ripari: è qui che entra in gioco la neve artificiale, con tutte le conseguenze del caso.

L’uso massiccio di neve artificiale è l’ultimo disperato tentativo di salvare il turismo dello sci di pista. Con i costi enormi che richiede però, porta con sè anche dei rischi. Un metro cubo di neve artificiale costa ai gestori 5 euro tra acqua ed energia. Questo si traduce in decine di migliaia di euro al giorno per pista, senza contare che innevare una pista di un ettaro richiede un milione di litri d’acqua.

Ovviamente la neve naturale sarebbe un bel risparmio per tutti. Dato che non si possono muovere le montagne, i gestori muovono gli impianti. La corsa verso l’alto insegue la neve che di anno in anno si sposta sempre ad altitudini maggiori. L’impianto più alto d’Italia, quello del Breuil-Cervinia, ha raggiunto i 3900 metri.

Questo ovviamente comporta costi altissimi, anche a livello ambientale. Si è perso il conto dei relitti dello sci, gli impianti abbandonati a basse quote. Queste cattedrali del turismo invernale ora fanno ombra al neonato sottobosco, con la natura che prova a riprendersi il suo posto.

La neve artificiale è davvero l’unico modo di salvare il turismo montano?

Il dibattito di Fa’ la cosa giusta! è concorde sul ribadire che la montagna non è solo sci. Come scrive Paolo Cognetti, in un articolo pubblicato su Repubblica: “le piste da sci stanno alla montagna come le spiagge a pagamento stanno al mare”. In montagna, si può fare molto di più.

Il recente dibattito sulla riapertura degli impianti per il Natale ha evidenziato nuovamente questa visione semplicistica del turismo montano. In montagna si può camminare per i sentieri, raggiungere i rifugi, stare all’aria aperta e perfino sciare e ciaspolare dove non servono funivie o biglietti. Si crede che senza lo sci di pista le montagne si svuoterebbero, che non vi sarebbe più lavoro.

Ma è davvero così?

La montagna può sopravvivere anche grazie al turismo “fuoripista”. L’estate 2020 è stata record per le montagne italiane, e non grazie allo sci. Il trekking, le arrampicate e le camminate hanno ripopolato i borghi montani. Soprattutto, non si è trattato del turismo mordi e fuggi dello sci. Oltre ai turisti e al denaro, le montagne sono tornate a riempirsi di umanità e cultura.

Investire sul turismo montano sostenibile è l’unico modo per garantire la sopravvivenza delle montagne a lungo termine. Purtroppo, come evidenzia Aldo Cucchiarini, non è ancora chiaro a tutti. La regione Marche ha investito 7 milioni di soldi pubblici per un impianto sciistico sul Monte Catria, a 1700 metri. Con il mare a meno di 50 km e lo scirocco che soffia, l’impianto vivrà di neve artificiale.

Questo affronto ha mosso la montagna che ha cominciato a dare i primi segni di erosione e frane dovute ai lavori. Non solo la montagna si è mossa. Anche l’opinione pubblica marchigiana si è ribellata e numerosi flash mob hanno provato ad arrestare il progetto, che è ora in fase di stallo.

E il Trentino Alto Adige?

Nota non solo per i suoi numerosi castelli, ma anche per le meraviglie paesaggistiche che offre, il Trentino-Alto Adige è senza dubbio una regione paradisiaca per tutti gli amanti dello sci.

Quello che forse in pochi sanno è che gli impianti sciistici sono da sempre un problema strutturale per il territorio .

Luigi Casanova, con il suo intervento al dibattito di Fa’ la cosa giusta! ha voluto sottolineare proprio questo: dietro all’apparenza di un sistema sciistico efficiente si celano diverse controversie.

La prima è legata alla cultura della montagna e agli abitanti autoctoni. Le comunità montane nel corso degli anni sono diventate sostenitori delle piste da sci, fondendosi in qualche modo con l’economia turistica del proprio paese, non prestando più attenzione alla sua cura.

La manodopera locale viene sfruttata principalmente per migliorare l’efficienza degli impianti, per aumentare le piste e creare nuovi collegamenti tra esse.

Inoltre Casanova ha voluto evidenziare la situazione di Cortina d’Ampezzo che ospiterà le olimpiadi invernali nel 2026. Senza dubbio, l’evento darà un’enorme visibilità alla località, portando turisti provenienti da tutto il mondo. Tuttavia ancora diverse persone non riescono a vedere l’altra faccia della medaglia: a che costo si otterrà tutto questo?

La risposta è di fronte ai nostri occhi, per chi ha il coraggio di guardare. La salvaguardia dell’ambiente passerà in secondo piano per dar precedenza al guadagno, economico e mediatico. Cosa ne sarà dell’ecosistema montano, sia ambientale che umano? Dipenderà dai nostri sforzi e dal nostro rispetto.

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