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Chi ammazza l’Amazzonia? Srotoliamo il filo che ci unisce alla foresta

Alberi abbattuti. Fiamme che divampano. Cenere trasportata dal vento. Biodiversità in fumo. Persone e animali che perdono la casa. Il cielo di San Paolo grigio per giorni. Eventi a cui ci stiamo abituando che risalgono tutti a un fattore: lo sfruttamento umano dell’Amazzonia.

Di Giulia Bassetto e Giacomo Oxoli, partecipanti al progetto Vivila in 3D. Articolo tratto dal sito di Vivila in 3D.

Una fetta importante di biodiversità dell’intero Pianeta sta venendo consumata dalle logiche miopi di profitto che vede l’essere umano al centro, una fetta importante che viene difesa dagli indigeni locali e che, inconsapevolmente o consapevolmente, arriva sulle nostre tavole. Cercheremo di srotolare quel filo che lega la Foresta Amazzonica alle nostre diete e all’importanza di leggere le etichette e di informarsi. Nel farlo, troveremo tanti nodi che riguardano le attuali politiche ambientali brasiliane, i trattati commerciali dell’Unione Europea come il Mercosur, il land grabbing. Srotolare il filo ci aiuta a venirne a capo, a prendere in mano l’inizio e la fine e a ripensare a un modello che vede al suo centro una reale sostenibilità a tre dimensioni e rimanda alcune riflessioni anche sui nostri stili di vita e sugli accordi internazionali che stipuliamo.  

Il polmone verde in fumo

Dove siamo? In Brasile, all’interno di quello che sta diventando il ricordo del polmone verde mondiale: la Foresta Amazzonica. In realtà, potremmo assistere a questo irrazionale spettacolo da qualunque punto della foresta pluviale mondiale in quanto, come confermano i dati dell’Università del Maryland diffusi su Global Forest Watch(esplora la mappa interattiva), nel 2019 ogni 6 secondi il mondo ha perso l’equivalente di un intero campo da calcio di foresta pluviale primaria (Weisse e Dow Goldman).
Il 2019 è ricordato come un anno particolarmente drammatico per l’ambiente, come confermano i rilevamenti di incendi attivi da maggio ad agosto, stagione con il più alto numero di incendi dal 2012 (GFED, 2019). Lo testimoniano anche le immagini twittatedall’organizzazione mondiale di meteorologia (WMO), che mostrano come il fumo degli incendi provenienti dall’Amazzonia stesse raggiungendo la costa atlantica di San Paolo.

Una delle tante conseguenze di questi devastanti incendi riguarda la significativa perdita di biodiversità. Quest’ultima è un po’ come l’interazione tra la sfera ambientale, economica e sociale di cui vi stiamo parlando: è complessa, ma fondamentale per la nostra sopravvivenza. In termini scientifici la biodiversità è l’insieme di relazioni tra i diversi organismi che creano un equilibrio tale per cui vengono garantiti cibo, acqua e risorse (inclusi ripari sicuri) ad animali e persone (FAO, 2019). Preservarla è fondamentale per diverse ragioni: in primis, alterare questo delicato equilibrio può voler dire  compromettere il legame tra natura e i focolai di malattie, vista la correlazione piuttosto evidente fra distruzione degli ecosistemi e nascita dei virus, specialmente in questo periodo storico (Shaw, 2018). In secondo luogo perché abbattere le foreste tropicali significa diminuire la capacità di assorbire anidride carbonica aumentando le emissioni in atmosfera e quindi il riscaldamento globale. Il coro di voci di ambientalisti/e e scienziati/e di tutto il mondo sta diventando sempre più forte poiché, come denunciano sulla rivista Environmental, se l’odierno tasso di allungamento della stagione secca continuasse all’attuale ritmo, contemporaneamente agli incendi e alla deforestazione, la foresta non avrà abbastanza tempo per riprendersi e far rigenerare la sua chioma. Secondo gli studi, questo significa che nel 2064 l’attuale paesaggio boschivo, denudato dal fuoco, sarà permanentemente invaso da erbe e arbusti (Walker, 2020).

Il peso dell’economia

Il collasso generale della governance ambientale è particolarmente evidente in Brasile, dove innegabilmente una delle tre dimensioni della sostenibilità, quella economica (di cui vi abbiamo parlato precedentemente), pesa in maniera preponderante sul piatto della bilancia. Questo appare evidente considerando che, in quasi 50 anni, il Brasile ha perso il 18,9% della sua foresta originaria – pari a quasi il doppio del territorio della Germania (RAISG, 2020) – e nelle ultime tre  decadi gli ettari di vegetazione nativa andati persi corrispondono al 10% del territorio nazionale (IPAM, 2020). Questo sta causando ciclopici squilibri ambientali e sociali.

Laddove un tempo germogliava la foresta vergine, ora l’espansione agricola di monoculture e di terreni destinati all’allevamento continua ad essere il principale motore della deforestazione, come conferma la FAOLegname. Allevamento. Agricoltura,specialmente intensiva e con alti contenuti di OGM (organismo geneticamente modificato). Queste sono le principali attività antropiche che stiamo portando avanti nell’intera area, attività che vanno oltre la sussistenza per le popolazioni locali e che coinvolgono l’intero mercato globale. L’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) conferma che nel 2017 il 94% dei 52,6 milioni di ettari di superficie totalmente coltivata con soia e mais erano organismi geneticamente modificati tramite le biotecnologie.

Per chiarire meglio come tutto ciò ci tocchi direttamente, parliamo con Paulo Lima, giornalista, educomunicatore e uno dei direttori esecutivi dell’associazione Viração&Jangada. Durante la nostra intervista, Paulo Lima conferma un altro elemento che è frequentemente evidenziato: lo spazio bruciato viene spesso destinato a coltivazioni intensive di soia OGM, che viene a sua volta esportata in Europa per nutrire gli allevamenti suini, bovini e di pollame (Legambiente, n.d.). Il sistema economico dell’Amazzonia è l’esempio della globalizzazione e delle dinamiche insostenibili di un modello economico globale: si radono al suolo interi ettari di foresta, si coltiva in maniera intensiva e con l’utilizzo di trattamenti chimici, la merce viene esportata per alimentare un’altra filiera agroalimentare, si nutrono gli animali con mangimi provenienti dall’altra parte del mondo e, dopo qualche mese, il piatto è servito. Quante navi cargo? Quanto inquinamento ed emissione di CO2? E per cosa? Per il risparmio centesimale di una filiera produttiva? 

In un mondo così complicato è difficile fare luce sulle responsabilità. Lasciamo questo tipo di conclusioni al lettore o alla lettrice; noi continuiamo a srotolare il filo e ci troviamo davanti a un nodo: la questione del land grabbing e degli interessi di grosse multinazionali che favoriscono questo modello insostenibile. Un modello economico che vede nell’Amazzonia un fortino di risorse da cui estrarre grossi investimenti su larga scala ignorando completamente il patrimonio ambientale e sorpassando di gran lunga il rapporto armonioso fra esseri umani e natura. 

E le politiche ambientali brasiliane?

La questione del land grabbing (accaparramento di terre) ci aiuta a comprendere perché il tema della sostenibilità del territorio brasiliano è strettamente collegato al contesto socio politico in cui è immerso. Se vi state chiedendo cosa intendiamo per land grabbing, ci riferiamo al sequestro illegittimo di terreni che una o più persone, aziende o governi mettono in atto al fine di controllare le risorse della zona (Oxfam, 2017). L’IPAM, Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia, ha denunciato il crescente tasso di area illegalmente registrata come proprietà rurale privata all’interno delle terre indigene che in Amazzonia è aumentata del 55% tra il 2016 e il 2020.

Le implicazioni di tali comportamenti chiaramente ricadono sulla fascia di popolazione più debole. A tal proposito abbiamo intervistato Claudia Fanti, giornalista e membro del Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST) che è presente in Italia e internazionalmente. Claudia, da Roma, ci ha raccontato come questa situazione è anche il risultato della combinazione tra narrativa politica ed azioni che mirano a favorire un segmento della popolazione, ossia di coloro che spalleggiano il governo Bolsonaro. Il 2019, oltre ad essere stato un anno particolarmente drammatico per l’ambiente in Brasile, come dimostrato precedentemente dalla mappa degli incendi, è l’anno che casualmente o “causalmente” coincide con l’inizio del governo di colui che è stato definito come l’alfiere internazionale del negazionismo ambientale: Jair Bolsonaro. Claudia, infatti, racconta come le agenzie ambientali come l’IBAMA (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali) siano state smantellate o indebolite fortemente in termini di risorse e di tagli di bilancio. Così facendo, il governo Bolsonaro favorisce i poteri forti dello Stato quali i latifondisti e il settore dell’agribusiness, che mira ad accaparrarsi le risorse naturali del paese.

Questo processo avviene parallelamente al discorso politico che Bolsonaro sta attuando sin dalla campagna elettorale, abdicando al suo dovere di denunciare l’illegalità degli incendi, responsabili dell’80% della deforestazione illegale (WWF, 2019), favorendo l’avanzamento del latifondo e la privatizzazione del suolo, anche falsificando dei titoli di terreni di proprietà pubblica. Claudia Fanti conferma che è dal 1988 che la demarcazione dei confini delle aree indigene dovrebbe avvenire; non essendo ancora stata fatta, le attività e la ‘legittimazione’ del land-grabbing continuano. Il filo cuce insieme anche il tema della violazione dei diritti umani, la sottrazione di interi appezzamenti di terreno delle popolazioni indigene e delle migliaia di contadini/e che ci vivono, togliendo loro ogni possibilità di opporsi; persone che per quella stessa terra a volte ci rimettono la vita a costo di difenderla. Nel 2019, la regione amazzonica conta 33 morti fra attiviste e attivisti ambientali (Global Witness, 2020).

Una responsabilità condivisa

Sia Paulo che Claudia ci ricordano che in tutto questo l’Europa e l’Italia hanno delle grandi responsabilità. Arriviamo alla fine del filo riflettendo sulle nostre azioni, sia quelle dei singoli sia quelle collettive e istituzionali. L’Europa rappresenta una delle ultime destinazioni di ciò che viene coltivato e allevato in Amazzonia. Come sottolineato prima, la maggior parte della soia coltivata viene utilizzata per nutrire gli animali di cui noi ci cibiamo, ma non solo, come evidenzia l’accordo commerciale raggiunto nell’estate del 2019 tra Unione Europea e Paesi latino-americani.

Nonostante l’impegno dichiarato dalla Commissione Europea nel portare avanti la transizione ecologica, la riduzione delle emissioni e la salvaguardia la tutela dei diritti umani, ad oggi sono ancora in corso le trattative per l’accordo UE-Mercosur, definito dalla stessa Commissione Europea come “ambizioso, equilibrato e globale”. Tra gli obiettivi dell’accordo dichiarati dall’UE c’è la volontà di aumentare il commercio e gli investimenti bilaterali, di incoraggiare le aziende ad agire in modo responsabile, di promuovere valori comuni ed infine di combattere il cambiamento climatico. Aumenti del commercio e dei consumi, quegli stessi consumi che stanno portando, ultimamente in maniera sempre più evidente, alla devastazione dell’Amazzonia. La continua richiesta di carne per il mercato europeo fa sì che le importazioni aumentino in maniera considerevole, e il trattato UE-Mercosur rappresenta perfettamente l’andamento degli scambi fra i Paesi dell’America Latina e gli Stati membri dell’UE.

Il problema della deforestazione sta anche nel favorire l’allargamento per nuovi pascoli per la produzione di carne. Il Brasile ne è uno dei primi produttori al mondo, con circa 10 milioni di tonnellate di carne all’anno. Di queste, circa 12000 sono dirette in Europa, prevalentemente in Gran Bretagna e in Italia. È proprio qui che il Bel Paese ha le sue responsabilità, perché importa da solo 27000 tonnellate, soprattutto per la produzione della famosa Bresaola (Legambiente, n.d.). Gli attuali standard produttivi della Bresaola non corrispondono all’effettiva possibilità di pascolo nel nostro territorio e portano le aziende a importare carne di zebù del Sudamerica, l’animale più diffuso nei pascoli del Brasile.

È qua che il filo  unisce le due storie: la nostra come consumatori europei e quella degli indigeni, coloro che in Amazzonia convivono con la natura circostante ma sono costretti a difenderla. Un filo che in mezzo racchiude tante storie, tanti abusi e casi di corruzione, tanti volti, tanto sangue e il predominio dell’essere umano sulla natura e sulle stesse popolazioni locali. È possibile venirne a capo? È possibile interrompere un filo che più viene srotolato e più diventa drammatico?

Non stiamo parlando solo di un territorio che, a mano mano che scriviamo l’articolo, viene privato della sua biodiversità, ma seguendo il filo ci accorgiamo che la questione ambientale, politica, sociale ed economica sono strettamente interconnesse.

Una situazione che vede l’Amazzonia come uno dei campanelli d’allarme per la salvaguardia ambientale e per la tutela degli ecosistemi, che sta mobilitando l’attenzione della comunità scientifica, politica e della società civile internazionale. Attenzione che si concretizza con azioni e risposte per evitare altra distruzione e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Quindi, partendo dall’accordo commerciale UE-Mercosur, troviamo coloro che si oppongono al trattato e, come ricorda l’ISPI, lo fanno partendo proprio da quelle motivazioni che l’UE dice di avere a cuore. In primis, quelle legate alla sfera sociale, sia in termini di concorrenza di prodotti più economici che in termini di livello occupazionale. Poi ci sono le motivazioni legate alla sicurezza alimentare e al rischio di indebolimento sugli alti standard di sicurezza alimentare europei (considerando anche il caso di alcuni anni fa della ‘carne fraca’). Poi quelle legate all’impatto ambientale, in quanto questo accordo potrebbe essere un incentivo per alcuni governi ad aumentare i volumi delle produzioni intensive ed estensive e quindi la deforestazione. Infine la motivazione, forse non sufficientemente forte, della tutela dei diritti umani, soprattutto della popolazione indigena.

Claudia ci conferma che l’Italia, a differenza di Austria, Francia, Polonia, Belgio e Irlanda, che hanno dichiarato le loro perplessità e opposizioni, pare essere favorevole all’accordo (Wax e Nelsen, 2019).

In occasione della Giornata Mondiale della Terra del 2021, durante il summit sul clima organizzato dagli Stati Uniti, lo stesso Bolsonaro ha annunciato di voler mettere fine alla deforestazione illegale entro il 2030 (Loguercio, 2021). Un obiettivo che si allontana da una realtà dove i costanti tagli di iniziative per la protezione ambientale e la denigrazione, da parte del governo brasiliano, delle ONG che lavorano nel Paese sui temi ambientali portano a credere che l’intervento di Bolsonaro sia finalizzato a una propaganda politica piuttosto che ad azioni mirate per risolvere il problema. I prossimi summit sul clima, fra cui la COP26 a Glasgow, saranno fondamentali per orientare le politiche di tutti gli Stati verso azioni che vadano in una direzione veramente green. Il Next Generation EU e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono  strumenti fondamentali per costruire una transizione ecologica. Se guardiamo al fenomeno del commercio globale dell’Amazzonia ci chiediamo se veramente questo allarme viene preso in considerazione dalle nostre politiche e dai trattati commerciali che stipuliamo. Il rischio è continuare a sostenere un mercato globale senza renderci conto che la soia e la carne proveniente dal Brasile non possono essere sostenibili, e ignorando un reale sviluppo locale. Quindi, dobbiamo veramente importare così tanta carne pur sapendo che dietro si nasconde la deforestazione dell’Amazzonia, la repressione dei popoli indigeni e una produzione industriale dislocata?

Non è solo la politica a dover spingere verso finanziamenti green: è necessario lo sforzo di tutte le energie in campo, comprese le nostre. Come sottolineano Claudia e Paulo, se veramente vogliamo lasciare un pianeta ancora vivibile per le generazioni a venire è fondamentale  guardare a tutta la filiera alimentare, ponendo(ci) domande, informandoci e leggendo le etichette di ciò che compriamo. Ciò probabilmente comporta cambiare alcune abitudini alimentari che, anche se ci costa fatica, saranno la chiave per garantire una vita sana e dignitosa a coloro che verranno dopo di noi. Unire le forze potrebbe fare pressioni sulla politica, come sta facendo la campagna #StopEUMercosur, che ha riunito più di 450 organizzazioni in tutto il mondo, tra cui STOP TTIP Italia, per lanciare un messaggio chiaro: “i governi devono cancellare il trattato UE-Mercosur e difendere la vita e l’ambiente, avviare una cooperazione basata su criteri di solidarietà e non sulla deforestazione e il commercio di prodotti che impattano sull’Amazzonia, sul clima e sui diritti umani”.

Non è forse meglio pensare che questa sia una potenziale strada da percorrere? Forse sì. Sicuramente dovremmo rivedere il nostro modello economico e riflettere su quanta strada deve fare il nostro cibo prima che arrivi sulle nostre tavole e quanta devastazione si porta dietro. Non sarebbe meglio far respirare l’Amazzonia e non soffocarla con le nostre mani?

Bibliografia

Mappa interattiva, Global Forest Watch – Brazil

Weisse e Dow Goldman, We Lost a Football Pitch of Primary Rainforest Every 6 Seconds in 2019. World Resource Institute.

Presa Diretta, Guerra all’Amazzonia

GFED, 2019. Fire Forecast Amazon Region

World Meteorological Organization, 2019  Twitter thread.

FAO. 2019. The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, J. Bélanger & D. Pilling (eds.). FAO Commission on Genetic Resources for Food and Agriculture Assessments. Rome. 572 pp.

Shaw, 2018. Why is biodiversity Important? Conservation International.

Environmental. 2020. Walker, R.T., Collision Course: Development Pushes Amazonia Toward Its Tipping Point.

RAISG, 2020. Amazonia Under Pressure, 68 pgs.. Amazonian Network of Georeferenced Socio-enviromental Information. (www.amazoniasocioambiental.org)

ISAAA. 2017. Global Status of Commercialized Biotech/GM Crops in 2017: Biotech Crop Adoption Surges as Economic Benefits Accumate in 22 Years. ISAAA Brief No. 53. ISAAA: Ithaca, New York.

IPAM, 2020. Brasil perdeu 10% do território em vegetação nativa entre 1985 e 2019

FAO, 2020. The state of the WOrld’s Forests 2020

Viração & Jangada, chi siamo.

Legambiente, n.d. SOCIETÀ JBS

Oxfam, 2017. Cos’è il land grabbing: uno scandalo in continua crescita

IPAM, 2021. Land-grabbing and illegal mining bring wildfires and deforestation to Indigenous lands in the Amazon

Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST)

IBAMA, Ministério do Meio Ambiente

WWF, 2019. Il 2019 è stato un anno di fuoco per le foreste nel mondo.

Mercosur. Unione europea e Mercosur: raggiunto accordo sul commercio

ISPI, 2021. Latino, A. UE-Mercosur: Accordo di scambio non ancora libero

EU Parliament, 2017, Parliamentary questions – Operation Carne Fraca

Wax and Nelsen, 2019. Politico. Macron, 3 other leaders warn Mercosur deal could ‘destabilize’ farm sector

Loguercio, L. 2021. Life Gate. Earth day 2021, gli impegni presi al summit organizzato dagli Stati Uniti

Global Witness, 2020. Defending Tomorrow.

Consorzio di Tutela della Bresaola della Valtellina. Only top-quality, safe and controlled meat, chosen all around the world as an excellence product.

Campagna Stop TTIP. Stop EU-Mercosur

PNRR. Trasmissione del PNRR al Parlamento. 25 Aprile 2021

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