Gli indigeni rivendicano un ruolo più attivo

“I popoli indigeni hanno diritto a definire ed elaborare le priorità e le strategie per lo sviluppo o l’utilizzo delle loro terre o territori e delle altre risorse”Art. 32 della Dichiarazione delle Nazioni. Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni Alla COP21 si stanno susseguendo molti eventi paralleli sul ruolo delle popolazioni indigene nelle strategie di adattamento e mitigazione.
Durante l’evento “Potenziamento delle strategie di adattamento e di mitigazione e della sicurezza alimentare attraverso l’accesso diretto al Fondo Verde del Clima” è stata sottolineata l’importanza del ruolo attivo che queste popolazioni dovrebbero avere.Jo Ann Guillao, ricercatore del Centro Internazionale per la Ricerca Politica e l’Educazione (TEBTEBBA) delle Filippine, ha parlato della forte interrelazione che c’è tra i cambiamenti climatici, la biodiversità e le conoscenze tradizionali. Per lui “la conoscenza tradizionale è parte inscindibile della cultura degli indigeni, delle loro comunità locali, strutture sociali, dell’economia, sostentamento, credenze, tradizioni, costumi,  legge consuetudinaria, salute e del loro rapporto con l’ambiente locale” e quindi diventa un elemento chiave nelle strategie necessarie ad affrontare il cambiamento climatico.
Se, quando si parla di  impatti dei cambiamenti climatici e degli interventi per ridurne i danni, le popolazioni indigene sono al centro della scena, il Green Climate Fund (GCF), fondato dall’UNFCCC come meccanismo per assistere i paesi in via di sviluppo nelle pratiche di adattamento e mitigazione per combattere il cambio climatico, non prevede ancora per loro un ruolo attivo.Il keniota Klimaren Ole Riamit, direttore esecutivo dell’Indigenous Livelihood Enhancement Partners (ILEPA) e Victoria Tauli-Corpuz, inviata speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene hanno spiegato quali sono le richieste delle popolazioni indigene. Prima di tutto, esse dovranno avere accesso diretto alle risorse finanziarie del GCF, attraverso le loro organizzazioni rappresentative, basandosi sulle esperienze e sui precedenti di altri fondi del clima.
Inoltre, il GCF dovrà impegnarsi a sviluppare la propria capacità di valutare e garantire appieno il rispetto delle norme internazionali sui diritti umani e gli obblighi relativi alle popolazioni indigene. Oltre a quello sopra descritto, si è tenuto un altro evento parallelo riguardante l’accesso per le popolazioni indigene ai fondi climatici per le politiche di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico. Il focus principale è stato in questo caso un progetto per gli indigeni dell’Amazzonia chiamato REDD+ Amazzonia Indigena RIA, finanziato dal Programma di Investimenti Forestali (FIP).Va sottolineato che il tavolo del dibattito è stato condiviso da leader indigeni, esponenti del governo peruviano, del WWF e un rappresentante della Banca Mondiale.
Durante la prima parte vi è stato l’intervento di Plinio (rappresentante degli indigeni), che ha parlato di diritti di proprietà della terra, gestione delle risorse e governance territoriale, in quanto il 75% dell’area è attualmente sottoposto a pressioni dovute allo sviluppo delle attività petrolifere, alle piantagioni di palme da olio  e alla costruzione di impianti idroelettrici.In seconda battuta è invece intervenuto Luis Tayori Kentero della tribù Harakbut che ha esposto i risultati di uno studio sviluppato da dieci comunità indigene per il governo peruviano.
Il progetto si è focalizzato sulla ricchezza archeologica e culturale di alcune zone, sui luoghi sacri e sui danni che questi luoghi subiscono a causa dei cambiamenti climatici. “La regione di Madre de Dios è un territorio ricco di biodiversità ma in cinque anni potrebbe essere una regione desertica a causa dell’ambizione umana che guarda solo a soddisfare i bisogni senza pensare a quelli degli altri”, ha sostenuto Tayori Kentero.
E’ da valutare positivamente il fatto che, in  queste prime giornate della COP21, gli indigeni hanno avuto a disposizione diversi spazi per esprimere le loro richieste ai governi e agli organismi di finanza internazionali. Cosa che non era successa alla COP20, nella quale il tempo dedicato ai loro interventi risultava marginale e insufficiente rispetto all’importanza della loro voce.

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