La cultura come resistenza: Il centro giovani Abrašević di Mostar

di Eleonora Forti, Denise Battaglia, Pear Bianco, Lisa Schivalocchi articolisti dell’Agenzia di Stampa Giovanile

La cultura come difesa. La cultura come arma contro l’ignoranza e i soprusi. La cultura come resistenza. Ci sono luoghi in cui trasformare la cultura in strumento attivo può avere un effetto serio e tangibile sulla realtà. Il centro giovani Abrašević di Mostar, costruito alla fine della Guerra nell’ex-Jugoslavia, è uno di questi luoghi. Con un gruppo di ragazzi delle province di Trento e Bolzano abbiamo avuto occasione di visitarlo durante un viaggio organizzato da Arci [qui link all’articolo precedente], e lì abbiamo incontrato Vlado, uno dei ragazzi che gestisce il centro, che ci ha raccontato la sua storia.

Poco dopo il referendum sull’indipendenza della Bosnia-Erzegovina dalla Jugoslavia (1992) a Mostar sono scoppiati violenti conflitti armati. In un primo momento, le truppe bosniaco-musulmane (bosgnacche) e quelle croate si sono unite per far fronte agli attacchi dell’esercito Jugoslavo supportato dai serbo-bosniaci e sempre più controllato dalla Serbia. Dopo aver respinto l’aggressione, però, le due fazioni originariamente alleate si scontrano, provocando morti civili, distruzione dei rispettivi luoghi di culto e la divisione della città in parte croata e parte bosgnacca. Fino al 1996 era ancora vietata la libera circolazione tra le due parti di città: ora non più, ma i risentimenti post bellici e le ideologie nazionaliste rimangono e impediscono ancora una partecipazione comunitaria alla vita cittadina.

È in questo contesto che si inserisce il lavoro del centro giovanile. Nato sulle macerie di un vecchio dopolavoro operaio fondato all’inizio del Novecento, l’Abrašević è stato ideato, realizzato e difeso da un gruppo di giovani di Mostar appartenenti a entrambe le parti della città. Il luogo dove è stato edificato è significativo per la storia di comunità e resistenza che il precedente edificio rappresentava e per la sua collocazione nella geografia urbana. Il centro giovanile sorge infatti poco lontano dal Bulevar, la linea del fronte che divideva la parte croata di Mostar dalla parte bosgnacca.

Durante la guerra, il Bulevar era una lunga strada fortificata la cui traiettoria univa idealmente la gigantesca croce sulle montagne attorno a Mostar e l’enorme campanile di una chiesa cattolica nella parte croata: simboli religiosi programmaticamente fuori scala, edificati allo scopo di ribadire l’appartenenza nazionale. Quella era il vero teatro di guerra, la ferita sempre pulsante perché lì si combatteva ogni giorno – non il famoso ponte di pietra di Mostar, lo Stari Most (Ponte Vecchio) a cui la città deve il suo nome. Distrutto dall’artiglieria croata e ricostruito dopo la guerra con parte delle pietre originali (secondo la narrazione ufficiale), il ponte è diventato il simbolo allegorico della divisione “etnica” della città a consumo occidentale. Il Bulevar, invece, rimaneva ingombro di macerie, scalcinato e privo di illuminazione per anni dopo la fine del conflitto. Cercare di attraversare il confine che ancora divideva le due parti della città voleva dire entrare nella tana del lupo, avventurarsi in un territorio oscuro, minaccioso.

Nonostante ciò, un gruppo di ragazzi non inclini alle lusinghe dei partiti nazionalisti dell’una o dell’altra parte hanno deciso di provare ad unire i giovani delle due zone di Mostar tramite una proposta culturale. Dopo aver superato (con coraggio, insiste il nostro narratore Vlado) le loro divisioni, affrontato i problemi e gli ostacoli piazzati da entrambe le élite politiche, sono riusciti a costruire il centro e a mettere in moto la loro offerta di svago e intrattenimento.

Il primo incontro è stato una lettura di poesie, a cui sono seguiti una serie di concerti, Dj set con artisti locali e internazionali, performance di teatro, in una continua proposta di eventi che va avanti con successo fino ai giorni nostri. Vlado ci racconta che durante la prima serata, la principale emittente TV di Mostar che ha coperto l’evento ha parlato di un ritrovo di omosessuali, anarchici, comunisti, disadattati, pensando di intralciare il programma degli organizzatori. In realtà, il servizio TV ha fatto una buona pubblicità: agli incontri successivi i partecipanti sono stati ancora di più. Fin dall’inizio, gli eventi dell’Abrašević sono riusciti ad attirare persone delle due parti della città, croata e bosgnacca: pur di assistere a quel particolare concerto, al Dj set di quello specifico artista, alla lettura di quelle poesie, i ragazzi uscivano di casa e si riunivano in uno spazio condiviso, si conoscevano, cominciavano a stringere legami. Trovarsi all’Abrašević non significava solo cercare un po’ di svago, ma anche liberarsi dalle ideologie prevalentemente nazionaliste ancora presenti nelle famiglie di Mostar. Per questo, dice Vlado, a volte i ragazzi del centro culturale vanno nei bar e nei circoli più chiusi della città a mettere in scena piccoli spettacoli o letture che sfidano apertamente la loro concezione di “etnia”, di Stato, di politica: spesso ottengono insulti, reazioni forti, ma è un buon modo per uscire dalla cerchia di persone che la pensano allo stesso modo. Per aprire anche a persone diverse, il centro giovanile sta ora cercando di proporre eventi che possano attirare una più ampia fetta della popolazione. Recentemente, durante un Dj set, si sono incontrate le tifoserie delle due squadre di Mostar che riflettono nello sport la divisione politica della città: il Velež Mostar, supportato principalmente dai bosgnacchi, e il Zrinjski Mostar, per il quale tifano invece i bosniaco-croati. Le due tifoserie, che si scontrano violentemente durante il derby, sono riuscite ad avvicinarsi in maniera più pacifica proprio grazie al comune desiderio di assistere a uno spettacolo.

L’Abrašević si inserisce dunque nell’offerta di intrattenimento dei giovani di Mostar e cerca di sopperire a un vero e proprio bisogno di cultura, talmente impellente da spingere le persone provenienti da ideologie contrastanti a incontrarsi. Il centro riesce a fare ciò che le élite politiche e le istituzioni di Mostar rifiutano ideologicamente: ricostruire il tessuto sociale della città attraverso il soddisfacimento di un reale bisogno real. A questo proposito, è bene ricordare che l’Abrašević è rigorosamente autofinanziato: il “sindaco” (in realtà reggente da 10 anni per mandato tecnico) di Mostar non ha mai aiutato i ragazzi che lo gestiscono, ha anzi cercato di intralciarli per poi cercare di appropriarsi del successo del centro quando è stato sotto i riflettori. I ragazzi dell’Abrašević resistono anche a questo: resistono all’ostilità istituzionale, al tentativo di assimilazione da parte delle élite politiche, alle ideologie nazionaliste e alla narrazione “etnica” del conflitto in ex-Jugoslavia.

Il reportage fotografico
In copertina: l’esterno del centro giovani Abrašević

In ordine d’apparizione:
1. Mostar di notte
2. L’incontro con Vlado nel centro giovani Abrašević
3. Veduta dello Stari Most
4-5. Palazzi di Mostar danneggiati dalla guerra
6. Locandine di eventi culturali durante l’assedio di Sarajevo

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