Il lavoro carcerario: un diritto dimenticato?

In un’Italia impaurita e allarmata, accostare le parole carcere e lavoro pare un’idea ingenua. Di tutt’altro avviso erano i partecipanti alla tavola rotonda “Fare impresa in carcere”, tenutasi lo scorso 18 ottobre presso la fiera “Fa’ la cosa giusta! Trento”. L’incontro, moderato dal giornalista Francesco Terreri, ha visto la partecipazione di Antonia Menghini, Garante dei diritti dei detenuti della Provincia Autonoma di Trento, e Oscar La Rosa, fondatore del progetto “Economia Carceraria”.

Il lavoro carcerario è in primo luogo uno strumento di integrazione e inclusione sociale, ma non solo. Secondo una statistica del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria risalente al 1998 (anno dell’ultimo studio in materia), il tasso di recidiva si aggirerebbe intorno al 68% tra coloro che hanno scontato una pena in carcere, ma calerebbe fino al 19% tra chi ha usufruito di misure alternative. Si stima che la riduzione di un punto percentuale della recidiva corrisponda ad un risparmio di 51 milioni di euro. In Italia, dove la spesa annuale per il mantenimento del sistema carcerario è di circa 3 miliardi, una cifra simile non lascia indifferenti.

Sorde a ciò che i dati suggeriscono, le istituzioni e la società civile faticano a puntare sul lavoro carcerario. Menghini individua quali problemi principali il numero dei posti di lavoro disponibili e la qualità dell’offerta. In seguito alla riforma all’Ordinamento Penitenziario del 2018, i posti lavorativi nella regione sono diminuiti del 40%. Inoltre, la maggior parte dei detenuti lavoranti è impiegata presso l’Amministrazione Penitenziaria, ma, come spiega La Rosa, questo tipo di lavoro è caratterizzato da tempi brevi ed un rapporto squilibrato tra datore e lavoratore.

Il lavoro è un ai detenuti dall’Ordinamento Penitenziario e riconosciuto dalla Costituzione: l’appello di chi quotidianamente si batte per ricordarcelo non può andare inascoltato.

Caterina Anselmi Kaiser

Foto: Archivio Pixabay

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