Seaspiracy: esiste la pesca sostenibile?

“Seaspiracy: esiste la pesca sostenibile?” è il titolo del documentario uscito il 24 marzo 2020 su Netflix e che ha fatto molto scalpore fin da subito, dividendo la critica fra chi lo ha trovato sorprendente e chi carente di dati affidabili.

Di Angela Nardelli, articolista di Agenzia di Stampa Giovanile

_

Il titolo – una crasi fra sea ‘mare’ e cospiracy ‘cospirazione’ – fa venire in mente un altro documentario, realizzato dallo stesso produttore esecutivo, Kip Andersen. Si tratta di Cowspiracy, uscito su Netflix nel 2014 e sostenuto da Leonardo Di Caprio. Se quest’ultimo denuncia l’industria intensiva della carne, Seaspiracy mette in discussione l’idea di pesca sostenibile, puntando il dito contro il settore della pesca industriale, che ritiene stia spopolando gli oceani. Non vengono risparmiate nemmeno le etichette Dolphin Safe e Marine Stewardship Council, che dal documentario risultano in netto contrasto con l’ambiente e con i diritti umani.

Utilizzando statistiche, interviste a esperti e attivisti, dati e riprese nascoste, il regista Ali Tabrizi vuole indagare sull’impatto mortale dell’uomo sugli ecosistemi marini.

I rappresentanti delle ONG menzionate nel documentario, così come le etichette di sostenibilità e molti esperti del settore hanno accusato i registi di aver utilizzato dati errati e di aver estrapolato a loro piacere le informazioni prese durante alcune interviste.

La professoressa Christina Hicks, scienziata ambientale e sociale alla Lancaster University, intervistata per il film, ha twittato:

Dave Phillips, il direttore del Marine Mammal Project, ha detto che il film ha scelto di “distorcere grossolanamente e interpretare male” gli obiettivi dell’etichetta Dolphin Safe.

Un portavoce del Marine Stewardship Council ha affermato che mentre il film attirava l’attenzione su “problemi noti” nel settore della pesca, includeva “affermazioni fuorvianti”, tra cui che non esiste una pesca sostenibile e che la certificazione MSC non era credibile.

Quali sono i punti principali toccati da Seaspiracy?

Ali Tabrizi, il regista, racconta il suo viaggio tra Giappone, Africa, Thailandia, isole Fær Øer e Scozia alla ricerca di risposte alla domanda: esiste la pesca sostenibile?

La risposta a questa domanda arriva alla fine del documentario (spoiler alert!): la pesca sostenibile non esiste. Secondo gli autori, la pesca industriale sta uccidendo gli ecosistemi marini, sta causando grossi danni agli oceani e l’unico modo per salvaguardare il pianeta ed evitare lo spopolamento dei mari è non mangiare pesce. In che modo si arriva a questa conclusione?

Ali Tabrizi inizia il suo viaggio a Taiji, sulla costa sud del Giappone, luogo in cui ogni anno 700 delfini e balene vengono radunati in una baia per essere uccisi. Tamara Arenovich, della Sea Sheperd Conservation Society, spiega che “per i pescatori, i delfini rappresentano la concorrenza: mangiano troppi pesci e quindi, sbarazzandosene, avranno più pesce a loro disposizione”.

Spostandosi un po’ più a nord, nel porto di Kii-Katsuura, uno dei porti di pesca del tonno rosso più grandi del mondo, Ali scopre quanto questo mercato da 42milioni di dollari l’anno venga sovrasfruttato. Documenta anche lo spinnamento degli squali, spesso legato ad attività criminali e molto importante per i paesi asiatici – in primis la Cina – che ha come status symbol proprio la zuppa di pinne di squalo, piatto che può arrivare a un costo di 100 dollari a ciotola.

Gli squali mantengono sani gli oceani, così come mantengono sane le risorse ittiche, vivi gli ecosistemi, in salute le barriere coralline. “Se fossero spinnati fino all’estinzione, l’oceano diventerebbe palude”, afferma Paul De Gelder, attivista e conservazionista. Continua dicendo che “più della metà è vittima di pesca accessoria dei pescherecci commerciali”. La pesca accessoria, consiste nella cattura di animali accidentalmente dalle reti delle navi, che i pescatori spesso ributtano in mare morti perché non esiste un mercato per quella specie.

Su questo punto arrivano le prime critiche da parte della comunità scientifica. Secondo Seaspiracy ogni anno vengono catturati e uccisi 50 milioni di squali e il 40% del pescato viene rigettato in mare, già morto. Il più recente rapporto FAO invece mostra che gli scarti del pescato sarebbero solo del 10%.

Seaspiracy rappresenta quasi tutta la pesca commerciale come intensiva e insostenibile. Sempre la FAO riporta che circa l’80% del pesce che consumiamo sarebbe in realtà pescato nei limiti di sostenibilità.

Un altro punto importante su cui si sofferma il documentario è la grande presenza di reti da pesca nella Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica nel Pacifico. Si tratta del 46% della plastica totale. Durante un’intervista a Jackie Nunez di Plastic Pollution Coalition il regista chiede da cosa sia composta l’isola di plastica nell’oceano Pacifico. Nunez risponde che più della metà è composto da microplastica, mentre Ali Tabrizi sostiene che sono le reti da pesca a costituirne quasi la metà. In verità hanno entrambi ragione, ma per come viene posta l’intervista lo spettatore è portato a dare ragione alle parole del regista. 

È un punto comunque importante da toccare, dato che una quantità enorme di animali marini rimangono intrappolati, feriti, anche uccisi dai resti della pesca in mare. Infatti nonostante le inesattezze e le critiche, il documentario non sbaglia a presentare la situazione, che ha urgente bisogno della nostra attenzione e del nostro impegno.

Proseguendo il suo viaggio, il regista si scaglia contro due etichette che dovrebbero garantire la sostenibilità degli oceani: la prima è Dolphin Safe, la seconda MSC. Ali sostiene che spesso il marchio “Salva Delfino” copre ciò che accade. Lo dimostra a seguito di un’intervista a Mark J. Palmer, dell’Earth Island Institute, a cui chiede come si stabilisce la garanzia di sostenibilità. Palmer risponde che l’etichetta promuove l’acquisto di pesce salva delfino, ma non c’è nessuna garanzia. Domande calzanti, brevi, che lasciano l’intervistato con le spalle al muro. Ciò che ne scaturisce è solo la verità del regista e poche parole di spiegazione dell’intervistato. Poche informazioni per farsi un’idea a 360 gradi.

La seconda etichetta a cui punta il dito Seaspiracy è MSC, che però nel documentario risulta non disponibile per nessun tipo di intervista o contatto. Allo spettatore risulta ci sia qualcosa che non vada, ma qual è la verità? Lo chiarisce proprio MSC in un articolo: “In quanto principale programma di certificazione di sostenibilità ittica a livello mondiale, siamo stati invitati a rilasciare un’intervista. Abbiamo tuttavia deciso di declinare questo invito perché l’evidente parzialità del team di produzione lasciava presupporre la possibile strumentalizzazione delle nostre dichiarazioni”.

Il documentario indaga infine quale potrebbe essere un metodo di pesca alternativo alla pesca intensiva e industriale. Il regista si sposta quindi in Scozia – tra i più grandi produttori di salmone al mondo – per visitare un allevamento ittico, industria considerata un modo ecologico per sfamare il mondo senza i problemi legati alla pesca in mare aperto. Niente pesca accessoria, niente danneggiamento del suolo, niente uccisioni di specie in pericolo e condizioni di lavoro pericolose. Un sogno? Purtroppo sì. Visitando un allevamento di salmone scozzese il regista ne scopre i lati negativi: inquinamento, malattie, mangime scadente e trattato con olio di pesce – che richiede un’enorme quantità di pesce per produrlo – per non parlare delle condizioni pessime in cui trova i pesci allevati.

Dopo questo lungo viaggio alla ricerca di risposte, il documentario si conclude con un’unica soluzione possibile: non mangiare più pesce per salvare gli oceani.

Ma serve davvero un cambiamento così drastico?

Ed è vero che la pesca sostenibile non esiste? Dalla comunità scientifica e dal settore della pesca sono arrivate molte critiche rispetto a queste conclusioni. Ridurre drasticamente il consumo di pesce proveniente da pesca commerciale sarà necessario per risolvere problemi sociali e ambientali legati a questo settore. Ma la pesca sostenibile esiste, ed ha precise caratteristiche.

La pesca sostenibile è definita concretamente come una pesca che lascia in mare abbastanza pesci affinché lo stock possa riprodursi potenzialmente all’infinito, che minimizza il più possibile il proprio impatto sull’ecosistema e che viene gestita in modo responsabile e adattivo rispetto ai cambiamenti endogeni ed esogeni

MSC

Tre principi fondamentali regolano la pesca sostenibile:

  1. Stock ittici sostenibili
  2. Riduzione al minimo dell’impatto ambientale
  3. Efficace gestione della pesca

Il problema e il limite che frena l’applicazione delle soluzioni è stata finora la debole presa di posizione e decisione politica.

Cosa ci lascia Seaspiracy?

Tralasciando le critiche e alcune inesattezze, Seaspiracy è un documentario che merita di essere visto. Perché a modo suo smuove qualcosa nello spettatore, lo mette di fronte a una verità sconcertante, esistente, bisognosa di essere notata nel mare magnum delle informazioni che ogni giorno si rincorrono su questa tematica. Spesso la pesca commerciale viene messa in ombra dal mercato della carne, e ritenuta meno impattante a livello ambientale. Ma è ugualmente meritevole di attenzione.