Il valore aggiunto dell’agricoltura sociale

In piazza progetti che rafforzano la cultura e la pratica del welfare comunitario e generativo espresso dal territorio trentino.

Di Ludovica Spanevello

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Come si inserisce l’agricoltura nelle tematiche sociali? È possibile un percorso di inclusione sociale grazie alla coltivazione di prodotti agricoli?

Sono state queste le domande poste agli ospiti dell’evento “Agricoltura sociale come presidio di sviluppo delle comunità montane: dal campo alla tavola”, che si è  tenuto il 4 Giugno 2021 in Piazza Santa Maria Maggiore a Trento durante l’iniziativa “Re-Play una piazza che cresce. Una nuova sussidiarietà per un welfare generativo di montagna”.

Anche quest’anno la Fondazione Franco Demarchi ha deciso di portare in piazza iniziative, attività, incontri e progetti che trattano tematiche di comunità, territori montani e progettazione. 

L’inaugurazione è avvenuta con la presentazione dei progetti che sono stati selezionati con il bando Welfare a km zero, promosso dalla Fondazione Caritro. L’iniziativa intende incentivare e rafforzare la cultura e la pratica del welfare comunitario e generativo espresso dal territorio trentino. 

Valentina Chizzola, moderatrice, ha introdotto gli ospiti chiedendo a ciascuno una loro definizione di Agricoltura Sociale. 

Mirko Dallaserra, operatore presso la cooperativa la Rete e Referente del progetto “Tutti nello Stesso Campo”, afferma: “L’agricoltura è sociale già per sua naturale definizione. Da sempre il processo agricolo è sempre stato un processo collettivi che attivava la comunità. Dalla semina, alla vendemmia, al raccolto e alla lavorazione dei prodotti”. 

Per Dallaserra negli ultimi anni c’è stata una riscoperta dell’agricoltura grazie anche ad alcuni co-progetti legati al sociale. Questo fenomeno di coinvolgimento di più attori è stato voluto soprattutto da una necessità legata all’ambiente agricolo che non sociale. 

Perché l’agricoltura ha la necessità di essere integrata con qualcos’altro per poter stare in piedi. Il progetto “Tutti nello stesso campo” porta valore nel campo agricolo con forza lavoro e operatività. Il valore aggiunto è dato dal bagaglio di persone, contatti e credibilità che un progetto sociale porta all’ambiente agricolo. 

Dallaserra racconta che attraverso prodotti di qualità si riesce a far comprendere il valore umano e sociale che sta dietro ad un prodotto agricolo. “Quello che si fa si deve fare bene.” C’è un grandissimo senso etico dietro al lavoro nei campi di questi ragazzi e allo stesso tempo è importante essere garanti e dare il giusto valore ai loro sforzi.  “Io lavoro nei campi con loro non al posto loro, è questo il vero senso dell’agricoltura sociale ovvero comprendere e riconoscere il lavoro reale che fanno”, aggiunge. Le parole chiavi per comprendere progetti come questi sono qualità, verità e inclusività.

Prosegue l’intervento Maurizio Passerini, cooperativa Villa Maria, con il progetto “Mi Coltivo” per cui l’agricoltura ritrova nella cooperazione sociale una grande opportunità. Grazie all’apporto di realtà sociali c’è la possibilità di riprendere alcuni processi produttivi che altrimenti sarebbero perduti. Il contesto agricolo attraverso la creazione di comunità di pratica può essere strumento di integrazione ed inclusione così da generare legami con il territorio, enti locali e attività produttive territoriali. 

Il legame con il consumatore per Passerini è fondamentale. Il cliente all’interno del progetto “Mi Coltivo” entra nel campo insieme ai ragazzi, che sono protagonisti dei processi produttivi dell’attività agricola. “Il consumatore ha la possibilità di vedere e toccare con mano il lavoro che fanno queste persone che presentano disabilità e fragilità”, spiega. 

Intervengono poi i coordinatori del progetto “Vita in centro&Orti in bosco” Raffella Monte, politiche sociali del Comune di Rovereto, e Simone Benetti della Fondazione Famiglia Materna. 

Raffaella Monte ha presentato il progetto, partito nel 2017, che come obiettivo ha la riqualificazione di due zone di Rovereto: Centro Storico e Bosco Città, creando cosi luoghi di relazione e incontro per la cittadinanza. Uno degli aspetti principali del progetto è il lavoro sulle reti di relazioni e legami, non solo con le persone ma anche tra enti che hanno trovato nuove modalità di approccio tra pubblico e privato. 

Secondo lei, le tematiche cardine sono principalmente quattro: l’idea di creare occasione di appartenenza così da contrastare forme di isolamento; costruire relazioni tra singoli cittadini e la rete di servizi che operano nel territorio; creare appartenenza attraverso i luoghi e territori; e rendere la comunità parte attiva e partecipativa dei processi di sviluppo del progetto stesso.

Prende poi parola Simone Benetti scardinando l’immaginario bucolico dell’agricoltura e riconoscendo la difficoltà di questi ultimi anni particolari. Secondo Benetti è necessaria una connessione tra profit e no profit per poter far sopravvivere progetti di agricoltura sociale. 

“L’aspetto importante è la crescita e la voglia della comunità di supportare questa tipologia di progetti grazie anche alla conoscenza dei luoghi e così da favorire l’utilizzo del km zero. L’agricoltura sociale è comunità.” 

Ancora secondo lei il target eterogeneo è la ricchezza di questi progetti, che possono includere e coinvolgere varie componenti. Questa loro caratteristica comporta anche una difficoltà nella gestione di più “categorie”. Proprio per questo la fusione del profit e no profit è la base della sostenibilità del progetto stesso. 

Quindi “agricoltura sociale è comunità”. Con questa ultima riflessione si è concluso l’evento. Riflessione che sicuramente aiuterà a trovare nuovi modelli per rendere ancora più coinvolgente questa tipologia di progetti e riconoscere il valore aggiunto che queste esperienze portano alle persone con fragilità e le loro famiglie. 

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