L’estrattivismo minaccia i diritti. In Sud America come in Salento

Ex ministro ecuadoregno e giudice del Tribunale internazionale per i diritti della natura, Alberto Acosta si scaglia contro il gasdotto in Salento, in un’ottica globale dove il saccheggio delle risorse mette in discussione democrazia e diritti.

di Gabriel Mileti e Daniela Centonze

In Italia come in Sud America
“L’estrattivismo non solo crea disparità economica e società clientelari, ma soprattutto governi autoritari: l’autoritarismo è in buona parte frutto degli abusi perpetrati nei confronti della natura, abusi che minimizzano la democrazia come concetto”. Con queste parole l’economista José Alberto Acosta, ex ministro per l’energia dell’Ecuador e giudice del Tribunale internazionale per i diritti della natura, si è presentato sulla scena salentina durante un convegno organizzato a Melendugno lo scorso 23 novembre dall’associazione Bianca Guidetti Serra e dal Movimento No Tap, con la collaborazione delle principali sigle dell’attivismo ambientale e politico autoctono.
Il Salento, già noto per gli effetti nefasti di Cerano, di Ilva e dei rifiuti interrati, continua ad essere un territorio martoriato a causa dell’approdo di un gasdotto sulla costa adriatica. La sete di giustizia ambientale ha portato la resistenza territoriale – organizzata da cittadini, accademici e avvocati – ad ampliare il dibattito locale.
“Estrattivismo: diritti dei popoli, diritti della natura”: questo il tema protagonista. Posto d’onore dedicato al relatore ecuadoriano, Josè Alberto Acosta. Due mondi, quello latino-americano e quello salentino, apparentemente lontani ma così tristemente vicini ed interconnessi da un unico filo conduttore: ambiente, estrattivismo e violazione dei diritti.
La resilienza ambientale, obiettivo introdotto da COP 21 di Parigi nel 2015, e il ripristino dell’equilibrio ecologico in Salento sembrano essere giunti come meri intenti formali; la vicenda TAP rappresenta l’emblema di come i diritti della natura – ontologicamente interconnessi ai diritti umani – siano stati ignorati e calpestati, così come la popolazione locale, completamente esclusa dai processi decisionali. Diversamente il principio n.10 della Dichiarazione di Rio del 1992, volta a imporre agli Stati un modello di sviluppo sostenibile e compatibile con i ritmi della natura, asserisce che “il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli (…); ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni concernenti l’ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità, ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali.”
La discussione fa emergere l’incapacità di guardare allo sviluppo economico in una prospettiva intergenerazionale nonché la tragica sproporzione tra la bassa capacità di reazione ai costumi criminosi e la grande abilità da parte dei soggetti agenti di eludere i controlli.
Mentre i lavori nel cantiere del gasdotto avanzano, giunge, solo il 6 settembre 2019, la notizia relativa alla chiusura delle indagini preliminari su Tap da parte della Procura di Lecce: la società Trans Adriatic Pipeline, costituita per la realizzazione del gasdotto che dal mar Caspio dovrebbe condurre il gas naturale in Europa, sarebbe responsabile di deturpamento di bellezze naturali, danneggiamento, violazione del Testo unico in materia edilizia nonché inquinamento della falda acquifera.
Abbiamo incontrato il giudice Acosta proprio a Melendugno, città di approdo del gasdotto. Qui l’economista si è recato per ascoltare e toccare con mano la realtà salentina, facendosi promotore di una ineludibile metodologia globale rispetto all’analisi di quei fenomeni che non ledono solo gli interessi climatici ed ambientali ma la totalità dei diritti umani astrattamente considerati e soprattutto del cosiddetto “paradigma andino”.
Alberto Jose Acosta Espinosa [foto: Koldo Unceta, Revista Galde 19, Verano/2017, País Vasco]

In qualità di giudice del Tribunale internazionale per i diritti della natura ritiene che il diritto sovranazionale – nello specifico, il diritto penale ambientale internazionale – abbia l’interesse e gli strumenti per rendere realmente efficaci le sue dichiarazioni, che sono “cristallizzate” nei grandi trattati delle Nazioni unite?
Ritengo che il diritto internazionale, in vari ambiti, abbia veramente molto poco da dire e meno ancora da fare, è più un’apparenza che una realtà. Chissà se un giorno riusciremo a ottenere una dichiarazione universale sui diritti della natura e avanzare pretese su tale documento; dobbiamo dunque agitarci per garantire un futuro alle prossime generazioni. In tal senso il Tribunale internazionale per i diritti della natura è una sorta di reclamo della società civile di fronte all’assenza di risposte da parte dei grandi enti sovranazionali. Vi sono persone, mi includo tra queste, che non possono attendere a braccia conserte che i potenti del mondo decidano come muoversi; noi stessi dobbiamo agire in prima persona, e con ogni strumento democratico e frontale, per rendere effettive quelle dichiarazioni così affascinanti e raramente applicate.
In riferimento ai recenti fatti globali (Iraq, Libano, Cina, Ecuador, Cile, Bolivia) sono state fatte molte analisi sulle dinamiche contemporanee di potere e repressione. Citando il caso boliviano, lei ha recentemente affermato che “vi è una spiegazione ma non una giustificazione”. Perché?
È vero, ho affermato che in Bolivia stiamo vivendo un vero e proprio colpo di stato, che può avere delle spiegazioni ma non ha giustificazioni. Non vi è alcuna giustificazione perché si sta minando la partecipazione democratica e lo stato di diritto. Molta gente sta morendo, c’è moltissima repressione. Vi sono gruppi in America Latina che vorrebbero riportarci a quella visione oligarchica in cui le forze armate erano attori determinanti della vita politica dei nostri paesi. Questo è intollerabile, ma non possiamo smettere in alcun momento di porci la questione su come siamo arrivati a questo punto; è fondamentale fare critica e autocritica perché senza di queste torneremo ciclicamente negli stessi fatali errori.
Analizzando l’intero continente latino-americano, si può parlare di una situazione generalizzata di instabilità e repressione, come un richiamo a ciò che si pensava ormai superato?
Sì, possiamo affermare che vi sia una situazione più o meno comune in quasi tutti i principali paesi dell’America Latina. Ritengo che in questo momento storico le nostre democrazie, siano esse progressiste o neoliberali, siano state impostate in “modalità aereo” e vengano riattivate solamente durante il periodo elettorale: ogni qualvolta il vincitore risulti scomodo per alcuni gruppi di potere, si dubita della legittimità del processo democratico e c’è una conseguente destabilizzazione. In tale prospettiva, dovremmo fare un’analisi molto più dettagliata e capire quali siano gli elementi che configurano la base strutturale dei problemi dell’America Latina. Qualcosa di ancora più profondo e pericoloso, ossia gli estrattivismi in generale. L’estrattivismo crea non solo disparità economica e società clientelari ma soprattutto governi autoritari e questo minimizza la democrazia come concetto. È in tale contesto che cominciamo ad assistere alle risposte dei cittadini latinoamericani, risposte che sono frutto di rabbia, frustrazione e violenze, in particolar modo da parte dei giovani.
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Parlando di contestazione, a parer di molti nel movimentismo latino-americano non vi è discontinuità tra anziani e giovani nella rivendicazione dei diritti sociali e politici. Ritiene che i giovani europei debbano imparare dai compagni d’oltre oceano?
Viaggio con frequenza in Spagna, Belgio e Germania, e ho assistito alla notevole rinascita delle lotte proprio dai più giovani: penso ai Fridays For Future, ad Extinction Rebellion, al movimento degli indignados di otto anni fa, tutti movimenti che hanno permesso un riavvicinamento tra generazioni. Vi è una fascia – gli attuali quarantenni – che non ha alcun interesse a portare avanti queste riflessioni, perché troppo impegnata sul fronte del mercato, a come conseguirne benefici individuali; ma vi è un altro blocco, formato dagli eredi del 1968 di Parigi e dagli attuali figli della crisi del 2000, che cerca delle risposte. E questo lo si ritrova in egual misura in America Latina. Ma c’è qualcosa di nuovo! Una fetta della popolazione più giovane, formata anche da laureati e professionisti altamente qualificati, si è resa conto di non avere più alcun futuro, di non prevedere alcuna alternativa sul domani. Protestano per via di un grandissimo senso di disorientamento, una grandissima frustrazione, e ciò impone un’analisi nuova: siamo usciti dai vecchi schemi economici e sociali e si impone una nuova risposta a tutte queste domande, che sostanzialmente reclamano non più un futuro migliore ma semplicemente un futuro.
Parliamo di Ecuador: un concetto affascina ormai da anni costituzionalisti, giuristi e studiosi di tutto il mondo, ossia il principio del buen vivir. Come si inserisce tale principio illuminato nell’amministrazione della cosa pubblica e come si declina “giuridicamente” e politicamente?
Innanzitutto, il buen vivir è modo di vivere, di essere, e dunque non deve necessariamente essere ricondotto a rango costituzionale. Quando si tenta di “istituzionalizzare” il buen vivir, lo si sta incasellando nelle trame dello Stato, nella visione di una società che pretende essere uniforme per tutti e che di conseguenza genera molte contraddizioni. Il buen vivir deve nascere ed espandersi dalle comunità, oppure non ne comprenderemo mai la sua potenzialità, poiché esso non è uniforme per tutti, ma presenta elementi in comune. In altre parole il buen vivir è per tutti all’interno di una comunità. Non è la “dolce vita” per pochi a sacrificio della maggioranza e della distruzione della natura. Io comincerei dunque a ripensare le categorie del buen vivir a partire dagli insegnamenti che ci vengono tramandati da quelle comunità indigene – non tutte, perché non si può idealizzare la storia indigena – che hanno una larga memoria su come basare la coesistenza tra individui della comunità e il rapporto con la natura.

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