Bilancio COP24: Accordi nel campo del “possibile” e poca volontà politica

di Elisa Calliari, Paulo Lima e Roberto Barbiero
Foto di UNFCCC

Dopo due settimane di faticosi negoziati, la Conferenza ONU sul Clima (COP24) si è ufficialmente chiusa domenica scorsa, 16 dicembre, con un entusiasmo sul quale pochi avrebbero scommesso solo qualche giorno prima. Un entusiasmo che ha portato ad una standing ovation dei rappresentanti dei quasi 200 governi riuniti a Katowice (Polonia) e ad un poco istituzionale salto del presidente Michal Kurtyka dal tavolo della plenaria. Motivo di tanta esaltazione è l’adozione del cosiddetto “Libro delle Regole” (Rulebook) dell’Accordo di Parigi che comprende l’insieme di meccanismi tecnici che lo renderanno operativo a partire dal 2020.


L’Accordo di Parigi si basa sui “Contributi Nazionalmente Determinati” (NDCs nell’acronimo inglese), ossia sui piani climatici che ogni Stato è chiamato a implementare dal 2020. L’obiettivo è di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione necessario a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, rispetto ai livelli pre-industriali, e di fare gli sforzi per limitare l’aumento a 1,5°C.


L’Accordo pone in essere una struttura istituzionale che dovrebbe supportare e monitorare questo processo. Il cuore di questo meccanismo è il ” Transparency Framework” che descrive come, quanto spesso e con che grado di dettaglio gli stati debbano rendere conto dei propri sforzi in termini di mitigazione, adattamento e finanza climatica. Il punto più controverso ha riguardato una possibile differenziazione dello sforzo di rendicontazione tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo. È stata trovata compromesso, per il quale vengono stabiliti dei criteri comuni lasciando però un margine di flessibilità per i paesi in via di sviluppo che abbiano capacità limitate.


Rispetto alla finanza climatica, un tema tradizionalmente controverso alle COP, è stato definito il processo per stabilire i nuovi target dal 2025 in poi, a continuazione dell’impegno attuale di mobilizzare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 per supportare i paesi in via di sviluppo. Il linguaggio usato è, tuttavia, abbastanza vago e non stabilisce indicazioni precise sul tipo di risorse finanziarie per il raggiungimento del target. Maggiore chiarezza è stata invece raggiunta nella definizione di modalità per misurare il progresso nello sviluppo e trasferimento di tecnologia verso i paesi in via di sviluppo. Sono state infine specificate le modalità del Global Stocktake, ossia del meccanismo creato per aumentare l’ambizione delle azioni climatiche degli stati con cadenza quinquennale.
Non è stato invece raggiunto un accordo sui meccanismi di mercato volontari, che permettono agli stati di “vendere” il proprio surplus di azione climatica (es. il fatto di aver mitigato di più rispetto al proprio obiettivo). Il Brasile ha tenuto in ostaggio i negoziati su alcuni dettagli tecnici, motivo per cui la conferenza si è chiusa con un giorno e mezzo di ritardo, e si è quindi deciso di rimandare ogni decisione alla COP25.
È rientrato parzialmente l’allarme che aveva preoccupato l’ostruzione di alcuni Paesi (Stati Uniti, Russia, Arabia e Kuwait) al riconoscimento dell’importanza del Rapporto speciale sugli impatti a 1,5°C del Tavolo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC). Con una soluzione intermedia, nel testo finale non si da il “benvenuto” al Rapporto in sé, ma piuttosto al suo completamento tempestivo e si invita tutti i Paesi a farne uso nelle successive discussioni in seno alla Convenzione ONU sul Clima. Pare quindi che non si riesca proprio ad accettare da parte di alcuni Paesi l’appello della comunità scientifica rispetto all’urgenza di agire nella riduzione delle emissioni di gas serra se si vuole sperare di rimanere entro 1,5°C di riscaldamento globale e limitare così gli impatti sulla vita degli esseri umani e sugli ecosistemi. Tanto più che un altro rapporto tecnico, il Global Carbon Project, ha messo in evidenza come le emissioni di gas serra provenienti da combustibili fossili e industria siano tornate ad aumentare nel 2017 e siano in ulteriore probabile aumento per il 2018 del 2,7% circa lanciando pertanto un preoccupante segnale di come la strada intrapresa fosse assolutamente quella sbagliata.

Ci vorrà del tempo per analizzare nel dettaglio la complessa portata dei risultati raggiunti a Katowice. Si tratta indubbiamente di un passo avanti importante e di un buon risultato tecnico aver raggiunto la definizione del Rulebook. Al senso di sollievo per aver portato a casa un risultato dopo stremanti notti di negoziato, si aggiunge però l’amarezza per la mancanza di enfasi sulla necessaria urgenza e ambizione, due parole chiave e molte sentite in questa Conferenza. A Katowice è stato approvato quello che era possibile, e il “possibile” poco aiuterà nella soluzione della crisi climatica. Rappresentando le organizzazioni della società civile nei discorsi finali della Conferenza, il giovane Amalen Sathananthar, di The Artivist Network, è stato chiaro: “Nessuno si aspettava che la COP24 salvasse il mondo, ma ci aspettavamo di più. E noi ci meritavamo di più”.

Sulla stessa linea si muove il bilancio del brasiliano Carlos Rittl, dell’Osservatorio del Clima: “Parigi ha definito un patto per limitare il riscaldamento globale e trattare le sue conseguenze. Katowice ha fornito gli strumenti per fare uscire l’Accordo dalla carta. Ma solo la volontà politica può portare velocità all’azione climatica nel grado necessario”.

La prossima Conferenza delle Parti (COP25) si terrà nel 2019 in Cile mentre per la COP26 del 2020 il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha presentato ufficialmente la candidatura dell’Italia che si affianca a quella della Gran Bretagna. L’appuntamento del 2020 sarà di straordinaria importanza in quanto è prevista l’entrata in vigore operativa dell’Accordo di Parigi con la prima revisione degli NDCs.