Il Rojava e la lotta del partigiano Orso

“Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli, e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Quindi, nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo”.

di Matteo Rimondini articolista dell’Agenzia di Stampa Giovanile *

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Il 18 marzo scorso veniva ucciso dalle milizie dell’Isis Lorenzo Orsetti, detto Orso, combattente trentatreenne delle truppe YPG, mentre lottava sul fronte Baghouz, nella Siria nord orientale. Era partito più di un anno e mezzo fa, deciso a difendere il Rojava, uno degli esperimenti più radicali di alternativa pratica al capitalismo sotto forma di democrazia diretta. Ad ora, i curdi vengono stimati intorno ai 50 milioni suddivisi in diversi stati, Siria del nord, Iraq, Iran e Turchia, un territorio che si aggira intorno ai 40 milioni di metri quadrati, da sempre ambìto da grandi potenze politico-economiche. Sulla scia della primavera araba, nel 2011 il popolo del Kurdistan siriano si è organizzato in milizie e ha dato il via a una radicale alternativa al sistema capitalistico. La base ideale sono gli scritti di Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e guida morale del movimento. Specialmente negli “Scritti dal carcere”, sulla scorta degli scritti del filosofo americano Murray Bookchin, ha analizzato i problemi dell’attuale sistema – quali lo statalismo, lo sfruttamento delle risorse e il sistema liberale della giustizia- e ne ha proposto il superamento.

Nella prassi, la società curda si è costituita come Confederalismo Democratico. Così scrive Öcalan: “L’insegnamento che possiamo trarre dalla rivoluzione di ottobre è che contro il capitalismo ci possono essere soluzioni durature e fedeli ai propri princìpi soltanto se il comportamento democratico dei popoli viene trasformato in un ampio sistema democratico. Finché la democratizzazione e la democrazia non saranno liberate dalla malattia dello statalismo, non si potrà arrivare ad un sistema democratico.” La tesi fondante, dunque, non prevede la costruzione di uno Stato nazione del Kurdistan sul modello occidentale, poiché esso stesso viene inteso, oltre che come un progetto confezionato, come causa dei problemi del Medio Oriente, ma solo “un’autorità illuminata, sensata, accettata, spontaneamente dal sistema popolare […] i responsabili in carica sono eletti ogni anno e possono essere anche non rieletti” viene concepita come sistema politico. L’obiettivo è costruire una strada reale verso la libertà del popolo e conseguentemente dell’individuo. In questa critica, però, Öcalan non si perde in rivoli utopici antistatalisti ma crede in uno “stato snello, che si occupi soltanto di tutelare la sicurezza interna ed estera e dei sistemi di sicurezza sociale” eccependo che nella prassi capitalistica lo Stato diventa nemico e oppressore del cittadino. Le conseguenze teorizzate porterebbero grandi benefici sia in termini di creatività sia in termini economici. Da un lato, Ocalan afferma che “la democrazia è il regime più creativo” tracciando un filo rosso attraverso la storia di tutti i popoli democratici: a partire dalla democrazia ateniese che produsse il “secolo di Atene”, passando all’Impero Britannico sul quale non tramontava mai il sole fino alla democrazia francese figlia degli ideali rivoluzionari; dall’altro basandosi su studi circa la connessione fra efficienza economica e democrazia dove si “offrono le condizioni migliori sia per una produzione efficiente, che per un’equa distribuzione” designa come obiettivo la costruzione di un vero “mercato sociale” dove i motivi di crisi (squilibri fra offerta e richiesta, inflazione e giochi finanziari…) vengono ridotti all’osso. Il Confederalismo democratico tende così ad essere uno degli esperimenti di democrazia diretta meglio costruiti e con un bagaglio teorico del tutto alternativo alle democrazie occidentali. La sua organizzazione, dal basso verso l’alto, parte dalle comuni delle municipalità, elemento primo e fondamentale della democrazia diretta, fino alCongresso dei Popoli Democratici, che è l’assemblea che rappresenta tutti i popoli che vivono nella Federazione Democratica della Siria settentrionale. Queste assemblee lavorano avendo alla base tre principi, la democrazia diretta stessa, il femminismo e il rispetto per l’ecologia.

Nella sua analisi Ocalan si propone di andare a fondo nella questione femminile ma soprattutto di scrivere la storia della libertà della donna, criticando aspramente la connaturazione sessista della società che porta alla vergogna di essere donna. Soffermandosi poi sulle cause, rimarca il concetto di “potere” come la principale, infatti “se il sistema di dominio è nelle mani dell’uomo, non solo una parte di umanità ma piuttosto un intero sesso deve essere plasmato conformemente a questo potere […]l’uomo, in quanto colui che detiene il potere, all’interno del micro-modello famiglia, si sente autorizzato a fare tutto ciò che gli piace, anche uccidere se necessario.” Schiavitù e possesso sono legati a doppio filo e preparano l’accettazione del sistema servile capitalistico. Sempre negli Scritti dal carcere, Öcalan scrive: “avvicinarsi alla teoria e alla prassi con intelligenza femminile può condurre più sensatamente ad una vita vicina alla natura, pacifica, libera e egalitaria, carica di estetica.” La questione femminile è dunque intesa come cardine della trasformazione sociale e la stessa società curda è convinta che senza liberazione delle donne non possa esistere la liberazione della società. Nel 1987 fu fondata l’Unione delle Donne Patriote del Kurdistan (Yjwk). Nel pensiero curdo, infatti, è necessario sottolineare non solo la centralità di Abdullah Ocalan ma anche delle tante donne che fin da subito hanno ottenuto grandi successi e trasformazioni attraverso le proprie lotte. Nel 1993 viene fondato il primo esercito delle donne che produsse grandi cambiamenti anche all’interno del PKK; tutt’ora ci sono divisioni con più comandanti donne e tantissime eroine si sono sacrificate.

L’ambiente rappresenta un altro campo discontro, avendo come obiettivo, scrive Öcalan, “il passaggio da un’economia fondata sulla reificazione, vale a dire la trasformazione di tutte le cose e relazioni in merce e profitto, ad un’economia basata sul valore d’uso e la suddivisione.” La tesi parte da due presupposti: ad un allontanamento degli uomini all’interno della società consegue un allontanamento dalla natura e la crisi del sistema viaggia sullo stesso binario della crisi ecologica. Ecologia significa dunque “la natura fisica e biologica sulla quale la società si è costruita” con la quale è necessario trovare un rapporto di armonia, infatti “il sistema che si trova per lo più in contrasto con la natura deve essere superato”. Non basta dunque solo con i movimenti ambientalisti ma è necessario un vero e proprio “atteggiamento ecologico” che comprenda l’estensione ad ogni settore delle realtà già esistenti e la solidarietà con il movimento femminista. Il pensiero ecologista è di fondamentale importanza poiché solo chi ha un sincero rapporto con la natura può instaurare con il sistema sociale un rapporto proficuo e travalica la politica, diventando, nel pensiero di Ocalan, il ponte fa filosofia e morale.

Il partigiano Orso combatteva stretto da potenze militarmente più forti, fornite e preparate, l’esercito turco e quello dello Stato Islamico, e la sua scelta rappresenta una testimonianza viva del sapere distinguere ancora fra la parte del riscatto contro quella dei “gesti perduti” e degli “inutili furori”, dello scegliere, insomma, di stare dalla parte della storia che sublima l’idea di lotta per una Liberazione che sia davvero di tutte e di tutti.

Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! Neppure per un attimo.Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni.E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia.

Bibliografia: Abdullah Ocalan, Scritti dal carcere. Oltre lo stato, il potere e la violenza

*Matteo Rimondini cresce a Castenaso (BO) e dopo il liceo classico “M. Minghetti” si iscrive alla facoltà di lettere classiche presso l’Università di Bologna, pur mantenendo sempre con il proprio paese un rapporto di intesa e scontro. Organizzatore delle due edizioni del festival letterario “Nubi, lettere dalla periferia” e impegnato nell’approfondimento storico essendo membro dell’Anpi, accanto a passioni squisitamente letterarie, segue con passione temi politici e contemporanei. Attualmente studente Erasmus presso l’università di Heidelberg (Germania), scrive regolarmente sulla rivista “Resistenza e nuove Resistenze”.