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07/11/2019, 19:40

autismo, diversit



Essere-esseri-speciali


 L’autismo, spesso causa di esclusione sociale, può essere considerato anche una risorsa e un punto di vista dal quale riconsiderare cosa è diverso.



“Mamma, mi avevi dato troppo pochi soldi per comprare le uova per la nostra torta.”

“Ma sei sicuro Andrea? I soldi che ti ho dato dovevano bastare per una confezione di quattro uova.”

“Hai ragione mamma, però calcolando il prezzo al chilo risulta che è più conveniente spendere qualche centesimo in più e comprare sei uova, piuttosto che spenderne pochi di meno e prenderne solo quattro.”


Andrea è il protagonista di questo dialogo, ha nove anni e una leggera forma di autismo, che lo rende estremamente intelligente e un po’ meno agile nel lato pratico della vita di tutti i giorni.


L’autismo è punto di forza, di vantaggio, ma spesso si manifesta anche come esclusione, ingiustificato isolamento, percezione della diversità come difetto.

Esso è il non essere abili a giocare a calcio, ad arrampicare, è il non avere intenzione di iscriversi a un qualunque sport che non sia quello che può allenare la mente, come la matematica, la geografia. 

Questo disturbo si riflette nell’appartarsi con un libro in mano e acquisire ogni minima e dettagliata conoscenza che si può reperire tra le sue pagine, mentre gli altri bambini puntano il dito e le loro labbra pronunciano la parola “strano”.

L’autismo è un taboo che le persone esterne a questo fenomeno non sanno come affrontare. E’ sicuramente più accessibile giudicare e tenere le distanze da questo genere di situazione, ma la verità è che entrando in questo mondo di diversità, l’unica cosa che si troverà in un bambino come Andrea è la meraviglia, lo stupore, il vedere quanto una mente così giovane possa lavorare velocemente e possa elaborare cose che vengono messe in secondo piano dalla società, anteponendo l’estetica, la simpatia, l’estroversione. 


Andrea sfrutta le capacità e la curiosità che per natura gli sono stati donati senza farsene un vanto, senza puntare il dito contro i bambini che giocano a calcio, senza prendere in giro il suo coetaneo che comprerà la confezione da quattro uova, inconsapevole del fatto che se avesse preso quella da sei uova avrebbe potuto comprarsi un dolcetto con i soldi risparmiati.



Beatrice Ferretti

Foto: Archivio Pixabay

01/11/2019, 09:30



Una-sacca-salvavita


 Donare il sangue è un atto di cura che può essere vissuto anche come un impegno civile.



Voler aiutare gli altri senza saper bene come farlo sembra essere un sentimento molto comune tra i giovani trentini, che vogliono trovare un modo per essere utili e sentirsi parte della propria comunità senza però doversi tenere occupati con attività impegnative. Quindi perché non farlo scegliendo di diventare donatori di sangue? Ecco la storia di chi oggi ha fatto la sua prima donazione di sangue.

Sono le 8:00 e la sala d’attesa dell’Unità di Raccolta dell’Ospedale di Cavalese è gremita di donatori che aspettano il proprio turno: è ancora presto, ma sono tutti di buon umore e chiacchierano tranquillamente.

Aspettando il mio turno, un’allegra signora sulla cinquantina seduta in un angolo della stanza, racconta entusiasta che il Trentino è una delle province italiane con più donatori in tutta Italia e che dovremmo essere tutti molto fieri di quello che stiamo facendo. "Io dono dal 2003 - aggiunge - e sono molto felice di poter aiutare chi ha bisogno".

La signora dice di sentirsi molto bene con sé stessa, "una persona migliore", dopo la donazione. Concorda con lei un ragazzo trentenne seduto accanto a lei precisando che donare il sangue significa fare delle analisi del sangue periodiche e quindi ottenere un controllo costante del proprio stato di salute. Anche le infermiere accolgono i donatori con un grande sorriso e spiegano che c’è sempre un bisogno costante di giovani donatori su tutto il territorio provinciale e in tutta Italia.

Decidere di prendersi questo impegno e di andare a donare fino a tre volte all’anno non rientra sicuramente tra i primi punti della to do list di una persona giovane, ma durante la prima donazione ci si rende conto dell’importanza di un piccolo gesto che potrà davvero fare la differenza nella vita di altre persone. Diventare donatore di sangue è sinonimo di aiutare concretamente qualcuno, poiché una sacca di sangue può davvero contribuire a salvare una vita.


Isabella Corradini
Foto: Archivio Pixabay

30/10/2019, 01:32

carcere, diritto, carcerati



Il-lavoro-carcerario:-un-diritto-dimenticato?


 Il lavoro è un diritto garantito ai carcerati dalla legislazione italiana. Eppure, è un diritto spesso ignorato. Se ne è parlato durante una tavola rotonda a Fa’ la cosa giusta! Trento.



In un’Italia impaurita e allarmata, accostare le parole carcere e lavoro pare un’idea ingenua. Di tutt’altro avviso erano i partecipanti alla tavola rotonda “Fare impresa in carcere”, tenutasi lo scorso 18 ottobre presso la fiera “Fa’ la cosa giusta! Trento”. L’incontro, moderato dal giornalista Francesco Terreri, ha visto la partecipazione di Antonia Menghini, Garante dei diritti dei detenuti della Provincia Autonoma di Trento, e Oscar La Rosa, fondatore del progetto “Economia Carceraria”.


Il lavoro carcerario è in primo luogo uno strumento di integrazione e inclusione sociale, ma non solo. Secondo una statistica del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria risalente al 1998 (anno dell’ultimo studio in materia), il tasso di recidiva si aggirerebbe intorno al 68% tra coloro che hanno scontato una pena in carcere, ma calerebbe fino al 19% tra chi ha usufruito di misure alternative. Si stima che la riduzione di un punto percentuale della recidiva corrisponda ad un risparmio di 51 milioni di euro. In Italia, dove la spesa annuale per il mantenimento del sistema carcerario è di circa 3 miliardi, una cifra simile non lascia indifferenti.


Sorde a ciò che i dati suggeriscono, le istituzioni e la società civile faticano a puntare sul lavoro carcerario. Menghini individua quali problemi principali il numero dei posti di lavoro disponibili e la qualità dell’offerta. In seguito alla riforma all’Ordinamento Penitenziario del 2018, i posti lavorativi nella regione sono diminuiti del 40%. Inoltre, la maggior parte dei detenuti lavoranti è impiegata presso l’Amministrazione Penitenziaria, ma, come spiega La Rosa, questo tipo di lavoro è caratterizzato da tempi brevi ed un rapporto squilibrato tra datore e lavoratore.


Il lavoro è un ai detenuti dall’Ordinamento Penitenziario e riconosciuto dalla Costituzione: l’appello di chi quotidianamente si batte per ricordarcelo non può andare inascoltato.



Caterina Anselmi Kaiser

Foto: Archivio Pixabay



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