Nawal al-Sa’dawi: essere ribelle

Psichiatra e scrittrice egiziana, al-Sa’dawi era la femminista più conosciuta del mondo arabo. Fu presa di mira da autorità politiche e religiose per le sue forti opinioni. Carcere, minacce, esilio e censura: il prezzo che ha pagato. Perché «niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente».

Di Desirée Tripodi, articolista di Agenzia di Stampa Giovanile

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Spesso è la morte a far puntare i riflettori, ancora una volta, su figure fuori dall’ordinario. Su chi ha costruito un’importante eredità a colpi di battaglie pubbliche. Nel loro ‘conquistare’ un posto tra le notizie del giorno, il pubblico ha quindi l’opportunità di (ri)scoprirne la storia. Chissà se, a distanza di anni, quelle idee sono ancora vive tra la gente e nelle nuove generazioni. Si può iniziare a raccontare Nawal al-Sa’dawi attraverso tre luoghi: il pavimento del bagno dove venne circoncisa a sei anni, la cella della prigione femminile che condivise con dodici donne, il modesto monolocale del Cairo dove visse gli ultimi anni. Qui, in un’intervista del 2015 al Guardian, si definì povera (N.d.R. per la difficoltà di far rispettare il diritto d’autore in Egitto). Eppure fortunata ad avere un tetto sopra la testa. Quando prevale un attivismo di facciata, che segue la moda del momento ed è confinato ai social media, un esempio di vero impegno civile aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. La donna è scomparsa in marzo, a 89 anni, dopo una malattia. Era il volto del femminismo nel mondo arabo, ma ha lasciato il segno ben oltre questo.

Originaria di Kafr Tahla, nel Delta del Nilo, al-Sa’dawi proveniva da una famiglia benestante. Ad appena dieci anni, con il supporto della madre, si ribellò ad un matrimonio precoce. Per allontanare i pretendenti anneriva i denti con melanzane crude. Ma è soltanto una prova del suo spirito combattivo. Incoraggiata a studiare, diventò medico (specializzato in psichiatria), scrittrice (di libri che hanno rotto tabù) e dissidente. Nel suo mirino finirono la cultura patriarcale, l’oppressione delle donne e l’estremismo religioso. Criticò duramente le mutilazioni genitali femminili (che subì), la poligamia, la violenza domestica e le disuguaglianze nei diritti ereditari. Prese di posizione così audaci le costarono caro: venne perseguitata dalle istituzioni politiche e religiose, ma anche dagli integralisti. In alcuni casi le polemiche non si limitarono ai suoi detrattori.

Direttrice della Sanità Pubblica, Nawal fu licenziata dal Ministero dopo la pubblicazione di Women and Sex (1972). Nella sua carriera perse altri incarichi, come quello di caporedattrice di una rivista che si occupava di questioni sanitarie (fu chiusa) e di Segretaria Generale dell’Associazione Medica. L’esperienza come dottoressa nei villaggi rurali le aprì gli occhi su abusi sessuali e delitti d’onore documentati in The Hidden Face of Eve (1977). A quelle pagine affidò anche il racconto della sua traumatica infibulazione. Quattro donne la accerchiarono, le presero mani e piedi come se dovessero crocifiggerla, la lasciarono in una pozza di sangue. In carcere, con un kajal contrabbandato, scrisse su un rotolo di carta igienica Memoirs from the Women’s Prison (1984). Anni prima, sempre ad Al-Qanater, raccolse la testimonianza di una nota prostituta nel capolavoro Firdaus. Storia di una donna egiziana (1975). Con un passato di violenze e una condanna per l’omicidio di un uomo, attendeva l’impiccagione: «Tutti dobbiamo morire, Firdaus. Morirò io e morirai tu. L’importante è come si vive fino alla morte».
Sono autobiografici Memorie di una donna medico (1958) e Una figlia di Iside (1999). In tutto al-Sa’dawi ha scritto circa cinquanta opere, un sorta di testamento morale. Molte sono andate incontro allo stesso destino: censurate dall’Università di al-Azhar (centro culturale e religioso tra i più importanti dell’Islam sunnita), ritirate dalle librerie, bandite dalla Fiera Internazionale del Libro del Cairo.

Nel 1981 l’attivista fu appunto arrestata per essersi opposta ad Anwar al-Sadat, l’allora Presidente della Repubblica. Accusata di crimini contro lo Stato, rimase in carcere alcuni mesi e fu rilasciata solo dopo l’assassinio del politico. Nel 1992 il suo nome finì nella ‘lista della morte’ di un gruppo fondamentalista, bollata come eretica. Si rifugiò in Carolina del Nord e si dedicò all’insegnamento universitario. Tornata in patria, nel 2001 e 2007 fu denunciata per apostasia, senza tuttavia gravi conseguenze. La prima volta fu un avvocato conservatore a trascinarla in tribunale e a chiedere il divorzio coatto per lei e il marito. Una mobilitazione internazionale fece la differenza. La donna fu poi consigliera dell’ONU, fondatrice nonché presidente dell’Arab Women’s Solidarity Association (dichiarata illegale) e co-fondatrice dell’Arab Association for Human Rights. Ad una lunga serie di premi – v. il Premio Nord-Sud del Consiglio d’Europa, il Sean MacBride Peace Prize e l’Ordre national du Mérite, a titolo esemplificativo – si aggiunse nel 2020 il riconoscimento del Time. La inserì tra le 100 donne più influenti del secolo scorso e in copertina mise un suo ritratto con l’eloquente citazione:

«Non ci può essere rivoluzione senza donne».

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