Dalla fotogallery di en nico

Ammalati d’aria

Un recentissimo studio (settembre-dicembre 2020), pubblicato su Epidemiologia e Prevenzione, la rivista dell’associazione italiana di epidemiologia, ha fornito un contributo per comprendere i complessi meccanismi e le possibili relazioni tra inquinamento atmosferico e COVID-19.

Di Sergio Sichenze, articolo tratto da La macchina sognante, media partner dell’Agenzia di Stampa Giovanile.

Nell’incipit della ricerca si afferma che: «L’inquinamento atmosferico è una delle principali cause di morte in tutto il mondo, con effetti avversi legati a esposizioni sia a breve sia a lungo termine. Di recente è stato anche accostato alla pandemia COVID-19. Per analizzare questa possibile associazione a livello italiano, è necessario indagare tutta l’area della penisola, sia le zone urbane sia quelle non urbane. Si rileva quindi la necessità di uno strumento per la valutazione dell’esposizione, omogeneo e applicabile su tutto il territorio nazionale».
In quale contesto si colloca questa ricerca?

Il Global Burden of Disease (GBD).

Le stime del GBD indicano che l’inquinamento atmosferico, subito dopo stili alimentari, fumo, ipertensione e diabete, causa ogni anno 2,9 milioni di morti premature in tutto il mondo: cardiopatia ischemica, ictus, malattia polmonare ostruttiva cronica, sono le principali condizioni associate alla mortalità correlata all’inquinamento atmosferico. Il GBD raccoglie i più recenti dati epidemiologici di 195 paesi nel mondo per valutare qual è il peso sulla salute delle diverse malattie e fattori di rischio correlati. I dati del GBD per i singoli paesi sono utili nel campo della salute per misurare i successi, identificare le criticità, fare confronti con altri territori e stabilire nuove priorità.
Il GBD, è una valutazione dell’effetto che patologie, infortuni e fattori di rischio hanno sulla popolazione mondiale, confrontandone anche l’andamento in differenti ambiti geografici e sociali. È quindi uno strumento autorevole, capace di fornire importanti e dettagliate informazioni a chi deve prendere decisioni di politica sanitaria e non solo, considerata l’indiscutibile correlazione con le problematiche sociali, ambientali ed economiche. È interessante notare l’utilizzo del termine ‘burden’, che letteralmente significa fardello: ovvero il carico, l’onere, il peso, che il Pianeta si porta dietro in termini di malattie e morti conseguenti il vorace e inarrestabile modello di sviluppo economico, pienamente incentrato sul consumo e sulla depredazione delle risorse, sul mercato e sul profitto che esso genera, a scapito anche della salute globale, perfino a nocumento di quelli che da tale modello ricavano ricchezza: effimera aurea restituzione di materialismo e individualismo inumano.
I fattori di rischio della popolazione mondiale, hanno mostrato un trend in ascesa, in alcuni casi repentino, della correlazione tra impatti ambientali, causati da fattori antropici nell’uso e indiscriminato sfruttamento delle risorse naturali, e l’insorgenza, cronicizzazione e decessi precoci, di un ampio numero di persone.

The state of global air 2020.

Il report, realizzato dall’Health Effects Institute (HEI), dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) e dalla University of British Columbia, giunto alla quinta edizione, fotografa lo stato della qualità dell’aria nel mondo. Un primo dato che emerge è che, pur confermando la valutazione GBD, come la quarta causa di morti precoci, determina che 6,67 milioni di decessi sono stati causati nel 2019 dall’inquinamento atmosferico.
Occorre precisare, seppur in modo sintetico, che gli elementi inquinanti sono molteplici, anche se alcuni di essi possiamo considerarli degli ‘osservati speciali’, ad esempio l’NO(biossido di Azoto), l’O3 (Ozono) e il particolato (PM). Il nostro Ministero dell’Ambiente definisce in questo modo le caratteristiche del particolato: «Per materiale particolato aerodisperso si intende l’insieme delle particelle atmosferiche solide e liquide sospese in aria. Il termine PM2,5 identifica le particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale ai 2,5 µm (1 µm equivale a 1 millesimo di millimetro). Il particolato PM2,5 è detto anche ‘particolato fine’, denominazione contrapposta a ‘particolato grossolano’ che indica tutte quelle particelle sospese con diametro maggiore di 2,5 µm o, all’interno della frazione PM10, quelle con diametro compreso tra 2,5 e 10 µm. Sorgenti del particolato fine sono un po’ tutti i tipi di combustione, inclusi quelli dei motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali».
Si aggiunga, ai sopracitati impatti, anche quelli derivanti dalla navigazione marittima, soprattutto a opera dei mercantili di grossa stazza (come quelli che trasportano i container), nonché le mastodontiche navi da crociera (ad esempio quelle che sfilano come inquietanti iceberg nel Canal Grande di Venezia), il cui tasso di inquinamento dell’aria è in netta crescita, soprattutto a carico delle città portuali.
Vari studi epidemiologici sugli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico da particelle, hanno evidenziato associazioni tra le concentrazioni del particolato e un incremento sia di mortalità che di ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie nella popolazione. Il particolato fine (2,5 µm) ha un’alta  capacità di penetrazione nelle vie respiratorie; superando la barriera tracheo-bronchiale, raggiunge la zona alveolare, aumentando lo stato di infiammazione e il conseguente tasso di mortalità, con ricadute molto gravi nelle aree più inquinate: «Per il PM2,5 le città con il più alto tasso di mortalità si trovano nella Pianura Padana, nella Polonia meridionale e nella Repubblica Ceca orientale».

Cosa evidenzia il report “The state of global air 2020”.

Nel 2019, oltre il 90% della popolazione mondiale ha registrato una media annuale di concentrazioni di PM2,5 che hanno superato le linee guida della qualità dell’aria dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). L’OMS raccomanda che l’esposizione della popolazione al particolato PM2,5, non superi i 10 μg/m3.
Andando nel dettaglio del report, i paesi più colpiti dall’inquinamento dell’aria sono quelli africani e asiatici.
India, Nepal e Niger hanno registrato numeri oltre gli 80 μg/m3; Qatar e Nigeria sopra i 70 μg/m3 ed Egitto, Mauritania, Camerun, Bangladesh e Pakistan oltre i 60 μg/m3. Le politiche ambientali comunitarie, così come quelle degli USA e Canada, stanno dando, sempre in termini di medie nazionali, delle risposte sufficienti al problema, ciò nondimeno ci sono distretti geografici ad alta densità industriale (come nel caso dell’area padana) e le medie e grandi città, dove i limiti raccomandati vengono molto spesso superati.
The state of global air 2020”, compie un significativo focus sull’inquinamento domestico: ben il 49% della popolazione mondiale fa ancora affidamento sui combustibili solidi per cucinare e riscaldare la casa. 3,8 miliardi di persone ogni giorno sono quindi costrette a respirare aria inquinata all’interno delle loro abitazioni, soprattutto in Africa e in Asia meridionale. Nell’ultimo decennio in Cina sono diminuite di 220 milioni le persone che facevano affidamento su questo tipo di combustibili, riducendo la quantità di popolazione esposta a rischi connessi dal 54% al 36%. Anche l’India, nell’ultimo decennio, ha fatto in modo che le persone che utilizzavano questo tipo di combustibili pericolosi passasse dal 73% al 61%, numeri comunque ancora molto elevati. Paesi come la Nigeria invece, sebbene si sforzino di rendere disponibili combustibili domestici più sicuri, si scontrano con un deciso aumento demografico che rende più difficile la diminuzione di persone esposte all’inquinamento domestico. Ciò ha determinato, evidenzia il report, che è stato inoltre calcolato quanto la qualità dell’aria incida sulle morti dei neonati: l’inquinamento atmosferico è stato tra le ragioni nel 2019 di circa 476.000 morti tra i neonati nel primo mese di vita, attestandosi come la causa del 20% delle morti di neonati al mondo. Il PM2,5 ha provocato 4,14 milioni di morti, l’ozono troposferico ha rappresentato il motivo di circa 365.000 decessi e l’inquinamento domestico ne ha causate 2,31 milioni. Nel complesso, queste forme di inquinamento atmosferico hanno determinato la morte per più di 1 su 9 decessi in tutto il mondo nel 2019.
Lo stesso report, afferma che ci potrebbe essere una correlazione tra inquinamento atmosferico e pandemia, nel senso che certe patologie aggravate dall’inquinamento renderebbero gli individui meno resistenti in caso di incontro con il coronavirus: il «SARS-CoV-2, il coronavirus che causa il Covid-19, è un virus respiratorio che può colpire i polmoni, i vasi sanguigni e molte altre parti del corpo. È stato dimostrato che l’esposizione all’inquinamento atmosferico influisce sul corpo e sulla difesa immunitaria, rendendo un individuo più suscettibile a infezioni respiratorie e di altro tipo. Inoltre, molte delle condizioni di salute che sono state associate a una maggiore vulnerabilità al Covid-19 – come diabete, malattie cardiovascolari e malattie polmonari ostruttive croniche – sono anche causate da esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico».

Ricerca pubblicata su Epidemiologia e Prevenzione

«Nel nostro Paese, la principale fonte di inquinamento atmosferico nelle realtà urbane è rappresentata dagli scarichi del traffico veicolare, in particolare dei motori diesel; tuttavia, è stato anche riconosciuto negli ultimi anni il ruolo importante e crescente della combustione delle biomasse (quali legno e pellet usati per il riscaldamento), responsabile di un aumento della concentrazione di polveri soprattutto nelle aree del Nord e nelle aree rurali. A queste fonti inquinanti si aggiungono l’agricoltura e gli allevamenti di bestiame, per le emissioni di ammoniaca, che per reazione chimica nell’atmosfera si trasforma in particolato secondario, e le emissioni industriali. In questi ultimi mesi, la possibile relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19 (malattia del coronavirus causata dalla SARS-CoV-2) è stata oggetto di dibattito. È noto che i principali inquinanti atmosferici antropogenici hanno proprietà fortemente ossidanti e che l’esposizione a questi inquinanti inneschi reazioni infiammatorie polmonari e sistemiche acute e croniche, anche in soggetti giovani e sani».
La ricerca, inoltre, evidenzia che: «L’esposizione al particolato (PM10, PM2,5) o al biossido di azoto (NO2) può, dunque, rendere il sistema respiratorio più suscettibile alla infezione da SARS-CoV-2 e alle complicanze della malattia da coronavirus. Le persone che vivono in un’area con livelli elevati di inquinanti atmosferici sono infatti a maggior rischio di infezioni respiratorie».
Ma come avviene la rilevazione dell’inquinamento atmosferico? «In Italia, le concentrazioni dei principali inquinanti aerodispersi sono regolarmente misurate dalla rete di monitoraggio di qualità dell’aria, gestita dal Sistema nazionale di protezione ambientale (SNPA) attraverso le singole Agenzie regionali e provinciali e la struttura centrale di ISPRA. Questo dato rappresenta il patrimonio principale di misure sul territorio nazionale».
Una rete di Agenzie pubbliche, dunque, connesse tra loro e facenti parte del più vasto network europeo, coordinato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente. Un patrimonio di competenze e alte specializzazioni che quotidianamente monitora la qualità dell’aria dell’intero territorio nazionale e dell’Europa.
La ricerca, interamente pubblica, è bene sottolinearlo, apre un fronte d’indagine ambientale ed epidemiologica di grande interesse, che deve proseguire ed essere condotta col rigore necessario, senza scopi commerciali, a favore dell’interesse collettivo, di qualsiasi fascia di età, in qualsivoglia condizione sociale e geografica.
L’articolo, nella sua parte conclusiva, riporta: «L’approccio epidemiologico agli studi degli effetti dell’inquinamento atmosferico outdoor distingue le esposizioni acute (a breve termine) da quelle croniche (a lungo termine). Nello studio sulle possibili associazioni fra inquinamento e COVID-19 si è maggiormente interessati agli effetti a lungo termine perché aumentano la dimensione della popolazione suscettibile, senza peraltro escludere un effetto a breve termine correlabile a un aumento della velocità di propagazione della epidemia oppure a un aggravamento delle condizioni cliniche nei soggetti già malati. Il modello sviluppato e presentato in questo lavoro può essere usato per caratterizzare entrambe le esposizioni per la popolazione residente su tutto il territorio nazionale».
Per quanto siamo spesso portati a guardare al di là dei confini nazionali per cercare imparzialità ed eccellenza, dovremmo ricordare che la ricerca pubblica italiana esiste, così come sono elevate le sue competenze. Ciò che è socialmente e civilmente incomprensibile è come, a fronte di una indifferibile necessità di disporre di una ricerca pubblica che sviluppi il suo ruolo di terzietà rispetto a ogni potere e lobby, si prosegua a depotenziarla, a erodere, se non smantellare, il suo ruolo, le sue strutture e la sua funzione, indispensabile per traguardare  verso un futuro civilmente accettabile, per dare concretezza democratica alla res pubblica. La civiltà di un popolo, si misura soprattutto sul mettere l’accento, sul privilegiare (e non incoraggiare i privilegi), sul far crescere quelle aree d’interesse (e non d’interessi) che consentono ai cittadini, e consentiranno alle generazioni future, di essere parte (e non di una parte) del consesso dell’Umanità, dove «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», come recita l’art.3 della nostra Carta Costituzionale.
Abbiamo assistito, e assistiamo tutt’ora, all’abdicazione delle funzioni Stato a favore di forme privatistiche, o quantomeno a gestione consortile pubblico/privato. L’adagio stereotipico che il pubblico non funziona, anzi sia innesco di fenomeni corruttivi e di inefficienza, a favore di un privato capace e innovatore, ha acquisito vastissime aree di consenso. L’indispensabile e auspicabile azione del privato, anche quale espressione di libera e qualificata iniziativa, trova terreno fertile in uno Stato, in un contesto di regole emanazione di un Parlamento democraticamente eletto, che svolge a pieno il proprio ruolo, che è quello d’imparziale garante di tutti i cittadini. Se, viceversa, si creano, come da tempo si sono create, delle zone d’ombra, delle preoccupanti inefficienze del servizio pubblico, si inquina (e in questo articolo appare pertinente) il senso e il significato della res pubblica, si creano sacche di iniquità, di disparità, di frammentazione sociale, dove il reddito e la capacità di spesa diventano prioritarie, assumono cioè un ruolo discriminante.

La Salute, come l’Ambiente, non sono dei corollari o degli orpelli leziosi, ma elementi cardinali, assi portanti e insostituibili di una società democratica e solidale.
Uno Stato in scacco del mercato e delle sue logiche di profitto, di una oligarchia economica e finanziaria, rispondente a leggi che nulla hanno a che vedere con l’alleanza umanitaria del Pianeta, non può che sopportare (e non supportare), con una cinica sufficienza, la ricerca pubblica, i suoi esponenti, i princìpi e i valori di cui è portatrice. Una ricerca, si badi bene, che non ha nulla di autarchico, di autocompiacimento del proprio potere e della sua posizione di presunta supremazia, semmai si configura e si struttura come comunità aperta e globale, dove il valore più alto è offrire alla popolazione gli esiti dei suoi sforzi e delle acquisizioni di nuove conoscenze, affinché chiunque ne possa beneficiare.

Post correlato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *