Agenda 2030: discriminazioni e ambiente secondo Human Rights International

Nell’ambito del progetto ‘Comunicare L’Agenda 2030’ portato avanti dall’Agenzia di Stampa Giovanile, quattro ragazze partecipanti hanno intervistato l’antropologo e  pedagogista Ivo Passler, rappresentante dell’associazione Human Rights International. L’intervista ha voluto approfondire gli obiettivi 10 e 13 dell’Agenda 2030, inerenti rispettivamente la riduzione delle discriminazioni fra e all’interno dei Paesi e la lotta contro il cambiamento climatico.* 

Di Chiara Buosi, Miriam Recchi, Sara Soliman, Vittoria Trotta

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Che cos’è Human Rights International?

È una onlus con sede a Merano, che presto cambierà il proprio nome in “Human Rights Initiatives” perché, come ci fa sapere Ivo Passler, l’attributo ‘International’ svia la rete dalle reali attività che l’associazione svolge. 

Human Rights International (HRI) nasce nel 2002 a Bolzano dal confronto tra un gruppo di avvocati desiderosi di mobilitarsi per la difesa dei diritti umani e ha continuato il proprio lavoro collaborando con numerose altre associazioni ed enti locali. 

Di che cosa si occupa?

Si occupa di promuovere, documentare e difendere i diritti umani. Tra le attività proposte da HRI troviamo formazioni, seminari e laboratori per combattere le discriminazioni. Inoltre, l’associazione partecipa a vari progetti per l’inclusione e la giustizia sociale e ambientale, tematiche che vanno di pari passo e che, come afferma Ivo Passler, non possono essere raggiunte se esistono le discriminazioni.

Cosa potrebbe ostacolare il raggiungimento degli obiettivi 10 e 13 dell’Agenda 2030?

Secondo Ivo Passler, lo scoglio che ne rende difficile il raggiungimento sta proprio nel linguaggio utilizzato nella formulazione degli obiettivi che compongono l’Agenda: “Si tratta di un linguaggio occidentalocentrico, che divide il globo in Paesi sviluppati e Paesi meno sviluppati”. Purtroppo, l’idea che così viene trasmessa in sordina è quella di uno sviluppo quasi unilaterale, dove spetta ai ‘Paesi meno sviluppati’ arrivare lì dove ci collochiamo noi, ‘Paesi sviluppati’. 

La vera chiave si potrebbe piuttosto trovare nel superamento della visione piramidale e nell’incontrarsi della società tutta in un sistema più orizzontale, di ‘power sharing’. Questo tipo di sistema prevederebbe uno sviluppo non più di tipo unilaterale, bensì vicendevole a livello globale, di cui tutti potrebbero finalmente beneficiare. 

Cosa possono fare le persone in merito agli obiettivi 10 e 13? 

Nel loro piccolo, le persone possono e devono fare un lavoro di autoriflessione e autoconsapevolezza sul proprio essere nel mondo e sul potere: “è essenziale riflettere sul proprio posizionamento nella società globale per capire le proprie risorse e responsabilità negli investimenti per la giustizia ambientale e sociale”, ci spiega Ivo. Secondo lui, nella nostra società esistono linee di privilegio e di discriminazione, e anche delle linee primordiali che sono il razzismo, il sessismo e il classismo. In questo senso, le formazioni di HRI mirano a far riflettere le persone sulle loro posizioni sociali e sulle responsabilità a queste correlate. Infatti, “soltanto conoscendo i propri privilegi – prosegue Ivo – si può essere attivi nella società e, di conseguenza, capaci di utilizzare le risorse che si posseggono per contribuire alle lotte e ai cambiamenti per la giustizia”.

Cosa è necessario, invece, che facciano le istituzioni a livello locale e comunitario?

“Le istituzioni dovrebbero cambiare totalmente, non serve una riforma, ma una politica de-coloniale” afferma Ivo e spiega di notare come la politica affronti in parte la tematica del sessismo e della violenza di genere, ma non vede nelle istituzioni locali una presa di posizione apertamente antirazzista e una promozione della conoscenza della storia coloniale, di oppressione e del potere. Fattori che se non vengono considerati, rallentano il cambiamento. “Il problema del razzismo è un problema ben radicato nella nostra società”: benché ci siano delle specificità nazionali e territoriali, infatti, la nostra e tutte le nazioni europee si basano sul potere strutturante e strutturale del razzismo che ha origini dalla storia coloniale.

Qual è il filo rosso che lega la lotta al cambiamento climatico alla riduzione delle diseguaglianze?

La spiegazione di come l’obiettivo 10 e l’obiettivo 13 dell’Agenda siano intersecati è molto semplice e lineare. “Se le persone non sono in armonia tra di loro, faranno sicuramente anche danni all’ambiente, alla natura. Allo stesso tempo, se le persone vivono in un ambiente naturale danneggiato, non staranno bene”.

Ivo riassume il suo pensiero sottolineando come noi, in quanto esseri umani, siamo parte integrante della natura. Ciò significa che se quella parte di natura ‘non umana’ non sta bene, nemmeno noi che la abitiamo potremo stare bene. È necessario perciò rilevare le correlazioni e le interconnessioni tra questi due livelli e provare a costruire dei ponti tra essi. Uno dei modi per farlo è proprio quello di lavorare sulla riduzione delle diseguaglianze: infatti, se le persone sono in conflitto tra loro a causa di scontri basati sulle diverse forme di razzismo, anche la natura, per riflesso, ne soffrirà. 

*Il progetto “Agenzia di Stampa Giovanile: comunicare l’agenda 2030” è stato promosso dall’associazione Viração&Jangada e dal al Centro per la Pace – Friedenszentrum di Bolzano. Partner:  Rete Per un Alto Adige Sostenibile e associazione De Pace Fidei

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