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19/02/2019, 22:01

elezioni, europa, unione, europea, storia, ricordo



Generazione-Europa---ricordare-per-fare-(meglio),-una-riflessione-storica


 RUBRICA ELEZIONI EUROPEE PARTE 2



Per comprendere l’importanza delle istituzioni nelle nostre vite è fondamentale aprire lo sconfinato libro del nostro passato e ricercare le loro origini. Per questo, dopo aver trattato nel precedente articolo della dimensione generazionale del fenomeno europeo, ci cimenteremo questa volta in una breve riflessione storica sugli eventi e sulle necessità che hanno portato alla nascita dell’Unione Europea.

L’integrazione europea, movimento sociale e culturale prima ancora che politico-istituzionale, non può essere identificata, nella linea del tempo, da una data precisa. Si tratta di un processo. Un percorso che affonda le proprie radici nei pensatori del mondo greco-romano, che si sviluppa e si consolida nel corso dell’Evo Antico, Medio e Moderno e che prende forma come progetto politico solo all’inizio del ’900. Vogliamo qui concentrarci sul "progetto Europa" come soggetto politico, giuridico e istituzionale e ricostruirne il percorso.

DA DOVE SORGE IL BISOGNO DI UNIRSI?

Punto di partenza del nostro piccolo excursus storico sarà quello che è il più grande dramma della storia umana, la Seconda guerra mondiale.

30.000.000 di morti civili.
24.000.000 di morti militari.
64.000.000 di profughi.
Un autentico trauma continentale.

Ma è proprio nei momenti più bui che l’uomo ha la capacità di sovvenire a idee rivoluzionarie e geniali. Fu proprio durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, antifascisti al confino, diedero alle stampe Il Manifesto di Ventotène, avente titolo originale Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto. Questo testo getta le basi di una visione europeista, sovranazionale e federalista ed è ancora considerato una pietra miliare ideologica e culturale. 

Dopo la Seconda guerra mondiale la visione di Spinelli non è più vista come un’utopia irrealizzabile. Si palesa in tutti i principali paesi dell’Europa occidentale la necessità di un’unione sovranazionale che possa nel futuro limitare la conflittualità nel continente.

Da qualcosa bisognava pure partire, fu così che nel 1952 si arrivò alla creazione del trattato CECA che, integrando la produzione di carbone e acciaio di Italia, Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, puntava all’integrazione economica dei Paesi come principale disincentivo agli scontri. Il trattato venne presto superato nel ’57 con la nascita della Comunità Economica Europea, la quale viene a sua volta resa obsoleta nel 1992 dalla nascita dell’Unione Europea.

E POI?

Non vogliamo rendere questo articolo un semplice saggio di storia (i dettagli si possono facilmente trovare sul sito dell’Unione Europea), il nostro articolo vuole piuttosto porre l’accento su una constatazione molto semplice: L’Europa unita sorge da una necessità fondamentale. La necessità di pace. Una pace duramente conquistata e che si rivela tuttora troppo fragile e instabile. Nonostante sia facile dare per scontato la nostra vicinanza con gli altri stati europei, la nostra possibilità di muoverci e sentirci accolti in ognuno di essi e, in ultimo ma non meno importante, il fatto di non rischiare attacchi da parte loro, tutto ciò non è qualcosa che è sempre esistito. C’è voluto tempo, ci sono voluti sacrifici. Per questo dobbiamo valorizzare e proteggere tutto ciò che, fortunatamente, abbiamo avuto in dono quando siamo venuti al mondo.

Ricordare ciò che è stato, quindi, per provare a fare. Invece di rinunciare e mandare tutto all’aria, ricordare e fare ancora meglio.

Enrico Chiogna, Rosa Maria Currò, Gaetano Sciarotta

18/01/2019, 15:33

elezioni, europa, europee, maggio, generazione, politica, voto



Generazione-Europa---perchè-essere-giovani-europei-oggi-conta-più-che-ieri


 RUBRICA ELEZIONI EUROPEE PARTE 1



DA DOVE VIENI?

La risposta a questa domanda, nonostante possa, di primo acchito, risultare banale, cela al suo interno un sistema di valori complessi che la determina. Ciò vale in modo particolare per noi giovani europei, cresciuti in un contesto in cui i confini dello stato e della nazionalità stessa si sono fatti sempre più fumosi, plasmando di conseguenza il nostro sistema di valori identitari, definiti da dinamiche sovranazionali e globalizzate.

Questa dimensione sovranazionale ha portato un’integrazione culturale e sociale fortissima tra i giovani europei, con una standardizzazione degli hobby, dei gusti, dei consumi culturali di vario genere anche veicolati dalla fortissima spinta della globalizzazione economica, finanziaria, culturale e sociale, ovviamente accentuata dall’integrazione determinata dalle istituzioni europee.

Possiamo dunque affermare che la generazione a cavallo tra i cosiddetti "millennials" (1982-1999 circa) e la "generazione Z" (1996-2013 circa), coloro che sono nati nella seconda metà degli anni ’90, poco dopo la creazione dello spazio Schengen e la ratifica del Trattato di Maastricht, sia la prima generazione che può, a pieno diritto, considerarsi europea nel senso più completo del termine.


COSA VUOL DIRE QUINDI ESSERE GIOVANI EUROPEI?

Essere giovani europei vuol dire parlare fluentemente più di una lingua, vuol dire essere cresciuto guardando le stesse serie animate dei nostri coetanei francesi o tedeschi ed essere scettici sul fascino che la Lira esercita ancora sui nostri genitori (in fondo cosa aveva di così speciale?). Vuol dire poter fare l’Erasmus e viaggiare in alcuni tra i paesi più belli del mondo potendosi sentire a casa. Insomma essere giovani europei vuol dire essere la principale dimostrazione che la convergenza non violenta tra Paesi e culture è possibile.

Noi siamo dunque la prima generazione che veramente può considerarsi europea, che veramente può affermare di avere un’identità sovranazionale e slegata nel profondo dalle dinamiche nazionali e nazionaliste che sussistono da centinaia di anni fra le popolazioni europee. A maggio di quest’anno, assieme a mezzo miliardo di individui, eterogenei a livello linguistico e culturale,  parteciperemo per la prima volta a uno dei più grandi, complessi e affascinanti esercizi democratici dell’intero pianeta: le elezioni europee.

E per questo dobbiamo essere consapevoli del fatto che anche il nostro voto risulterà determinante per costruire il futuro dell’Europa unita.  


PERCHÉ POSSIAMO CONSIDERARE LE ELEZIONI 2019 UNO SPARTIACQUE?

Le elezioni europee del 2019 saranno ricordate come uno scontro tra gli ideali europeisti e anti-europeisti, che trascendono i confini delle più canoniche destra e sinistra, categorie ormai cariche di significati perduti e forse inadatte al contesto politico mondiale, se non cedendo a facili generalizzazioni.

Si giunge a queste elezioni in un’atmosfera bollente, in un’Europa lacerata dalle sue contraddizioni interne, dal peso della burocrazia, dalle derive estreme dei partiti di destra, dalla spinta di movimenti popolari come i Gilet Gialli, dai progetti degli stati membri che sembrano contrastare con quelli dell’UE, dalla perdurante crisi migratoria, dai timori per il cambiamento climatico e dalla Brexit. La compresenza di tutte queste dimensioni nel dibattito e l’ascesa di partiti populisti complicheranno oltremodo il discorso politico attorno al futuro dell’Europa, passante appunto per queste elezioni, e sarà necessario avere gli strumenti per attraversare indenni la foresta tropicale della campagna elettorale, ricca di pericoli nascosti che solo occhi attenti potranno intravedere.

Come è facile comprendere, in virtù delle tensioni che attorniano questo evento, i risultati di queste elezioni saranno una pietra angolare per l’esistenza stessa del "sistema Europa". Indubbiamente il futuro dell’UE, cioè i giovani che ne fanno parte, sono tenuti a considerare la propria identità per comprendere veramente cosa significhi questa struttura in termini tanto di possibilità quotidiane acquisite, quanto di dimostrazione che è possibile unire in maniera funzionante persone di provenienze, lingue e culture diverse.


CHI MEGLIO DI NOI PUÓ DECIDERE DEL FUTURO DELL’EUROPA?

Prendendo spunto da queste riflessioni abbiamo deciso come Agenzia di creare un appuntamento mensile, una rubrica che vuole essere una guida a tutto ciò che riguarda l’Unione Europea: dalle modalità di voto passando per le tematiche in gioco, per finire con le visioni politiche che concorrono alle elezioni.

Troppo spesso la voce dei giovani è tenuta ai margini del dibattito politico, noi pensiamo invece che essa sia fondamentale nella costituzione di un dibattito costruttivo e sostenibile sul futuro, imprescindibile per evitare casi come la Brexit (in cui le vecchie generazioni hanno deciso per le nuove) e le recenti brutture politiche causate dalla crisi migratoria, in cui ogni governo europeo ha dato il peggio di sè.

Vogliamo dunque sottolineare l’importanza del compito che abbiamo intrapreso, perché esso si propone di fornire delle basi verificabili attraverso cui ciascun lettore potrà orientare le proprie scelte di voto. Nessun fine politico è sotteso nella nostra azione, si tratta di informazione votata a generare una più ampia consapevolezza su temi che inevitabilmente vanno ad impattare sulle nostre vite, e una scelta inconsapevole, una scelta di convenienza o mal ponderata, avrà un effetto permanente su di noi e su mezzo miliardo di cittadini europei.

Quindi, come piccolo memorandum alla fine di questo articolo introduttivo e poco sostanziale, invitiamo ciascuno di voi, nel penultimo week end di maggio, in tutte le città d’Italia come in quelle degli altri ventisette paesi membri ad esprimere la vostra preferenza nell’intimità e nella privacy del seggio elettorale ed esercitare quel diritto e dovere civico che per primo ci garantisce di vivere in una società democratica.


Enrico Chiogna, Alice Peconi, Gaetano Sciarotta

06/01/2019, 13:45

letterature, utile, inutile, leggere, libri, vita, riflessione, poesia



L’utilità-dell’inutile:-riscoprirci-umani,-riscoprirci-uguali---parte-3


 



Ne Il pensiero dominante, Leopardi criticava la società, che definiva superba, perché impegnata soltanto a inseguire l’utile. L’utile è la merce, che risponde ai bisogni più disparati, essenziali o meno. La sua carta vincente risiede nella sua natura di oggetto materiale, con un proprio valore economico e una propria funzione.


La poesia non è merce perché

non è consumabile. Non è prodotta

‘in serie’: non è dunque un prodotto.

E un lettore di poesia può leggere

anche un milione di volte una poesia:

non la consumerà mai.


La poesia non è merce, scrive Pasolini in questi versi. La grande differenza tra la merce e la poesia risiede nel fatto che la prima ha una data di scadenza, mentre la seconda no. Il cibo che non mangiamo scade, i vestiti si bucano dopo anni di utilizzo, la macchina che ci permette di spostarci necessita di manutenzione costante (e anche con l’attenzione necessaria, prima o poi ci abbandonerà). Eppure, almeno una volta nella vita, entriamo in contatto con qualcosa che sopravvive con decine di centinaia di anni alle spalle. Si tratta della poesia, forma di resistenza contra la dittatura dell’utilitarismo.


Quasi tutti hanno letto, quantomeno tra i banchi di scuola, qualche verso di Seneca o di Orazio, un sonetto di Petrarca o una terzina di Dante. Non importa quanti lettori abbiano letto e leggeranno la stessa poesia e per quante volte: non è un bene consumabile o deteriorabile. Anzi, è possibile che alla decima lettura ci dica qualcosa di nuovo.


Col passare del tempo si sono affermate molte e diverse correnti letterarie, sono mutate le

tendenze estetiche e si sono sviluppate nuove ricerche stilistiche. Eppure, una poesia di duemila anni fa, riesce ancora a comunicare con noi.


Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sicfiet ut minus ex

crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit.”

(“Fa’ dunque, o mio Lucilio, quello che scrivi di fare, abbraccia tutte le ore; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se porrai la mano sull’oggi. Mentre si rinvia la vita scorre”).


Nella prima lettera a Lucilio, Senaca si interroga sulla fugacità del tempo e sulla brevità della vita terrena. Ma non sarà il solo: Petrarca scrive nel primo sonetto del Canzoniere, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono:


[…] e ’l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno."

(“ […] e il sapere con chiarezza

che tutto ciò che riguarda la vita terrena è di breve durata”).


In questo sonetto Petrarca analizza il suo passato, caratterizzato dall’amore per Laura, morta anni prima. La poesia si sviluppa su due piani temporali: il passato, momento dell’errore, e il presente, tempo del pentimento e della vergogna. Il poeta è angosciato dal fluire inesorabile del tempo, che porterà via con sé tutte le cose terrene, vane e precarie.


Quasi seicento anni dopo, altri poeti si interrogheranno sulla precarietà dell’esistenza.


Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.


Si tratta degli ultimi tre versi di Solitudini, una poesia di Salvatore Quasimodo. Il poeta ha poi deciso di renderla una poesia a sé stante, perché fosse il più ermetica possibile, e l’ha intitolata Ed è subito sera. Quasimodo racchiude, in pochi versi, il (non) senso dell’esistenza umana: gli uomini, soli poiché incapaci di comunicare realmente tra di loro, faticano pur sapendo di avere un’ignota data di scadenza, abbagliati talvolta dalla speranza, rappresenta da un raggio di sole.


Eppure, nonostante il suo contenuto, la lirica sembra non arrendersi totalmente di fronte alla

nostra mortalità. La scelta del verbo “stare”, dilata la fugacità dilagante nel senso della poesia: forse la vita dura uno schiocco di dita, ma, allo stesso modo, uno schiocco di dita dura una vita.


Infine, Ungaretti in Ultimi cori per la terra promessa, scrive:


[…] Che nel legarsi, sciogliersi o durare,

Non sono i giorni se non vago fumo.


In Ungaretti il dato temporale è importantissimo. Proprio sulle problematiche del tempo, si

interrogherà a più riprese nella maggior parte delle sue raccolte. L’umana limitatezza rende quanto meno inafferrabile, se non inesistente, il senso della vita. Alla ricerca di un senso dell’umano peregrinare, Ungaretti risponde così: i giorni sono vago fumo.


Nonostante le differenze formali, linguistiche, ritmiche e metriche, i contenuti non esauriscono la loro carica emotiva. L’inutile trascende il tempo e ci parla di noi, si pone le nostre stesse domande, ci indirizza verso risposte condivisibili.


In questo risiede l’utilità dell’inutile: riscoprirci umani, riscoprirci uguali.



Chiara Pizzulli e Chiara Taiariol



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