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06/12/2014, 17:43

Cop20, Foresta Amazzonica, Indigeni



La-COP-si-tinge-dei-colori-dell’Amazzonia


 Gli indigeni chiedono con forza un riconoscimento dell’importanza delle loro terre




In questa prima settimana di lavori alla Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Lima sono stati tanti gli eventi, i dibattiti e le manifestazioni che hanno messo in luce i problemi affrontati dai popoli indigeni che vivono nei 9 Paesi che compongono la regione amazzonica. Come si prevedeva,  questa sta diventando sempre di più la COP dell’Amazzonia. A rafforzare questa presenza, ieri, 4 novembre, si è tenuto il seminario internazionale sulla "Riserva di carbono nei territori indigeni e nelle aree protette dell’Amazzonia", promosso dai importanti organizzazioni, come il Coordination of the Indigenous Organizations of the Amazon Basin (COICA), Amazon Environmental Research Institute (IPAM) e Woods Hole Research Institute (WHRC ).

All’evento è stato presentato un nuovo studio dell’IPAM che rivela l’esistenza di enormi quantità di carbonio in una rete che raggruppa più di 2.300 territori indigeni. Con il titolo di "Carbonio nelle foreste dell’Amazzonia: il ruolo poco riconosciuto dei territori indigeni e aree naturali protette", la ricerca suggerisce che la grande quantità di carbonio esistente in queste foreste - pari al 55% di tutto il carbonio della regione amazzonica -, è di fondamentale importanza per la stabilità del clima globale e per l’identità culturale dei popoli della foresta.

"Abbiamo scoperto, ad esempio, che le zone dei popoli indigeni contengono circa un terzo del carbonio di tutta la superficie amazzonica, una quantità maggiore di tutto il carbonio contenuto nelle foreste ricche di carbonio degli altri paesi tropicali, inclusi Indonesia e Repubblica Democratica del Congo", afferma lo scienziato Wayne Walker, del Woods Hole Research Institute.

Lo studio rivela inoltre che circa il 20% delle foreste dell’Amazzonia sono minacciate dalla deforestazione legale e illegale, dalla costruzione di nuove strade e dighe, dall’espansione dell’agrobusiness e industria dei minerali e dall’estrazione di petrolio.
06/12/2014, 17:38

Cop20, Lima, Loss and Damage



Finito-il-riscaldamento,-ora-si-fa-sul-serio


 Al termine della prima settimana di negoziazioni si tirano le prime conclusioni



Alla COP20 è finito il riscaldamento, anche se non quello globale. Ora si inizia a fare sul serio.

Molte le persone che oggi si aggiravano per i padiglioni della conferenza con le valigie, tante quelle che una volta fermate per un’intervista hanno confermato di essere appena arrivate. I tecnici lasciano il posto ai politici. Le negoziazioni che hanno avuto luogo questa settimana si avviano verso la strada delle decisioni concrete, di accordi vincolanti.

Ma cosa ne pensano gli addetti ai lavori di questa prima settimana?...I negoziatori ufficiali tendono ad essere schivi e non rilasciare dichiarazioni, ma alcuni Paesi invece colgono l’occasione per ribadire le loro posizioni e chiedere ancora una volta che le trattative possano proseguire sulla strada da loro proposta.

È il caso del Pakistan, che richiama l’attenzione al tema del Loss & Damage (Perdite e Danni), tanto caro ai Paesi in via di Sviluppo perché, come afferma il portavoce: "I Paesi in Via di Sviluppo sono le maggiori vittime del cambiamento climatico, non essendo in grado di affrontare le nuove realtà perché sono più vulnerabili e hanno una ridotta resilienza e minori capacità di recupero dai danni". Chiedono dunque che si lavori tutti insieme per far fronte ai futuri sconvolgimenti climatici. "Chiediamo uguaglianza", conclude.

Il rappresentante della Thailandia che si occupa degli accordi sul Capacity Builing, il trasferimento tecnologico e conoscitivo ai Paesi in Via di Sviluppo, si ritiene soddisfatto, sostenendo di aver ricevuto delle risposte positive riguardo alle proposte fatte da gran parte dei Paesi in Via di Sviluppo e anche da parte di alcuni dei Paesi Sviluppati.

Chi si sbilancia un po’ di più su questa prima settimana di conferenza sono i rappresentanti dell’"Adopt a Negotiator" ("Adotta un negoziatore"), un programma che segue da vicino le negoziazioni, con lo scopo di capire tutti i sottintesi e i rumors che circolano tra i corridoi per poi renderle pubblici a quanti vogliono seguire l’andamento dei negoziati.

Tra loro, Josh Wiele si ritiene soddisfatto riguardo agli accordi sui finanziamenti per il Green Climate Fund, affermando che si stanno raggiungendo i 10 miliardi di dollari all’anno di finanziamento, obiettivo minimo attuale, in attesa del grande accordo che dovrebbe portare ai 100 miliardi di finanziamento annui. Wiele riconosce però che si sta procedendo troppo lentamente, dato che finora si è parlato principalmente di mitigazione ma non si è ancora affrontato seriamente l’altro macro-tema, l’adattamento, più caro ai Paesi in Via di Sviluppo che sono quelli che subiscono le conseguenze del cambiamento climatico.

Un altro membro del programma "Adopt a negoziator", Federico Brocchieri parla delle difficoltà di arrivare ad un accordo sul Loss & Damage a causa della difficoltà oggettiva di riconoscere se i danni subiti da un Paese sono davvero causati dal cambiamento climatico o sarebbero avvenuti comunque e, in caso affermativo, delle difficoltà nella stima dei danni dovuti alla variazione del clima da quelli dovuti alla negligenza dei governi. L’Unione Europea è apertamente a sfavore di questo accordo e vorrebbe concentrarsi solo sulla mitigazione, contrariamente alla maggior parte dei Paesi in Via di Sviluppo.

Le negoziazioni continuano la settimana prossima, si attende l’arrivo di molti altri diplomatici con valigia, nella speranza che siano più inclini a rilasciare delle dichiarazioni. 

Silvia Debiasi e Serena Boccardo





05/12/2014, 18:01

Cop20, Coy10, ONU, dichiarazione della giovent



La-COP-si-confronta-con-le-nuove-generazioni


 La protesta dei giovani nello Youth Day: “I negoziati sul clima non sono un business”



Con il violino degli Earth in Brackets si apre il side event sul "Confronto intergenerazionale", uno dei dibattiti principali della giornata dedicata alla Gioventù e alle Future generazioni della COP20, in cui da ormai sette anni viene dato spazio alle aspirazioni e alle posizioni dei giovani di tutto il mondo. I giovani di oggi infatti non soltanto sono i futuri eredi di tutte le risorse naturali ed energetiche del pianeta: ne costituiscono anche un terzo degli attuali abitanti. E’ doveroso quindi che occupino uno spazio durante le negoziazioni.

Spazio che è servito innanzitutto per presentare i risultati dell’enorme lavoro sviluppato nella Conferenza della Gioventù (COY10) che si è svolta a Lima tre giorni prima dell’apertura della COP20 nel campus universitario de La Molina, poco distante dal Pentagonito, sede di questa Conferenza delle Parti.

La COY10 è stata possibile grazie agli sforzi di più di 80 giovani peruviani, che in maniera del tutto volontaria e spesso senza nessuna esperienza precedente di organizzazione di eventi di questo tipo, hanno gestito e coordinato conferenze e dibattiti per un migliaio di giovani provenienti da tutto il globo che hanno ascoltato le voci di un centinaio di esperti tra cui ricercatori, attivisti, diplomatici e rappresentanti delle Ong.

Il risultato ultimo di questo lungo lavoro è stata la Dichiarazione della Gioventù, un documento in quattordici punti che esprime dettagliatamente la posizione dei giovani sulle misure in discussione alla COP20. Da principi di equità intergenerazionale e giustizia sociale a misure concrete come REED+ e CDM, i giovani di tutto il mondo hanno votato in una plenaria le proprie posizioni comuni. "La lingua - n.b. molte persone in America Latina non parlano inglese - finalmente non è stata più una barriera, come lo era 10 anni fa quando abbiamo cominciato" ha sottolineato una delle relatrici "A Rio noi giovani sudamericani ci rendevamo conto di essere molto meno preparati di quelli provenienti da Europa, Australia e Stati Uniti e non parlare inglese era anche una maniera di segregarci. Ora finalmente possiamo combattere una battaglia comune, chiedere di partecipare direttamente e aumentare il nostro potere di dialogo".

Raquel Rosenberg di Engajamundo (Brasile) sottolinea: "Non ci sentiamo negoziatori, nè vogliamo esserlo: vogliamo che capiscano che è a rischio la nostra esistenza e quella dei loro figli". Un applauso improvviso si è sollevato dal pubblico quando Raquel ha espresso con emozione il suo pensiero: "Le negoziazioni sul clima non sono un business, non devono esserlo. Questa gente sta trasformando le parole in armi e le sta usando per combattere una Guerra dell’energia. Ma le nostre vite non sono in vendita".

Durante la conferenza sono stati anche annunciati i tre punti fondamentali della prossima COY, quella di Parigi, dove i risultati delle negoziazioni saranno definitivi per il futuro del mondo: solidarietà tra nazionalità diverse, inclusione e solidarietà intergenerazionale, quest’ultima necessaria per raggiungere un cambiamento radicale subito, per il quale è indispensabile tendere la mano ai delegati attuali.

Nell’ultima parte dell’incontro era previsto l’intervento dei giovani indigeni, che sfortunatamente non sono riusciti a parlare per ragioni di tempo: speriamo non sia un segno dei tempi.

Serena Boccardo



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