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16/05/2019, 17:30

discriminazione, nazionalismi, populismo, destra, sinistra, razzismo, pace



I-PONTI,-I-MURI-E-GLI-ALTRI:-JOHN-CARLIN-PORTA-MANDELA-A-BOLZANO-


 John Carlin, giornalista britannico, conosce ben Nelson Mandela e la sua lotta contro l’apartheid. Il Centro per la pace di Bolzano lo ha invitato in città per ricordare il leader attivista sudafricano e ribadire la necessità di aprirsi all’altro.



John Carlin è un tipo alto, serio, realista. Fa ilgiornalista e, nel corso della sua carriera, si è spostato dall’Europaall’America centro-meridionale al Sudafrica. Qui, ha conosciuto da vicino unodei più grandi attivisti e statisti di sempre: Nelson Mandela.

Venerdì 10 maggio, John Carlin era a Bolzano proprio perparlare di lui, di Mandela. Il suo intervento s’inseriva in un progetto portatoavanti dal Centro per la Pace del capoluogo altoatesino in collaborazione conil Centro antirazzista Benny Nato: l’esposizione della mostra fotografica Il Sudafrica e il sostegno italiano control’apartheid, realizzata già nel 2004 in occasione del decennale della finedella segregazione razziale in Sudafrica.

Scopo dell’evento è ricordare alla società italiana di oggilo sforzo della sua controparte di ieri per combattere la discriminazione intutte le sue manifestazioni - etnica, economica, politica, sociale, culturale. Èincoraggiarci a continuare questa lotta, specialmente in un momento storico incui il mondo è infestato da incubi che parlano di chiusura, esclusione, supremazia,primato di alcuni esseri umani su altri esseri umani. Incubi che raccontano cheè impossibile costruire canali di comunicazione e condivisione con il diverso.

È proprio attorno al rapporto io-altro che si sviluppail dialogo con John Carlin, testimone privilegiato del mondo e dello sforzo dichi ha tanto cercato di cambiarlo in meglio.

Pensando al motivoper cui lei è a Bolzano, mi sono chiesta come si può definire l’apartheid. E misono risposta che l’apartheid è il disprezzo e il disgusto dell’altro chesfociano in un sistema di discriminazione istituzionalizzata. Vorrei sapere seè d’accordo e se riesce a indicarmi quale secondo lei è il germe di questadiscriminazione, tenendo presente anche l’attuale situazione europea.
È una domanda molto complessa. Usi la parola disprezzo, maio preferirei usare paura... Paura dell’ignoto che può generare come nodisprezzo, odio. Ma la paura di ciò che è sconosciuto è e resta il punto dipartenza. Stiamo parlando di qualcosa di connaturato alla specie umana. Il casosudafricano, l’apartheid, è inusuale perché qualcosa di così legato all’essereumano come il razzismo (ossia la paura delle altre etnie) è stato mostrato enarrato in modo molto semplice, come fosse una storia per bambini: tutto erachiaro, c’era il bianco e c’era il nero e la differenza netta tra di loro.

Però il razzismo non è sudafricano, ma universale. I primiesseri umani si sono mossi dall’Africa verso Nord e si sono stanziati nelmoderno Medio Oriente. Cinquemila anni dopo, altri esseri umani sono uscitidall’Africa e hanno raggiunto quegli stessi territori: lì, tuttavia, sono statirigettati perché diversi. Il razzismo è ovunque. Non è solo come pensiamo noiin Europa, cioè l’azione discriminatoria del bianco contro il nero: persone dicolore sono razziste nei confronti di persone di colore, come succede inAfrica. Conosco bene il Rwanda e posso dire con certezza che Tutsi e Hutu,carnefici e vittime del genocidio del 1994, sono molto simili. Questo èrazzismo.

E qual è lasituazione attuale del Sudafrica: c’è ancora il razzismo? Che forma ha preso?
Anche oggi in Sudafrica persiste il razzismo... C’è quello deibianchi verso i neri, ma è una vecchia storia... Il fatto è che, da quando èdiventato un Paese democratico, il Sudafrica è meta di molti africani cheemigrano per cercare un lavoro migliore come fanno i messicani con gli StatiUniti. Vengono dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dal Congo, dal Sudan, dal Malawi,dallo Zambia, dappertutto. E molti di loro sono trattati con estremo razzismo,con impressionante xenofobia dai sudafricani neri. Parliamo di aggressioni, digrande violenza. Tutto perché parlano lingue diverse, perché sono diversi.

Penso quindi sia importante considerare il razzismo in uncontesto umano universale e non intenderlo solo come un atteggiamento di noibianchi ricchi contro i poveri e diversi. È un fenomeno trasversale, si trovaanche in Sudamerica, in Asia. Ripeto, l’eccezionalità del Sudafrica è che eracosì ovvio, chiaro. L’apartheid aveva un "lato positivo", se così si può dire:l’onestà. Ci sono molti paesi dove c’è un apartheid de facto, anche se passato sotto silenzio. In Sudafrica chi era alpotere era così brutalmente onesto da scrivere il razzismo, la separazionedelle etnie nella legge costituzionale. Sono stato in America centrale primadel Sudafrica e penso di poter sostenere che il razzismo e l’apartheid eranopeggiori in Guatemala che in Sudafrica: erano più terribili e spaventosi. In Guatemala,l’80% della popolazione era indigena ed era terrorizzata dalla classe dirigentebianca. Come giornalista, era molto difficile trovare indigeni che mi parlasserodella loro situazione. In Sudafrica, gli africani discriminati ti dicevanotutto sull’apartheid mentre c’era l’apartheid.

Naturalmente, questa risposta è solo un’approssimazione. Maquello che voglio sottolineare è che la paura dell’altro è qualcosa di moltocomplesso e di molto profondo. Chi si immagina che il razzismo possa essereeradicato velocemente si sta illudendo. Allo stesso tempo, dobbiamo continuarea combatterlo. Le cose stanno migliorando, sono migliorate rispetto a cento annifa. Ma la paura dell’ignoto non scomparirà nel giro di poco.

Cosa pensa dei movimentinazionalisti che traggono vantaggio da questa paura? Che la usano pergovernare... Perché sono diventati forti ora, per esempio?
Abbiamo sempre una tendenza ad immaginare che il nostroperiodo storico sia in qualche modo peggiore e più complicato dei precedenti. Nonsono sicuro che sia vero, però. Penso che non ci sia nulla di nuovo sotto ilsole. Parliamo del male nazionalista oggi, ma cosa accadde il secolo scorso conMussolini e Hitler? Era un altro livello, ora viviamo una forma lieve dinazionalismo rispetto al nazifascismo.

Viviamo in un periodo in cui nazionalisti e populisti stannoavendo successo, in cui la loro è una formula efficace per raggiungere il poterein Italia, negli Stati Uniti, nel Regno Unito con la Brexit, in Brasile conBolsonaro, in Turchia con Erdogan, in Polonia, in Ungheria... È una formula chefunziona. Quello che dicono questi leaders populisti è che c’è un nemico (ilnazionalismo per definizione ha bisogno di un nemico), che dobbiamo temerlo eche loro proteggeranno tutti: quindi, "votatemi!". È molto semplice, primitivoe molto vecchio. È successo per migliaia di anni, lo facevano in Assiria cinquemilaanni fa. È una storia vecchia che funziona sempre e bene.

Forse oggi viviamo in un tempo di incertezza, un’epoca dipost-ideologie e le persone sono più disposte a credere a questi redentori, aquesti messia... Mentre crescevo io, c’era la Destra e la Sinistra. Adesso èmolto più ingarbugliato. Viviamo anche in Europa occidentale, in un luogo e intempo di post-religione perché le persone hanno abbandonato la fede in Diopropria delle grandi religioni corali. Le persone sono confuse, stanno cercandopunti di riferimento. E in quest’atmosfera di confusione e incertezza i grandipopulisti redentori fioriscono e prosperano.
È solo un’infarinatura di quelloche secondo me sta succedendo.

Pensa che questofiorire sia un sintomo di una crisi culturale, identitaria dell’Europa?
È in parte quello che le stavo spiegando prima. Quando erogiovane io, era tutto molto chiaro: c’erano Destra e Sinistra, la Guerra freddae la contrapposizione netta tra capitalismo e comunismo. Adesso è tuttodissolto e disorientante. Adesso le vecchie etichette sonomolto più labili. E sono intervenute nello scenario pubblico anche tante altrequestioni: il clima, il genere... È un grande miscuglio di cose nuove. Considerache nella storia del mondo la questione del genere (grande e centrale) è moltonuova e bisogna tenerlo ben presente: il femminismo è un movimento nato circa trent’annifa, un tempo molto breve nella storia del mondo. La stessa cosa per la questioneclimatica. E le cose si muovono molto velocemente: nel corso della mia vita,c’è stato un cambiamento d’atteggiamento verso le donne, gli omosessuali e lealtre etnie molto significativo. È stato molto veloce.

Alcune persone che hanno vissuto questo cambiamento si sonomosse altrettanto velocemente, ma molte altre no e resistono ancora all’ideadelle donne con una vita fuori da casa, all’idea del matrimonio omosessuale... Sentonoil bisogno di rallentare. Io appartengo al gruppo di chi ha accolto il nuovo,la mia generazione lo ha in qualche modo favorito, ma penso che molte cose chestanno accadendo velocemente abbiano veramente sconvolto e sconvolgano altri. Epenso che votare persone come Trump sia una reazione al troppo veloce. È unmodo per guardare indietro. Trump dice "MakeAmerica Great AGAIN": è come se promuovesse un ritorno a una sorta di etàd’oro perduta, andata. Un’epoca in cui le donne stavano a casa ad accudire ibambini, gli omosessuali erano invisibili, gli afro-americani non costituivanoun problema perché erano poveri e li lasceremo lì a vivere in quelle loro condizioni.

Per me è molto semplice essere critico, e sono molto moltocritico di persone come Trump e Salvini perché davvero non mi piacciono... Maforse bisognerebbe essere come Mandela: mettersi nelle scarpe dell’altro.Dovremmo farlo perché facendolo si riuscirebbe forse a combattere ilnazionalismo, il razzismo, la discriminazione, la paura dell’ignoto in modo piùefficacie.

Quali sono allora glistrumenti per riuscire a centrare questo obiettivo?
La paura è all’origine di molto di quanto sta accadendo. Partedi essa è una qualche sorta di ignoranza. Non so qui in Italia, ma in RegnoUnito esiste questa grossa ironia per cui le persone che supportano di più imovimenti nazionalisti e razzisti vengono dalle comunità dove ci sonopochissimi neri e islamici. A Londra, che è una sorta di miscuglio di tutto quanto esiste nel mondo, la maggioranzaha votato contro la Brexit. Alle ultime elezioni amministrative, abbiamo elettoun sindaco i cui genitori sono pakistani. A Londra vediamo musulmani, africani,albanesi e tanti altri tutti i giorni della settimana e sappiamo che riusciamoad andarci d’accordo. Ma le persone che vivono nelle piccole città in riva almare, in Essex ad esempio, persone che non hanno mai visto un africano o unmusulmano sono terrorizzate da loro.

È una questione di ignoranza e di educazione, di esporre lepersone al diverso. Di dire loro che non c’è nulla di cui avere paura.

Dietro questi movimentinazionalisti sembra esserci una sorta di strategia, linea comune e/o eminenza grigia che li collega tutti. Sto pensando all’ex stratega di SteveBannon, ad esempio... Cosa ne pensa di lui?
Penso sia molto intelligente e che capisca bene l’affare di usare la paura per manipolare le persone a scopi politici. Sto parlando diqualcosa che sembra complicato, ma non penso lo sia: per questi populisti èsufficiente individuare un nemico di cui si sa molto poco perché attorno a luic’è molta ignoranza, renderlo terrificante e dichiararsi il difensoreonnipotente. È una formula brillantemente semplice che funziona bene.

La cosiddetta Sinistra,non solo politica, ha responsabilità in quello che sta succedendo?
Torno a Mandela. Lui era il grande costruttore di ponti, cheè un altro modo di dire che Mandela cercò di conquistare la paura delle persone,di dire loro che non c’era tanto da temere.

Forse la Sinistra ha solo giocato al gioco degli antagonisminello stesso modo degli altri. Per esempio, faccio una riflessione. A Londrac’è stata una protesta contro il cambiamento climatico chiamata Extincion Rebellion che vuole salvare il Pianeta, ossiaportare avanti una battaglia che coinvolge tutti... Non importa che tu sia di Sinistra, di Destra, cristiano, ateo, musulmano... Però ho la sensazione chequesta protesta, e molte altre simili, sia molto autoreferenziale. Andando allemanifestazioni di Extinction Rebellion aWestminster Bridge, si vedono spesso cartelli che proclamano slogan come "Down with capitalism also": va bene, ma chiprotesta dovrebbe volere che anche i capitalisti siano dalla sua parte perché sista parlando della salute dell’intero Pianeta. Ripeto, non importa chereligione o ideologia: si dovrebbe andare oltre e cercare di includere tuttinella lotta.

Proteste di questo tipo stanno facendo qualcosa di moltopositivo attirando l’attenzione sulle problematiche attorno alle quali siorganizzano, ma stanno forse fallendo nella missione più importante che è aumentarela consapevolezza di tutti, indipendentemente dalla loro parte politica.Quindi, se c’è una critica che posso muovere alla Sinistra (nella quale ingenerale mi includo anch’io) è il mancato o insufficiente tentativo di mettersinella pelle degli altri e, così, costruire ponti. Invece di cercare solo disentirsi a posto con la propria coscienza...

Dove sono i giovaniin questo scenario?
I giovani come i vecchi rappresentano tutti i punti di vistao nessun punto di vista. Anche se è deprimente, è fondamentale capire che lepersone che pensano a questioni politiche sono una minoranza della popolazionemondiale. La politica è uno sport della minoranza, il calcio è centomila voltepiù seguito della politica. Le persone non sono molto informate e non pensano moltoalle questioni politiche.

Classificare tutti i giovani come se avessero una visionemonolitica delle cose è ridicolo. I giovani sono come sono sempre stati: c’è unpo’ di tutto in mezzo a loro. È un grosso errore pensare e dire che qualcunocome te, che lavora per un giornale giovanile, parli per tutti i giovani. NelRegno Unito, quando l’ultraconservatore NigelFarrage dice di parlare nel nome del popolo britannico... Sta zitto! Luicome Trump dicono di parlare per il popolo, ma non è vero: è una sciocchezza, èassolutamente falso. È tipico di nazionalismo e populismo, affermare di essereil popolo genuino mentre gli altri sono il falso, sono traditori.

I giovani devono, individualmente o in piccoli gruppi,ricordarsi della tendenza umana a progettare e agire avendo come obiettivoprincipale la soddisfazione personale. Comunicare con gli altri, farliragionare diventa un obiettivo secondario. Molto di tutto questo ha a che farecon la vanità. La Bibbia, nel libro dell’Ecclesiaste, dice che tutto è vanità.Ma per cambiare il mondo bisogna combattere la vanità.

Quando si ha a che fare con giovani che vogliono cambiare ilmondo, credo sia fondamentale chiarire questo: bisogna essere onesti con sé stessie chiedersi cosa si sta facendo davvero, quali sono le proprie proprietà. È unadomanda tanto difficile quanto imprescindibile, perché la vanità è molto fortenell’essere umano.

Stasera parlerà di Mandela.Sta quindi tenendo vivo il suo ricordo, il suo messaggio, il suo esempio. Quanto importante è la memoria storia per il futuro?
Terribilmente importante. Sfortunatamente, la vicendamondiale dimostra che le persone non imparano dalla storia. Non ascoltano lastoria. Ripetono gli stessi errori ancora e ancora e ancora. Quello che staaccadendo con i movimenti nazionalisti è una sorta di ripetizione degli orroridi circa un secolo fa. Naturalmente, bisogna mettere tutto in prospettiva: nonè remotamente così grave come quello che è accaduto, non ha la stessa scala.Non offendiamo le vittime di quel tempo.

Ma sembra esserci una sindrome della dimenticanza... Considera il Sudafrica di oggi: ci sono molte persone, spessogiovani, molto critiche di Mandela. Dicono che non abbia fatto abbastanza peraffrontare i problemi dell’ingiustizia economica, che avrebbe dovuto prendereterre e soldi ai bianchi. Si può dire, ma bisogna considerare questo: se inquel particolare momento storico, se venticinque anni fa Mandela avesse fattocosì, il risultato sarebbe stato una terribile guerra civile. È questione diguardare al possibile. Come si dice, la politica è ciò che può essere fatto. Èimportate ricordarselo, altrimenti ci si inganna. Mandela ha fatto il meglioche poteva sotto le circostanze in cui si trovava.

Le persone che non capiscono bene la storia interpretanomale il presente, prendono cattive decisioni e soprattutto non imparano. Cosìgli errori si ripetono, si creano nemici, si ingigantisce la paura, compaionoredentori salvifici... È una situazione per molti versi disperata. È molto piùsemplice essere leader guerrafondaio che essere un leader impegnato a costruireponti. È per questo che dei secondi ce ne sono pochi. Mandela è uno, Abraham Lincolnè un altro. Sembra ce ne sia uno ogni cento anni!

Quello a cui do valore sono politici, leaders, gruppi digiovani la cui missione è costruire ponti e non muri, che cercano modi perunire le persone e non dividerle. E forse è su questa linea che corre la divisionedel mondo in questo momento: non Destra e Sinistra, marxisti e capitalisti, macostruttori di ponti e costruttori di muri. Dal mio punto di vista, è megliocostruire ponti.

Come le piacerebbeche Mandela fosse ricordato?
Mandela credeva che essere nati bianchi o neri, ricchi opoveri, italiani o etiopi fosse solo una questione di casualità. Credeva che lepersone, proprio per le circostanze in cui crescono, sviluppino determinatipregiudizi e certe visioni politiche. Che bisognasse capire questa casualità e chefosse necessario cercare di mettersi nei panni dell’altro. Se lo si fa, si dimostrala capacità di capire la umanità con tutte le sue debolezze. Se si capisce cometutte le cose siano fortuite, si ha maggiore possibilità di perdonare erispettare gli altri. Di individuare e accentuare le cose in comune invece cheestremizzare le differenze. E penso che ciò che le persone di tutte le originie ideologie hanno in comune sia molto di più di quello che le divide. Mandelalo sapeva. Dove c’erano differenze, cercava di creare comunicazione e rispettoe ponti di comprensione.  


Carlotta Zaccarelli
Fotografia di Marianna Montagnana 


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