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05/03/2018, 12:39

genere, linguaggio, lavoro, professione, sesso, intervista



Chiamatemi-col-mio-nome-(parte-1)


 “What’s in a name?” (Che sarà mai un nome?) si domandava Giulietta nella celebre scena del balcone. Può sembrare una domanda banale ma la sua eredità arriva fino ai giorni nostri e si insinua in uno degli argomenti più delicati degli ultimi decenni:



“What’s in a name?” (Che sarà mai un nome?) si domandava Giulietta nella celebre scena del balcone. Può sembrare una domanda banale ma la sua eredità arriva fino ai giorni nostri e si insinua in uno degli argomenti più delicati degli ultimi decenni: la parità di genere. Cosa rappresenta un nome? C’è differenza nell’essere chiamata “avvocata” o “avvocato” quando si è una donna in carriera? Stiamo parlando di mere formalità o di vere identità? Le posizioni a riguardo sono contrastanti e in questo dibattito (probabilmente) senza fine meritano tutte attenzione.


Data la vastità di idee sull’argomento, questa volta abbiamo deciso di aprire una mini-rubrica in tre parti che publicheremo a distanza di tre giorni l’una dall’altra. Seguiteci in questo viaggio per scoprire le diverse facce e sfaccettature del "femminismo" nella contemporaneità.


L’Agenzia di Stampa Giovanile ha chiesto a tre giovani di dare le loro opinioni in merito. La domanda è la stessa per tutti: “Cosa pensi dell’uso di termini che vengono declinati al femminile per motivi di parità di genere in campo pubblico/lavorativo?”. Ecco come hanno risposto i nostri intervistati:


Sofia Lutteri, 16 anni

Penso che da un punto di vista, creare questi termini al femminile (tipo “assessora”) possa rappresentare un’effettiva considerazione della donna nel suo ruolo. Però penso anche che, per certi versi, sia un’estremizzazione: il nome che si dà a una professione potrebbe essere semplicemente considerato “neutro” a livello di significato (non grammaticale), senza dover specificare il sesso della persona interessata. Trovo più importante il vedere una persona come “professionista” in generale che sapere il suo sesso.


Leonardo Berloffa, 15 anni

Penso che coniare termini al femminile per la parità di genere sia una cosa sensata entro certi limiti. Ad esempio, nel caso di “assessore”-“assessora”, anche se grammaticalmente il nome è maschile, la terminazione è neutra e non porta necessariamente a pensare a una FIGURA maschile. Se un nome è al maschile palesemente perché una tale professione/ruolo apparteneva solo ai maschi in passato, trovo giusto creare un sostantivo al femminile ma, in casi di terminazioni neutre, mi pare una storpiatura non necessaria.


Matteo Andreatta, 16 anni

Secondo me, se si riesce a inserire questi termini nel linguaggio comune, senza grosse “rivoluzioni” ma semplicemente in maniera naturale possono essere una cosa molto bella. Quello che non mi piace, infatti, è più che altro il modo in cui questi termini vengono portati nel linguaggio comune: ho visto aperitivi di discussione su questa cosa, persone che ne parlavano in maniera troppo concitata. Secondo me una tale enfatizzazione di una problematica di per sè piccola non fa altro che evidenziare che la parità di genere, forse, non esiste ancora.



Rachele Baccichet, Rosa Maria Currò e Valeria Picchi


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