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28/09/2017, 12:41

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 La giovane ventitreenne Enrica Tommasini ci racconta la sua esperienza in Kenya



Visitare l’Africa ed entrare in contatto con una cultura così distante dalla nostra è sempre stato uno dei miei più grandi e affascinanti sogni, e quest’estate si è finalmente avverato.
La mia destinazione è stata il Kenya. Sono partita con un gruppo di amici grazie all’associazione Melamango Onlus della Val di Non in Trentino, che gestisce e finanzia l’orfanotrofio ’Shalom Home’ di Mitunguu, nella zona centrale del Paese. 
La nostra permanenza nelle terre keniote è durata circa venti giorni: nei primi dieci abbiamo visitato posti e realtà, all’interno dello Stato, molto diverse fra loro, mentre nei restanti giorni ci siamo fermati all’orfanotrofio sostenuto da Melamango distante circa 300 km da Nairobi, la capitale.
Tra le varie realtà visitate è doveroso per me accennare ad un posto davvero suggestivo: Loyangalani. Si tratta di un villaggio molto particolare, circondato da un immenso deserto di sassi, privo di qualsiasi tipo di vegetazione, in cui è presente il lago Turcana. 
Qui la popolazione vive ancora nelle capanne, in condizioni igienico-sanitarie allarmanti, ma ciò che più colpisce è la miriade di bambini che popola il villaggio, bambini lasciati spesso a se stessi. Un posto che fa davvero mancare il fiato e che fa sorgere un sacco di domande. Lì ho incontrato tantissimi bambini, accomunati da una cosa: il sorriso. Si avvicinavano curiosi, urlando ’mzungu!’ che significa ’uomini bianchi!’ e giocavano, saltavano, correvano. Ci siamo poi spostati nell’orfanotrofio ’Shalom Home’ che attualmente ospita circa 300 bambini, gestito in collaborazione tra ’Melamango’ e padre Francis Gaciata parroco di Mitunguu.
Potrei parlare dei paesaggi dell’Africa all’infinto, come si potrebbe parlare all’infinito delle tristi realtà e storie famigliari da cui provengono quasi tutti quanti i bambini presenti in orfanotrofio. Situazioni di povertà infinita, di violenze quotidiane, di prostituzione, droga ed alcolismo. Scelgo invece di parlare della cosa che più mi ha emozionata durante l’intero viaggio: loro, i bambini. Erano adorabili e seppur provenissero da situazioni così terribili e struggenti. 
La cosa che più mi ha colpito fra tutte è stata la loro disarmante felicità. Una felicità spiazzante, una felicità pura e contagiosa. A volte, quando chiedevano di poter venire con me in Italia o quando dicevano che da grandi avrebbero voluto diventare medici, o piloti, mi si stringeva il cuore e mi scendeva qualche lacrima.
Lo so che quelle possibilità le ho, ma sapere che nel mondo esiste ancora chi non le ha, mi fa stare male, mi riempie di domande, ma al contempo mi sprona a non sprecare le mie. Ecco ora so che qualsiasi sarà il mio futuro, sarà anche dedicato a chi, come loro, non ha voce nel mondo.
Per concludere riporto un semplice episodio di ordinaria quotidianità africana, che resterà per sempre nel mio cuore. Sullo sfondo di un incantevole tramonto, circondati da una rigogliosa vegetazione verde e terra rossa sotto i piedi, decido di giocare con i bambini e di proporre una gara di velocità. Mi volto per vedere chi ne avesse preso parte e tra tutti i bambini che corrono e sorridono vedo anche lei, una bambina colpita da una malattia che l’ha portata ad avere una gamba finta in legno. E la vedo così, correre felice, veloce come il vento, correre come se di gambe sane ne avesse due, correre come se un gioco e una risata fossero più potenti dei problemi, delle malattie.
Proprio lì in quel momento, ricordo di essermi sentita così viva e ricordo di aver pensato di aver trovato il mio posto nel mondo, un’altra casa. Penso che le cose più importanti che mi porto a casa da questo viaggio io le abbia imparate da ogni bambino incontrato; nei loro occhi io ci vedo il mondo intero.
Esperienze come questa sono le cose che contano nella vita, sono le cose che davvero ti arricchiscono, perché torni diverso, torni migliore. Sono tornata con occhi nuovi, occhi nuovi per poter guardare meglio gli altri.

Enrica Tommasini



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