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18/12/2018, 11:01

Turchia, Istambul, storia, bambini, mondo, viaggio



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 Foto reporting - diario di viaggio in Turchia



Atterrata. La sera grigia, circondata da nuvole gravide di pioggia e abbracciata da un vento gelido. Così iniziava il mio viaggio ad Istanbul, in quella che è detta "la porta per l’Oriente".Un volo diretto da Bologna, poi un autobus che squarcia una sera di fine novembre color antracite e raggiungo la città sul Bosforo.

Come scendo dall’autobus vengo catapultata nella vivacità del quartiere di Taksim tra insegne luminose, persone che si spalmano nelle vie principali tra i classici palazzi in stile liberty delle grandi marche e caratteristici shisha bar. L’odore di baklava e di doner si mescolano insieme a quello di una città che non è ancora pronta a dormire.

Nella prima notte del mio viaggio vengo trasportata a vivere quelli che sono gli angoli più moderni e giovani della vecchia Costantinopoli, tra Beyoglu e Cihangir, dove ho la sensazione, nonostante i chilometri, di non essermi allontanata poi così tanto dall’Europa occidentale. Ma forse mi sbaglio.

La prima conoscenza che faccio è in un pub nascosto dai ritmi caotici del centro: un gruppo di ragazzi turchi, alcuni studenti universitari, altri no, fra loro anche un curdo. Si ride e si parla, dove possibile, perchè qui in pochissimi masticano l’inglese. Ci si capisce a gesti, a sguardi...o con il traduttore online. Così vengo a scoprire dell’insolita passione che i turchi hanno per Il Padrino e subito dopo parte un giro di chitarra a cui tutti si accodano cantando la versione in turco di "Bella Ciao". Non una parodia, ma un canto sentito, intenso, che in quel momento ho pensato potesse arrivare lontano fino ad accarezzare Bologna. Comincio a scoprire la città per ciò che è davvero, un mix di contraddizioni.

Istanbul è una città nata dall’unione di 27 quartieri, uno diverso dall’altro, come ogni suo angolo appare. Come anche la sua gente. Ogni zona della città presenta delle particolarità che la differenziano e questo crea un senso quasi di distacco, di singolarità, che rimarca quello che è stato il suo processo storico di formazione sotto il disegno attuato da Kemal Ataturk, "Padre dei Turchi".

Qui Ataturk lo si trova ovunque, indipendentemente dalla zona in cui ci si trova: dai poster nei negozi, i dipinti che lo ritraggono appesi alle pareti di locande e ristoranti, gli adesivi sulle macchine, le bandiere appese alle terrazze delle case e le gigantografie ai palazzoni. La figura di Kemal Ataturk, il Garibaldi e il Cavour dello Stato turco, è oggetto di profonda ammirazione, per non dire venerazione, dalla maggior parte dei cittadini. Al contrario mi ha stupito non vedere foto di Erdogan, segno che tra il popolo turco, nonostante il grande sostegno a lui dato, non è ancora arrivato ad un livello tale di successo da potersi accostare al grande statista e fondatore della repubblica.

Nel distretto di Fatih si trova il cuore ancora pulsante della vecchia Istanbul, racchiuso tra le antiche mura e le acque del Bosforo e del Corno d’Oro. Da qui comincio davvero a intravedere i riflessi contraddittori che questa città porta con sé. Moschee sontuose, giardini curati con minuziosità accostati a tetti in lamiera, mura crepate e infissi consumati dal tempo. Sfarzo e povertà, balconi ricchi di piante rigogliose, altri di terra e polvere. Qui, passando per le varie vie, si incontra, oltre a bambini che giocano per strada e caratteristici carretti colmi di simit, quella parte di popolazione islamica più tradizionalista, uomini dai vestiti tipici turchi, ma specialmente donne di qualsiasi età con indosso il chador, ancora più spesso il niqab, un velo nero che copre tutto il corpo lasciando scoperti solo quei malinconici e profondi occhi. Chissà quali storie si nascondono sotto quel mantello, mi chiedo.

Il contrasto tra le vivaci insegne dei negozi, le urla spensierate dei bambini e tutto quel nero che quelle donne si portano appresso da troppo tempo rimane impresso in maniera nitida nella mia mente di ragazza occidentale, ancora troppo lontana da questa cultura per non venirne toccata. Ad Istanbul però le donne non sono tutte osservanti l’antica tradizione islamica, questa è una città talmente mutevole, caleidoscopica che in un unico quartiere convivono svariate sfumature di società. Infatti rimanendo entro lo stesso quartiere, qualche via più in là delle donne in niqab, passeggiano tenendosi per mano senza paura altre ragazze esteticamente più vicine all’immagine occidentale e altre sempre con il velo, ma questa volta si tratta di un colorato hijab, che indossano con un sorriso spensierato e disinvolto.

Dopo quei volti di ragazza, i profumi di bancarelle colme di sature e speziatissime polveri, cafè rigorosamente riservati agli uomini, dove questi si ritrovano a giocare con a tavla sorseggiando çay nella calma del pomeriggio, mi imbatto in un’amara e lacerante realtà che dipinge un altro tassello di questa città: quella dei bambini messi sulla strada dai genitori per racimolare qualche lira vendendo fazzoletti. Piccoli e innocenti visi che si aggirano per i marciapiedi, dalla mattina alla sera, nel freddo secco di novembre e nelle loro piccole e innocenti mani contano il bottino del giorno. "Bambini di strada" vengono chiamati, la scuola non la vedono e la loro esistenza spesso è condotta fuori da una famiglia e da qualsiasi struttura adatta a prendersene cura. Vengo a scoprire poi che quello dei piccoli figli della strada in Turchia è un fenomeno largamente diffuso, sono più di milleseicento, il più concentrati tra Istanbul e Diyarbakir.

A far loro compagnia una quantità di cani e gatti randagi finora mai vista; in Turchia se ne contano circa centocinquantamila ma gli abitanti sembrano non notarli, o meglio, spesso li considerano come veri e propri compagni tant’è che quasi ogni casa ha fuori dal proprio ingresso una ciotola con dell’acqua e qualche avanzo di cibo e contrariamente a quanto si possa pensare il più di questi animali sono curati e nutriti. La maggior parte dei cani inoltre possiede di solito una placchetta sull’orecchio a testimoniare il fatto che sono stati vaccinati dal comune, ma è inevitabile che a vederli vagare tristemente e silenziosamente fra le vie della città l’occhio non familiare se ne stupisce con mestizia.

Ho parlato di bambini e animali di strada, ma Istanbul non solo questo. Proprio perché città di forti contrasti accanto ai lati più amari ce ne sono altrettanti di dolci, come l’ospitalità e la gentilezza delle persone del luogo incontrate. Più volte mi sono trovata con lo sguardo confuso e la cartina in mano senza sapere da che parte andare e senza chiedere nulla un signore mi si avvicinava chiedendomi dove dovevo andare per poi abbandonare ciò che stava facendo ed accompagnarmi al luogo, per ricompensa solo un sorriso pieno di gratitudine. Nulla di più che una grande gentilezza umana. A volte però penso se al posto di una giovane ragazza occidentale fossi stata un ragazzo curdo nella stessa situazione, si sarebbe presentata comunque quella gentilezza gratuita?

Nel mio viaggio ho vissuto ed osservato le mutevoli realtà che vivono ora tra le mura della vecchia Bisanzio e le acque calme del Bosforo. Un città che colpisce, stupisce e s’imprime nella memoria già dal primo battito di ciglia, si mostra nella sua vastità appena girata la curva, una visione a cui chi è abituato alle sole capitali europee non è preparato. Istanbul è una città che negli ultimi anni ha subito profonde trasformazioni, specialmente sotto il governo di Erdogan che ha sempre più stretto accordi con i Paesi asiatici volti a promuovere e finanziare innumerevoli opere infrastrutturali e commerciali (anche per far passare in secondo piano le sue posizioni non propriamente democratiche e in allontanamento dall’Unione Europea) e che, nonostante la spinta alla modernizzazione, ha notevolmente rafforzato il ruolo dell’islamismo.

Una città che vive nel contrasto tra tradizione e modernità, protesa verso il futuro, ma che conserva con orgoglio le sue antichissime radici. Città-cosmo dalle molteplici facce e testimone delle stratificazioni tra le diverse civiltà a cui deve l’espansione e lo sviluppo, una città che rappresenta il cuore pulsante di un Paese in perenne movimento. Proprio per questa impressione di contraddittorietà che mai mi ha abbandonato in questi giorni di viaggio rimango con una domanda irrisolta: in questo presente storico Istanbul è ancora la "porta per l’Oriente" o bisognerebbe ora dirla "porta per l’Europa"? Una domanda sospesa, come sospesa fra minareti e grattacieli rimane per me questa megalopoli che ho cercato di catturare in qualche frammento fotografico.

Rachele Baccichet

16/12/2018, 11:01

migranti, don, biancalani, accoglienza



«Accoglieteli-a-casa-vostra»:-da-provocazione-a-modello-di-integrazione


 Cosa ci fa un prete in una casa del popolo? La domanda, ai limiti del paradossale, sembra una di quelle con cui si iniziano barzellette scontate. Eppure la questione è drammaticamente più seria di quanto appaia....



Cosa ci fa un prete in una casa del popolo? La domanda, ai limiti del paradossale, sembra una di quelle con cui si iniziano barzellette scontate. Eppure la questione è drammaticamente più seria di quanto appaia e una buona risposta, data da chi conosce questa storia, potrebbe essere: "Perché Vicofaro resiste!"; ma procediamo con ordine.  

La chiesa di Santa Maria Maggiore a Vicofaro, provincia di Pistoia, sale alla ribalta delle cronache locali nel 2016: il parroco si mette in testa di aprire un piccolo CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria, nei locali della canonica. Questo prete si chiama Don Massimo Biancalani: prendendo alla lettera il Vangelo e il garbato invito ad ’accoglierli in casa propria’, riesce a ospitare dieci migranti a Vicofaro. L’intento è quello di toglierli dalla strada, per impedire che vengano ingoiati da una vita di spaccio e clandestinità. 

In meno di un anno il Centro cresce esponenzialmente: gli ospiti raggiungono il centinaio. Il modello di inclusione di Don Biancalani mira a dare un futuro, anche professionale, ai migranti; a ottobre 2017 viene inaugurata, sempre nei locali della parrocchia, la ’Pizzeria del rifugiato’: dà lavoro a 12 ospiti del centro, promuove attivamente la loro integrazione e li responsabilizza. Il rivoluzionario esperimento di Vicofaro dimostra concretamente come sia possibile radicare l’accoglienza del ’diverso’ nel tessuto sociale, come rendere di nuovo ’vita’, nel senso più pieno del termine, la sopravvivenza di chi è costretto a lasciare il proprio paese. 

Nonostante le apparenze, una comunità come quella creata da Don Massimo non si culla nel sogno di una leggera utopia. Il suo sviluppo è continuamente martoriato da minacce, proteste, denunce. Ma anche da irregolarità riscontrate e arresti. Da cavilli burocratici e da reali problemi di sicurezza. Da pregiudizi quanto da strumentalizzazioni.

Superando continue difficoltà, ’il prete dell’accoglienza’ prosegue la sua concreta opera di integrazione. Anche quando, sul finire dell’agosto scorso, viene decretata la chiusura del CAS fino alla messa in sicurezza dei locali, Don Biancalani non demorde: tante e diverse realtà toscane lo invitano a portare la sua testimonianza e quella dei ragazzi che accoglie, organizzano cene e incontri di solidarietà, per permettere a Vicofaro di resistere, di continuare a essere modello alternativo di accoglienza e umanità.

Le testimonianze dei ragazzi di Vicofaro sono forti, violentano chi le ascolta, attonito: sono storie di adolescenti, fuggiti da paesi di cui ignoriamo persino la collocazione geografica, giunti in Italia passando per i lager della costa libica; sono storie di lotta per la sopravvivenza, e sono storie di guerra fra poveri; sono storie di lavoro nero e sfruttamento, nelle industrie tessili della piana fra Prato e Pistoia: sette giorni su sette, per due euro e cinquanta centesimi all’ora; sono storie umane, di chi ogni giorno chiama la famiglia lontana, e dice che tutto va bene, per non farli preoccupare.

Abbiamo avuto il privilegio di conoscere le storie di Babucar, 22 anni, gambiano e di Ibrahim, 20 anni, anche lui partito dal Gambia, da solo, a 14 anni. La madre lo ha lasciato andare, non avrebbe avuto nessun futuro. Adesso, grazie a Don Biancalani, ha di nuovo una speranza. 

Ad ascoltare queste testimonianze di ’non vita’ ci sono di volta in volta case del popolo gremite, interi quartieri che accolgono chi, come Don Massimo, ha fatto dell’accoglienza del prossimo una scelta di vita. Osservando questi momenti di condivisione, qualcosa stona, stride: sul palco giovani e giovanissimi parlano del loro quotidiano a una platea di ultrasettantenni. La partecipazione dei giovani, dei coetanei di chi racconta le cicatrici che porta sul volto, è prossima allo zero

Non domandiamoci, per tornare all’inizio della nostra storia, per quale motivo un prete abbia messo piede in una casa del popolo. Non giudichiamo dall’esterno e con categorie tradizionali. Chiediamoci piuttosto: Quale messaggio porta questo parroco? Fermiamoci, ascoltiamo, mettiamoci nelle scarpe logore di chi attraversa il deserto a piedi e il mare su una zattera. E, di nuovo, chiediamo a noi stessi: Come posso aiutare?

Edoardo Anziano

14/12/2018, 19:32

viaggi, ambiente, sostenibilit, cop



Viaggiare-meno-viaggiando-meglio:-Riflessioni-sul-turismo-“greenwashed”


 Ai giorni d’oggi il viaggio è diventato una attività abituale, quasi parte di una routine annuale. In una società in cui la quantità è più apprezzata rispetto alla qualità, cadiamo nell’illusione che più posti visitiamo, più conosciamo il mondo.



Eccoci alla Conferenza ONU sul Clima (COP24), ad una delle numerose conferenze che giornalmente vengono proposte dai vari enti ospiti dell’evento che si tiene a Katowice in Polonia. Quello di oggi porta il titolo: "Azione climatica nel settore del viaggio e del turismo". 

Entrando, è inevitabile accorgersi della tensione presente in sala. Pochi minuti dopo, Gloria Guevara Manzo, la presidente del Consiglio per il Turismo che si occupa del turismo e di viaggi a livello mondiale, inizia a parlare. 

"We care", ci interessa, lo abbiamo a cuore, esordisce. Ma che cosa? L’ambiente? I profitti? Non era molto chiaro il soggetto di tale dichiarazione. Seguono 20 minuti di interessantissime e utilissime informazioni circa il numero di partecipanti al consiglio, quando è stato fondato, e quanto loro come consiglio abbiano un impatto nello sviluppo del turismo e del mondo in generale. 

Poi, spunta la domanda: "Come far sì che più gente viaggi?". In poche parole l’obiettivo centrale per il futuro del consiglio è far sì che più più persone viaggino, in modo più sostenibile e in maggiore sicurezza (casualmente aumentando il profitto). Infatti, Gloria Guevara Manzo, ha ribadito il grande potenziale dell’industria del turismo: crea numerosi posti di lavoro e un grande profitto dal punto di vista economico (si, principalmente per le grandi multinazionali).

Wow! Impressionante, sconvolgente. Come abbiamo fatto a non pensarci prima? A non accorgerci che la soluzione all’intera crisi a livello mondiale era in realtà a portata di mano, davanti alla punta del nostro naso? E, soprattutto, che alla fine è così semplice trovare soluzione sostenibile per un settore che, in realtà, ha uno degli impatti maggiori sul piano ambientale e culturale, sia a livello locale che globale. 

Il discorso di Gloria Guevara Manzo sembrava perfettamente confezionato: la presentazione, l’esposizione, il tono ottimista e il sorriso smagliante da "tutto sta andando splendidamente". Sinceramente, dal punto di vista del contenuto sembrava una semplice accozzaglia di slogan, più che un discorso organico che volesse effettivamente comunicare qualcosa. Sorgeva quindi spontanea la domanda: Ma in questo evento, si parla effettivamente di prendere in mano la situazione e agire o di aumentare i profitti? 

La risposta non ha tardato a arrivare. Istanti dopo hanno iniziato a parlare anche gli altri partecipanti alla conferenza. Michael Gill, direttore dell’ATAG (Air Transport Action Group), una compagnia aerea, incomincia nervosamente il suo intervento. "Investiamo moltissimo nella ricerca per le energie alternative!", inizia. Prosegue descrivendo l’estrema importanza dello sviluppare fonti energetiche alternative e, soprattutto, e annuncia  l’intenzione dell’ATAG di ridurre dell’80% le emissioni (entro quando però non si sa).Conclude con l’iconica frase: "La verità, è non essere mai abbastanza ambiziosi".

Sì, decisamente non siete abbastanza ambiziosi. Spulciando il sito della compagnia aerea, infatti, l’unica menzione che siamo riuscite a trovare rispetto a quanto dichiarato da Michael Gill è che proveranno "a ridurre del 50% le emissioni entro il 2050". Altre organizzazioni e imprese puntavano ad avere emissioni 0 entro la stessa data. Sì, forse decisamente dovreste puntare un po’ più in alto.

Daniella Foster era la seconda ospite del side event. Lavora come Senior Director, Global Corporate Responsibility, ovvero come responsabile, per la nota catena di alberghi Hilton. Ci delizia con un discorso perfettamente strutturato, sottolinea l’importanza dell’azione collettiva e della necessità di una crescita sostenibile. "Questo (muoversi verso la sostenibilità) è un viaggio. Ed è qualcosa che porterà a un’azione collettiva e ad un maggiore sviluppo di coscienza."

Sì, direi che siamo tutti d’accordo a riguardo, sono pensieri e frasi bellissime, d’effetto. Ma pensiamo un attimo a chi effettivamente ci sta invitando a sviluppare una coscienza rispetto alla tematica dei cambiamenti climatici e iniziare un’azione "collettiva". Una catena internazionale di hotel, che solo nel 2015 ha avuto un fatturato di oltre 2,83 miliardi di dollari. Una catena alberghiera che giornalmente soppianta e ruba guadagni ai proprietari di attività locali e che si rivolge principalmente alle classi sociali più abbienti. 

Quindi, cosa intende esattamente Danielle Foster come azione collettiva? Dei suoi clienti? Di tutti? Non sono, forse, tutte queste belle parole finalizzate più che altro a migliorare l’immagine dell’Hilton? 

Negli ultimi anni, sempre più multinazionali e catene che operano in differenti settori, da quello dell’abbigliamento all’alimentare (così come molti altri), hanno adottato strategie di marketing che ammiccano all’ambientalismo e alla sostenibilità. Infatti, l’essere "eco-friendly", soprattutto nella classe medio-alta della società, si è affermato sempre più come status symbol. Ma spesso, sfortunatamente, è un’illusione. Un esempio evidente è rappresentato dalla nota catena McDonald’s.

L’inconfondibile brand, infatti, ha iniziato negli ultimi anni a proporre sempre più insalate, panini vegetariani o vegani, assumere chef famosi a testimoniare per la qualità e bontà dei loro prodotti. Soprattutto, però, ha iniziato a decorare l’interno dei suoi locali con colori che mentalmente vengano associati alla genuinità e naturalezza dei piatti offerti: verde bosco, legno. Che assicurino al cliente anche solo con uno sguardo quanto siano sostenibili e impegnati per le cause ambientali.

La stessa tattica è utilizzata anche da altri famosi brand, quali Nestlè, o nel caso dell’abbigliamento quali Burberry, Adidas, Puma. Perché essere sostenibile è cool. Soprattutto se per risaltare la qualità dei prodotti offerti puoi alzare i prezzi e i profitti alle stelle. 

Una seconda domanda che sorge spontanea assistendo ad una conferenza dove generalmente sono presenti multinazionali o aziende molto grandi: Come può una multinazionale o azienda molto grande essere sostenibile? E come può aumentare il numero di turisti (e non viaggiatori, perché di viaggiatori veri in questa conferenza non si è proprio parlato) essere sostenibili? Ed è veramente così necessario viaggiare continuamente?

All’evento ad esempio era presente anche il rappresentante di una grande agenzia che si occupa di organizzare spedizioni nella catena montuosa himalayana. Immaginiamo che tutti almeno una volta nella vita abbiano sognato di fare un trekking o per lo meno visitare l’Himalaya. Si tratta di una catena montuosa che ti fa confrontare con la piccolezza dell’essere umano nei confronti della potenza della natura. Un luogo che suscita un connubio di spiritualità, stupore e timore. Un luogo inesplorato e selvaggio.

Ecco, la triste realtà è che luoghi come l’Himalaya, così come altri splendidi paradisi della Terra, sono sempre più a rischio a causa del sempre maggior numero di turisti che lo visitano annualmente e che alterano sia la specificità culturale che gli equilibri naturali del luogo.  É meraviglioso il fatto che nella nostra epoca sempre più persone abbiano la possibilità di spostarsi, conoscere, esplorare. Ma bisognerebbe anche comprendere che non tutti i posti sono adatti a tutti. L’industria del turismo promuove l’idea che ognuno di noi è invincibile e in grado di fare qualsiasi cosa, anche senza nessun tipo di preparazione. 

Per viaggiare, veramente, le persone dovrebbero sviluppare coscienza e umiltà. Caratteristiche non tanto apprezzate nella nostra società contemporanea, poiché alla fine, per essere un turista, ti basta avere i soldi per pagare gli innumerevoli e superflui servizi. Essere turista diventa un’azione passiva, in cui la persona si fa trasportare da un posto all’altro, per cercare di sentire qualcosa, di provare qualche forma di emozione, lontano dalla solita routine. 

Ma in realtà, nella maggior parte dei casi, per quanto possa essere lontano da casa, dal lavoro e dalle preoccupazioni, il pensiero ritorna sempre lì, a tutti i problemi lasciati a casa, a tutto quell’insieme di emozioni negative che si è tentato di scacciare. Quando si viaggia, invece, si viaggia con la mente, con lo spirito e con il cuore. La mente è occupata a percepire gli innumerevoli stimoli provenienti dal mondo, ad accogliere le innumerevoli esperienze che capitano, positive e negative che siano. 

Quello che è necessario per essere sostenibili, davvero, è viaggiare meno ma viaggiare meglio. È viaggiare per cercare e apprezzare ciò che è differente, più che ciò che ci è familiare. Aiutare le imprese turistiche locali, i servizi locali, per finanziare l’economia e lo sviluppo locale. È andare più piano, viaggiare più piano. Apprezzare i singoli momenti. E soprattutto, ricordarsi che l’importante non è i collezionare migliaia e migliaia di km che si fanno in un anno, ma godere degli incontri che lungo il viaggio si fanno, e apprezzare e conoscere a fondo i luoghi che si vivono. Cerchiamo di essere più esploratori e meno passeggeri. 


Roberta Pisani e Veronica Wrobel









 



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