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03/06/2019, 15:44

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Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando
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Matthias-Canapini:-Raccontare-il-mondo-camminando


 Tiziano Terzani, tempo fa, affermava quanto ogni luogo fosse una miniera d’oro, e diquanto gli incontri e le conoscenze fatte durante il viaggio potessero trasformare anche illuogo più insipido in un meraviglioso teatro di umanità.



Tiziano Terzani, tempo fa, affermava quanto ogni luogo fosse una miniera d’oro, e di quanto gli incontri e le conoscenze fatte durante il viaggio potessero trasformare anche il luogo più insipido, più insignificante, in un meraviglioso teatro di umanità. 

Matthias Canapini, classe 1992, ha fatto tesoro di tali parole, viaggiando dal lontano oriente fino alle aride terre del sud Italia, messe alla prova dalla terra tremante; ha camminato per le violentate terre siriane e irachene, ridotte a colabrodo dai conflitti che da anni ormai le torturano, e riscoperto le storie ormai dimenticate che si celano per le strade di Sarajevo e nei piedi di coloro che intraprendono la rotta balcanica con il cuore gonfio di speranza, ma anche di dolore.
 

Con macchina fotografica e taccuino Matthias Canapini esplora i margini e le zone di confine, spesso disumanizzate e ridotte a fredde percentuali dai media ufficiali. Racconta storie di uomini e di donne che vivono la propria quotidianità in quei luoghi, da noi percepiti così lontani e così diversi, ma che in fondo non lo sono poi così tanto. "Può cambiare la fede, lo stile di vita, le abitudini. Ma la realtà dei fatti è che i luoghi di conflitto, i margini, sono abitati da studenti, fornai, lavoratori. Che sono proprio come noi".   

Il fotoreporter ha deciso di dare voce a quelle persone che difficilmente si sentono parlare, e di raccontare le storie di quei luoghi che, nonostante la fine della guerra, portano ancora le cicatrici delle sofferenze subite. Così, fa da testimone e narratore delle numerose storie che queste terre dimenticate ancora celano e custodiscono. 

Nei suoi libri (il cui ricavato della vendita serve a finanziare progetti di ricostruzione del post-terremoto in centro Italia) "Eurasia express. Cronache dai margini" (2017) , "Il passo dell’acero rosso. Alberi, pecore e macerie"(2018), "Confini, scatti a passo d’uomo" (2019), "Terra e dissenso. Voci in movimento", "Il volto dell’altro" (2016) e "Verso Est" (2016),  Matthias racconta storie lontane, che vengono da oriente, così come storie che nonostante siano più vicine, sono state comunque dimenticate: le storie che vengono dalle terre colpite dai terremoti del centro Italia e le testimonianze della guerra della Bosnia Erzegovina.  

Prossimamente verrà pubblicato da Aras Edizioni il nuovo libro di Matthias Canapini, "L’ovale storto. Ritratto poetico del rugby inclusivo". Un’opera che contiene storie tutte italiane di cui dovremmo essere a conoscenza e andarne fieri. Un viaggio sui campi da rugby italiani, che ci fa conoscere migranti, detenuti e persone con disabilità che hanno trovato nel rugby un meraviglioso strumento di espressione e inclusione sociale. 

La lezione che Matthias ci da nei suoi libri e nelle sue parole, è la necessità di parlare dei confini, non solo attraverso le storie di orrore e ingiustizie, che tendono essere le preferite dai media, ma anche e soprattutto attraverso le storie delle persone che i confini li abitano, e i numerosi esempi di progetti che questi muri stanno cercando di abbatterli. 

La lezione che Matthias ci da nei suoi libri e nelle sue parole, è la necessità di parlare dei confini, non solo attraverso le storie di orrore e ingiustizie, che tendono essere le preferite dai media, ma anche e soprattutto attraverso le storie delle persone che i confini li abitano, e i numerosi esempi di progetti che questi muri stanno cercando di abbatterli. 

Hoavuto occasione di conoscere Matthias a Bolzano, dove era ospite di un evento acura del Centro per la Pace e di fare due chiacchiere con lui, per farmi raccontare della sua vitaavventurosa, dei suoi progetti passati, presenti e futuri.

Raccontami un po’ di te e di che cosa ti occupi esattamente. 


Che cosa combino nella vita? Nella vita provo a raccontare storie, con taccuino e macchina fotografica. Ho iniziato a 19 anni dopo il diploma, quando sono partito per la Bosnia. Inizialmente avevo provato a studiare lingue orientali, ma dopo pochissimo tempo ho capito che non faceva per me. Sentivo una grande voglia di raccontare camminando, ho iniziato così la mia vita nomade. 

Sono partito per la Bosnia, dove ho incominciato a raccogliere le prime storie, soprattutto nelle zone minate attorno a Sarajevo. Volevo vedere cosa fosse rimasto dopo la guerra che è scoppiata l’anno in cui sono nato io, nel 1992. Ne avevo spesso sentito parlare, anche in famiglia, così ho deciso di documentarmi e approfondire la questione. Quello che è seguito in quel viaggio è stato il frutto di circostanze e incontri, che mi hanno portato a viaggiare lungo i Balcani, Turchia, Siria. 

Successivamente ho fatto un viaggio che mi ha portato dalla Cina all’Italia, utilizzando i mezzi pubblici, facendo una piccola eccezione per un aereo che ho preso per raggiungere in tempo una famiglia afgana e percorrere con loro a piedi un tratto della rotta balcanica, fino in Croazia. Sono stato all’estero fino ai 23 anni, quando ho sentito un forte richiamo verso casa, e la necessità di raccontare anche le nostre storie, quelle dei partigiani, del terremoto. Dopotutto tutto è un ciclo, e come vi è il momento di partire, vi è anche quello di tornare. 

Come organizzi i tuoi viaggi? E come decidi le mete? 


Generalmente mi faccio guidare sia da un mio interesse personale, sia dalle occasioni e conoscenze che mi capitano durante i viaggi. Ad esempio nel caso dell’Ucraina e Vietnam me li sono studiati prima. Nel caso invece del viaggio in centro Italia è stato molto di più esplorazione, e vi è da dire che spesso i viaggi più belli sono stati proprio quelli che ho organizzato poco. Molto spesso poi cerco di creare delle reti, con conoscenti, ONG italiane e del posto. Nel caso dell’Iraq mi sono appoggiato ad Emergency e all’associazione Un ponte per. In Mongolia, invece, ho collaborato con una associazione locale, trovata durante il viaggio. Spesso quando si tratta di enti locali è difficile contattarli dall’Italia, perché non hanno siti internet o sono poco aggiornati. 

Generalmente viaggio senza commissioni e non sono pagato per farlo. Questo mi permette di prendermi il tempo di cercare l’incontro con l’altro, senza forzare i tempi o forzare le persone a parlare perché ho una consegna da fare. É importante avere tempo, o meglio, prendersi tempo, perché ti permette di creare empatia. Ti permette di abolire l’idea che gli altri sono "solo gli altri" e cominci a pensare che gli altri in fondo sono come te. E in un contesto del genere come vorrei che l’altro si comportasse con me?   

Aproposito del rispetto dell’altro mi ricordo bene un padre siriano, che stavafuggendo dal paese dove aveva lasciato la famiglia, che alla mia richiesta diraccontarmi la sua storia mi aveva chiesto il perché. Perché lui, avrebbedovuto raccontarmi la sua terrificante storia? Mi ha fatto riflettere molto. 

E la tua famiglia cosa ne pensa dei tuoi viaggi?


Fin da piccolo ho sempre viaggiato con la mia famiglia, infatti i miei primi ricordi legati al viaggio sono proprio legati a loro, ai miei genitori che mettevano in macchina me e i miei due fratelli e ci portavano verso nord, verso la Normandia, Irlanda, Scozia. Erano viaggi spartani, viaggi zingari, dove si viaggiava per campeggi e il contatto con la terra era molto forte. Quando viaggio, inoltre, mi piace pensare di non farlo mai solo, con me ci sono sempre la mia famiglia, i miei amici e tutta la rete di contatti che mano a mano si crea. 

Cosa pensi che sia cambiato ora nel mondo del fotogiornalismo e del viaggio, rispetto ad una volta?


Così d’istinto ti direi la fretta. E il tempo che dedichiamo ad informarci. Al giorno d’oggi i momenti che giornalmente dedichiamo all’informazione sono sempre meno e per questo dev’essere sintetica e immediata. Vedo sempre meno lentezza nel narrare le storie e nel mondo del giornalismo, che inoltre stato fortemente influenzato dal fatto che chiunque può generare informazione, semplicemente avendo a disposizione uno smartphone. Inoltre sono sempre meno gli inviati ufficiali. Vedendo ad esempio i reportage di Internazionale,  sono sempre di più le fotografie scattate da reporter del posto. Inoltre, penso vi sia una grande necessità di fare informazione di qualità e soprattutto neutra, che lasci libertà di pensiero al lettore, aspetto apparentemente semplice ma spesso "dimenticato". 

Qual è stata una delle esperienze che ti è rimasta più impressa durante i viaggi?


Una delle esperienze più drammatiche da me vissute durante i viaggi è stata sicuramente in Vietnam, dove ho appreso che nonostante la guerra fosse finita nel 1975, in un tempo che appare lontano anche ai miei genitori, gli effetti della tragedia sono tutt’ora visibili. Visitando alcuni ospedali del paese mi è stata mostrata l’eredità lasciata dall’agente arancio, una sostanza defoliante a base di diossina, sganciata durante la guerra. Secondo le stime, al giorno d’oggi, 5 milioni di persone sono ancora contaminate da queste sostanze, e i bambini nati con malformazioni dovute alla contaminazione sono innumerevoli. Soltanto nel 2075, ovvero 100 anni dopo la fine della guerra, si pensa termineranno gli effetti e le conseguenze, di un agente occupato per meno di 10 anni.  Avere memoria e diffondere queste informazioni non è un modo per denigrare il paese, sottolineando gli orrori tuttora presenti, ma è una testimonianza che serve a ricordare e ricordarci di dire un grande NO alla guerra!

Ai giovani che hanno voglia di viaggiare e conoscere il mondo, ma hanno un po’ di paura cosa diresti? 


Fate quello che vi rende felice. Tutti abbiamo delle catene, che ci bloccano. Sono le paure, le insicurezze. Quando sono partito mi ricordo che mia madre mi ha detto: "Fregatene delle convenzioni! Rompi i confini, le convenzioni e buttati nel mondo per capire chi sei". Se sogni di fare il contadino e finisci a fare l’impiegato, potrai essere il migliore impiegato del mondo, ma la terra ti mancherà sempre. Il viaggio per me è servito anche a questo. Attraverso i miei diari, i miei scritti, racconto sì gli altri, ma racconto anche me stesso, perché l’incontro con l’altro permette di capire moltissimo anche sul proprio conto. L’invitoche faccio, è dunque questo. Di seguire ciò che si vuole fare. Perché nellavita siamo tutti appesi ad un filo, e se ti deve capitare qualcosa, capiterà,che tu sia qui o dall’altra parte del mondo. 


Roberta Pisani 
03/06/2019, 11:37



Ragazzi-di-diversi-Paesi-lanciano-un-e-book-per-raccontare--gli-Indicatori-della-Felicità-Interna-Lorda


 Come calcolare il benessere della popolazione? Perché non misurare la ricchezza di un Paese attraverso gli indicatori della Felicità Interna Lorda piuttosto che con il Prodotto Interno Lordo (PIL)?



Come calcolare il benessere della popolazione? Perché non misurare la ricchezza di un Paese attraverso gli indicatori della Felicità Interna Lorda piuttosto che con il Prodotto Interno Lordo (PIL)? Cosa comporta il Viver-Bene, nuovo concetto politico basato sulla qualità di vita e introdotto da alcuni Paesi del mondo, quali il Bhutan la Bolivia, come alternativa dalla logica capitalista della crescita economica? Alcune risposte a queste domande sono esplicitate nel "Il Forum Internazionale del Viver-Bene secondo l’Agenzia di Stampa Giovanile".

La pubblicazione raccoglie articoli e interviste con alcuni dei protagonisti all’evento internazionale "Forum Internazionale del Viver-Bene", tenutosi per la prima volta in Europa dal 6 all’8 giugno 2018 a Grenoble, nelle Alpi francesi. Tra questi, Sylvie Bukhari-de Pontual e Patrick Viveret (Francia), Method Gundidza (Zimbabwe), Dasho Karma Ura (Bhutan), Asier Ansorena (Brazil) and Pablo Solón (Bolivia).

Realizzato con il supporto dell’Università di Grenoble-Alpes, FAIR (Forum degli Altri Indicatori del Viver-Bene), CCFD-Terre Solidaire, il Comune di Grenoble e Grenoble-Alpes Métropole, il Forum si è svolto con l’obiettivo principale di presentare e promuovere lo scambio di diverse esperienze nel contesto del Viver-Bene della società.

Settantacinque workshop hanno creato l’ambiente ideale in cui circa mille partecipanti hanno potuto dialogare. A scambiarsi idee e impressioni non sono stati solo ricercatori, rappresentanti e membri di amministrazioni locali, ma anche organizzazioni della società civile e cittadini provenienti da venticinque Paesi del mondo.

I tre intensissimi giorni del Forum internazionale sono stati documentati dall’Agenzia di Stampa Giovanile, un team di dodici reporters provenienti da Sudafrica, Argentina, Vietnam, Brasile, Romania, Italia e Francia. L’Agenzia di Stampa è nata come programma di giornalismo partecipativo per la produzione di articoli, interviste, reportage fotografici e video innovativi e creativi. Tutti i contenuti sono pubblicati online sul sito. L’e-book, una produzione straordinaria dedicata nello specifico al Forum, è consultabile online oppure può essere richiesta in formato PDF scrivendo a info@viracaoejangada.org.

Con un augurio che tutti i lettori possano ispirarsi ed iniziare o riprendere il percorso per Viver-Bene.

30/05/2019, 20:11



“Il-Mediterraneo-come-memoria”--recensione-di-“La-questione-mediterranea”-di-Iain-Chambers-e-Marta-Cariello
“Il-Mediterraneo-come-memoria”--recensione-di-“La-questione-mediterranea”-di-Iain-Chambers-e-Marta-Cariello


 Contributo preziosissimo per chi nel 2019 cerchi di dare un senso al concetto e alla realtà del Mediterraneo...



Iain Chambers, Marta Cariello
La questione mediterranea
Mondadori Università, 2019
152 pagine 

Contributo preziosissimo per chi nel 2019 cerchi di dare un senso  al concetto e alla realtà del Mediterraneo, quello che nella descrizione della casa editrice viene definito "saggio storico" di Iain Chambers e Marta Cariello è in realtà un’esortazione ed un esempio ad andare oltre i limiti dello storicismo e delle strettoie scientifiche del concetto stesso di saggio, per valorizzare e privilegiare la dimensione artistica e di rappresentazione come chiave di comprensione del Mediterraneo. Fin dalle prime pagine si avverte l’urgenza di creare nuovi paradigmi e strumenti in grado di fare emergere mappature e bussole complesse e capaci di mettere in evidenza saperi, esperienze, mondi di vita rimasti finora nell’ombra, occultati dalla visione eurocentrica di questa zona geografica, delle sue storie, delle sue genti, visione che ne delimita in maniera troppo stretta i confini spaziali e temporali, creando false continuità che celano interruzioni, scarti e silenzi rivelatori e isolandole spesso dalla complessità delle reti di rapporti con il resto del mondo. Errore che oggi avrebbe conseguenze ancora più gravi e fuorvianti viste le trasformazioni delle forme di stato nazione e le tendenze alla globalizzazione dell’assetto economico neoliberista a livello mondiale.

In questo libro gli autori ci suggeriscono percorsi per creare, alla luce di inedite cartografie, nuove mappe del Mediterraneo che includano sguardi nuovi su  questioni dibattute da tempo come il cosmopolitismo, l’orientalismo, il rapporto sapere /potere, il concetto di meridione, pur partendo dalle indicazioni preziose di Gramsci, Foucault, Edward Said, Stuart Hall ma integrando sguardi e produzioni artistiche che travalicano la centralità dell’Europa e utilizzando le ricerche e scoperte elaborate da scrittori e scrittrici, studiosi e studiose provenienti  da diversi versanti del Mediterraneo, quali Fatema Mernissi o Assia Djebar. Chambers e Cariello suggeriscono che  "La narrativa storica e l’inquadratura europea che sembrano impostare i termini per le interpretazioni passate e presenti, da Fernand Braudel a David Abulafia, possono essere interrotte. La teleologia di uno spiegamento nel tempo e nello spazio sotto la bandiera del progresso europeo può essere disfatta e riportata all’interno di un altro insieme di coordinate. Disfacendo l’interpretazione europea è anche possibile proporre voci, corpi e storie che tale spiegazione ha marginalizzato strutturalmente e cercato costantemente di privare di autorità." (pagina 86). In questo contesto, le bussole utilizzate non solo per i mari ma anche per i deserti dalle popolazioni arabe fungono sia da metafora che da indicazione storica per scavare e trovare genealogie occultate dalla versione univoca della storia fornita dai vincitori.

Diviso in tre parti - I. Mappe; 2, Memorie e archivi; 3. Tempi e luoghi, oltre all’introduzione e alle conclusioni - il libro ci offre una scrittura densa e piena di suggestioni, che incalza chi legge invitandola/o a lasciarsi dietro le costruzioni del Mediterraneo acquisite nel corso degli anni, degli studi, delle rappresentazioni mediatiche.  Particolarmente utile a questa operazione è l’analisi approfondita che si trova nella terza parte del rapporto che intercorre tra Europa e  "il sistema mondo islamico del Trecento [che comprende le componenti berbere, persiane e turche che di solito vengono trascurate], il Mediterraneo Ottomano del Seicento, la sua trasformazione in lago coloniale europeo dell’Ottocento, la costruzione dell’area levantina nel Medio oriente nel XX secolo e infine la geografia neoliberista contemporanea" (pagina 99 ).

Le metafore di cui si avvalgono Iain Chambers e Marta Cariello  affondano le radici nel mondo della letteratura, del cinema, della poesia, dell’archeologia, dell’architettura. Infatti il libro si apre con un’esortazione al lettore di " pensare con il tuffatore", cioè  "[...] Un corpo maschile, chiaramente scuro di pelle che sfida la versione europea di Gesù Cristo, la Vergine Maria e gli eroi greci tutti bianchi e ariani; un corpo che duemilacinquecento anni fa discende con grazia attraverso l’aria, fissando gli occhi spalancati sul futuro". Mettendo in risalto  il valore metaforico di questo  famoso dipinto ritrovato  vicino a Paestum all’interno del coperchio di un sarcofago, quindi destinato all’invisibilità, gli autori ci esortano a intravedere i palinsesti  del Mediterraneo composti insieme sia da chi nel corso dei secoli dimorava nel ’versante europeo’ sia da chi viveva  in Africa e in l’Asia (e più tardi nel continente americano). Ma non si tratta di colmare lacune con nuove informazioni mancanti o di tracciare l’evoluzione di ibridazioni inteculturali quanto di abituare lo sguardo a complessi palinsesti inediti che danno allo spazio e al tempo scansioni diverse da quelle a cui siamo abituati. Si tratta di leggere tra le pieghe delle storie e imparare a riconoscere gli oggetti inghiottiti, custoditi dal Mediterraneo che sono  poi riaffiorati altrove. E secondo Chambers e Cariello sono proprio la letteratura, la poesia, le arti visive e musicali che ci mettono a disposizione i varchi adatti ad attraversare questi spazi di complessità.

Nella seconda parte del libro, Memorie e Archivi,  c’è l’invito non tanto a parlare di memoria ma piuttosto a  pensare al Mediterraneo come memoria: la memoria dei corpi dei migranti che non arrivano alle sponde dell’Europa (pagina 54). Il mare come corpo fluido che custodisce e che restituisce sempre tutto, portandolo però altrove. Su questa scorta si tratta dunque di costruire archivi necessariamente diversi  da quelli della storiografia ufficiale  pensando alla storia e alle storie  come processi della memoria  individuale e collettiva. E qui scatta l’importanza di un’opera cinematografica come quella di Dagmawi Yimer, Asmat - Nomi (2014), con immagini, voci e suoni  relativi ai migranti africani annegati al largo  Lampedusa nell’ottobre del 2013. Le riflessioni sul ruolo della fotografia  e su come per esempio  quella del bambino siriano Aylan annegato al largo di Moria, quelle dei rifugiati  in cammino sulla rotta balcanica ci interrogano sulla razzializzazione,  la creazione di una presunta ’emergenza’, il riaffiorare di memorie coloniali rimosse e di  perturbazioni  della memoria che riportano alla Shoah.

Tra le pieghe delle memorie rimosse o sommerse, tra le presenze non censite, accanto alla pescatrice di Procida che pesca perché le piace (pagina 60), o all’antichissima tradizione orale delle donne berbere, studiate da Fatima Sadiqi, (pagine 73) troviamo  le mappe delle 242 poetesse del mondo arabo  e nord africano, anch’esse parte del Mediterranee,  una mappa emergente, "che si fa carta in rilievo, ma in cui i rilievi non indicano dislivelli planimetrici, quanto piuttosto nodi che costituiscono una storia: luoghi che contengono il silenzio sulle poetesse e filosofe nei libri di scuola (almeno in Occidente), ma anche luoghi che, se messi in relazione tra di loro, disegnano un’altra mappa e quindi un altro tempo, molto più confuso. La stessa produzione del sapere (e quindi anche della Storia riconosciuta come tale) è sfidata, cambiata, posta sotto interrogazione da queste altre mappe, questi altri rilievi." (pagina  72).

E anche la conclusione del libro si affida a immagini di creazione artistica:  con "la suonatrice di oud e cantante palestinese Kamilya Jubran, siamo tirati fuori dal nostro posto. Una moderna musicalità mediterranea, cantata in arabo, ci spinge oltre i limiti del nostro linguaggio sulla soglia di un altro, che frustra e sfida il nostro ragionamento. Oppure, nell’ascolto del Fiore Splendente di Etta Scollo, entriamo in un varco del tempo. Tuttavia le canzoni e i dolorosi sentimenti di questa voce femminile siciliana, basata sui poeti arabo-siciliani dell’XI secolo, non propongono un esercizio di romanticismo o di nostalgia culturale10. La musica è contemporanea, la poesia in traduzione moderna dall’arabo all’italiano offre un ponte sospeso nel suono, che rende prossimi frammenti del passato nella composizione del presente." (pagina 143).

Iain Chambers è un antropologo, sociologo, storico ed esponente degli Studi Culturali. Membro del gruppo diretto da Stuart Hall all’Università di Birmingham, Chambers è stato uno dei principali esponenti del Centro per gli Studi della Cultura Contemporanea (Centre for Contemporary Cultural Studies). Successivamente si è trasferito in Italia dove insegna " Studi Culturali e postcoloniali" all’Università degli Studi di Napoli "L’Orientale" ed ha fondato il Centro per gli Studi Postcoloniali e di Genere È autore di numerosi volumi scritti in inglese e in italiano, e tradotti in diverse lingue. 

Marta Cariello è ricercatrice di Letteratura Inglese presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. I suoi principali temi di ricerca sono la letteratura postcoloniale e la scrittura femminile araba anglofona. Il suo volume più recente è Scrivere la distanza. Uno studio sulle geografie della separazione nella scrittura femminile araba anglofona (Liguori, 2012).

Pina Piccolo


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