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18/12/2018, 16:01

cop, katowice, polonia



Bilancio-COP24:-Accordi-nel-campo-del-“possibile”-e-poca-volontà-politica


 Dopo due settimane di faticosi negoziati, la Conferenza ONU sul Clima (COP24) si è ufficialmente chiusa domenica scorsa, 16 dicembre, con un entusiasmo sul quale pochi avrebbero scommesso solo qualche giorno prima.



Dopo due settimane di faticosi negoziati, la Conferenza ONU sul Clima (COP24) si è ufficialmente chiusa domenica scorsa, 16 dicembre, con un entusiasmo sul quale pochi avrebbero scommesso solo qualche giorno prima. Un entusiasmo che ha portato ad una standing ovation dei rappresentanti dei quasi 200 governi riuniti a Katowice (Polonia) e ad un poco istituzionale salto del presidente Michal Kurtyka dal tavolo della plenaria. Motivo di tanta esaltazione è l’adozione del cosiddetto "Libro delle Regole" (Rulebook) dell’Accordo di Parigi che comprende l’insieme di meccanismi tecnici che lo renderanno operativo a partire dal 2020.

L’Accordo di Parigi si basa sui "Contributi Nazionalmente Determinati" (NDCs nell’acronimo inglese), ossia sui piani climatici che ogni Stato è chiamato a implementare dal 2020. L’obiettivo è di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione necessario a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, rispetto ai livelli pre-industriali, e di fare gli sforzi per limitare l’aumento a 1,5°C.

L’Accordo pone in essere una struttura istituzionale che dovrebbe supportare e monitorare questo processo. Il cuore di questo meccanismo è il "Transparency Framework" che descrive come, quanto spesso e con che grado di dettaglio gli stati debbano rendere conto dei propri sforzi in termini di mitigazione, adattamento e finanza climatica. Il punto più controverso ha riguardato una possibile differenziazione dello sforzo di rendicontazione tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo. È stata trovata compromesso, per il quale vengono stabiliti dei criteri comuni lasciando però un margine di flessibilità per i paesi in via di sviluppo che abbiano capacità limitate.

Rispetto alla finanza climatica, un tema tradizionalmente controverso alle COP, è stato definito il processo per stabilire i nuovi target dal 2025 in poi, a continuazione dell’impegno attuale di mobilizzare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 per supportare i paesi in via di sviluppo. Il linguaggio usato è, tuttavia, abbastanza vago e non stabilisce indicazioni precise sul tipo di risorse finanziarie per il raggiungimento del target. Maggiore chiarezza è stata invece raggiunta nella definizione di modalità per misurare il progresso nello sviluppo e trasferimento di tecnologia verso i paesi in via di sviluppo. Sono state infine specificate le modalità del Global Stocktake, ossia del meccanismo creato per aumentare l’ambizione delle azioni climatiche degli stati con cadenza quinquennale.

Non è stato invece raggiunto un accordo sui meccanismi di mercato volontari, che permettono agli stati di "vendere" il proprio surplus di azione climatica (es. il fatto di aver mitigato di più rispetto al proprio obiettivo). Il Brasile ha tenuto in ostaggio i negoziati su alcuni dettagli tecnici, motivo per cui la conferenza si è chiusa con un giorno e mezzo di ritardo, e si è quindi deciso di rimandare ogni decisione alla COP25.

È rientrato parzialmente l’allarme che aveva preoccupato l’ostruzione di alcuni Paesi (Stati Uniti, Russia, Arabia e Kuwait) al riconoscimento dell’importanza del Rapporto speciale sugli impatti a 1,5°C del Tavolo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC). Con una soluzione intermedia, nel testo finale non si da il "benvenuto" al Rapporto in sé, ma piuttosto al suo completamento tempestivo e si invita tutti i Paesi a farne uso nelle successive discussioni in seno alla Convenzione ONU sul Clima. Pare quindi che non si riesca proprio ad accettare da parte di alcuni Paesi l’appello della comunità scientifica rispetto all’urgenza di agire nella riduzione delle emissioni di gas serra se si vuole sperare di rimanere entro 1,5°C di riscaldamento globale e limitare così gli impatti sulla vita degli esseri umani e sugli ecosistemi. Tanto più che un altro rapporto tecnico, il Global Carbon Project, ha messo in evidenza come le emissioni di gas serra provenienti da combustibili fossili e industria siano tornate ad aumentare nel 2017 e siano in ulteriore probabile aumento per il 2018 del 2,7% circa lanciando pertanto un preoccupante segnale di come la strada intrapresa fosse assolutamente quella sbagliata.

Ci vorrà del tempo per analizzare nel dettaglio la complessa portata dei risultati raggiunti a Katowice. Si tratta indubbiamente di un passo avanti importante e di un buon risultato tecnico aver raggiunto la definizione del Rulebook. Al senso di sollievo per aver portato a casa un risultato dopo stremanti notti di negoziato, si aggiunge però l’amarezza per la mancanza di enfasi sulla necessaria urgenza e ambizione, due parole chiave e molte sentite in questa Conferenza. A Katowice è stato approvato quello che era possibile, e il "possibile" poco aiuterà nella soluzione della crisi climatica. Rappresentando le organizzazioni della società civile nei discorsi finali della Conferenza, il giovane Amalen Sathananthar, di The Artivist Network, è stato chiaro: "Nessuno si aspettava che la COP24 salvasse il mondo, ma ci aspettavamo di più. E noi ci meritavamo di più".

Sulla stessa linea si muove il bilancio del brasiliano Carlos Rittl, dell’Osservatorio del Clima: "Parigi ha definito un patto per limitare il riscaldamento globale e trattare le sue conseguenze. Katowice ha fornito gli strumenti per fare uscire l’Accordo dalla carta. Ma solo la volontà politica può portare velocità all’azione climatica nel grado necessario".

La prossima Conferenza delle Parti (COP25) si terrà nel 2019 in Cile mentre per la COP26 del 2020 il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha presentato ufficialmente la candidatura dell’Italia che si affianca a quella della Gran Bretagna. L’appuntamento del 2020 sarà di straordinaria importanza in quanto è prevista l’entrata in vigore operativa dell’Accordo di Parigi con la prima revisione degli NDCs.


Elisa Calliari, Paulo Lima e Roberto Barbiero
Foto: UNFCCC


18/12/2018, 11:01

Turchia, Istambul, storia, bambini, mondo, viaggio



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 Foto reporting - diario di viaggio in Turchia



Atterrata. La sera grigia, circondata da nuvole gravide di pioggia e abbracciata da un vento gelido. Così iniziava il mio viaggio ad Istanbul, in quella che è detta "la porta per l’Oriente".Un volo diretto da Bologna, poi un autobus che squarcia una sera di fine novembre color antracite e raggiungo la città sul Bosforo.

Come scendo dall’autobus vengo catapultata nella vivacità del quartiere di Taksim tra insegne luminose, persone che si spalmano nelle vie principali tra i classici palazzi in stile liberty delle grandi marche e caratteristici shisha bar. L’odore di baklava e di doner si mescolano insieme a quello di una città che non è ancora pronta a dormire.

Nella prima notte del mio viaggio vengo trasportata a vivere quelli che sono gli angoli più moderni e giovani della vecchia Costantinopoli, tra Beyoglu e Cihangir, dove ho la sensazione, nonostante i chilometri, di non essermi allontanata poi così tanto dall’Europa occidentale. Ma forse mi sbaglio.

La prima conoscenza che faccio è in un pub nascosto dai ritmi caotici del centro: un gruppo di ragazzi turchi, alcuni studenti universitari, altri no, fra loro anche un curdo. Si ride e si parla, dove possibile, perchè qui in pochissimi masticano l’inglese. Ci si capisce a gesti, a sguardi...o con il traduttore online. Così vengo a scoprire dell’insolita passione che i turchi hanno per Il Padrino e subito dopo parte un giro di chitarra a cui tutti si accodano cantando la versione in turco di "Bella Ciao". Non una parodia, ma un canto sentito, intenso, che in quel momento ho pensato potesse arrivare lontano fino ad accarezzare Bologna. Comincio a scoprire la città per ciò che è davvero, un mix di contraddizioni.

Istanbul è una città nata dall’unione di 27 quartieri, uno diverso dall’altro, come ogni suo angolo appare. Come anche la sua gente. Ogni zona della città presenta delle particolarità che la differenziano e questo crea un senso quasi di distacco, di singolarità, che rimarca quello che è stato il suo processo storico di formazione sotto il disegno attuato da Kemal Ataturk, "Padre dei Turchi".

Qui Ataturk lo si trova ovunque, indipendentemente dalla zona in cui ci si trova: dai poster nei negozi, i dipinti che lo ritraggono appesi alle pareti di locande e ristoranti, gli adesivi sulle macchine, le bandiere appese alle terrazze delle case e le gigantografie ai palazzoni. La figura di Kemal Ataturk, il Garibaldi e il Cavour dello Stato turco, è oggetto di profonda ammirazione, per non dire venerazione, dalla maggior parte dei cittadini. Al contrario mi ha stupito non vedere foto di Erdogan, segno che tra il popolo turco, nonostante il grande sostegno a lui dato, non è ancora arrivato ad un livello tale di successo da potersi accostare al grande statista e fondatore della repubblica.

Nel distretto di Fatih si trova il cuore ancora pulsante della vecchia Istanbul, racchiuso tra le antiche mura e le acque del Bosforo e del Corno d’Oro. Da qui comincio davvero a intravedere i riflessi contraddittori che questa città porta con sé. Moschee sontuose, giardini curati con minuziosità accostati a tetti in lamiera, mura crepate e infissi consumati dal tempo. Sfarzo e povertà, balconi ricchi di piante rigogliose, altri di terra e polvere. Qui, passando per le varie vie, si incontra, oltre a bambini che giocano per strada e caratteristici carretti colmi di simit, quella parte di popolazione islamica più tradizionalista, uomini dai vestiti tipici turchi, ma specialmente donne di qualsiasi età con indosso il chador, ancora più spesso il niqab, un velo nero che copre tutto il corpo lasciando scoperti solo quei malinconici e profondi occhi. Chissà quali storie si nascondono sotto quel mantello, mi chiedo.

Il contrasto tra le vivaci insegne dei negozi, le urla spensierate dei bambini e tutto quel nero che quelle donne si portano appresso da troppo tempo rimane impresso in maniera nitida nella mia mente di ragazza occidentale, ancora troppo lontana da questa cultura per non venirne toccata. Ad Istanbul però le donne non sono tutte osservanti l’antica tradizione islamica, questa è una città talmente mutevole, caleidoscopica che in un unico quartiere convivono svariate sfumature di società. Infatti rimanendo entro lo stesso quartiere, qualche via più in là delle donne in niqab, passeggiano tenendosi per mano senza paura altre ragazze esteticamente più vicine all’immagine occidentale e altre sempre con il velo, ma questa volta si tratta di un colorato hijab, che indossano con un sorriso spensierato e disinvolto.

Dopo quei volti di ragazza, i profumi di bancarelle colme di sature e speziatissime polveri, cafè rigorosamente riservati agli uomini, dove questi si ritrovano a giocare con a tavla sorseggiando çay nella calma del pomeriggio, mi imbatto in un’amara e lacerante realtà che dipinge un altro tassello di questa città: quella dei bambini messi sulla strada dai genitori per racimolare qualche lira vendendo fazzoletti. Piccoli e innocenti visi che si aggirano per i marciapiedi, dalla mattina alla sera, nel freddo secco di novembre e nelle loro piccole e innocenti mani contano il bottino del giorno. "Bambini di strada" vengono chiamati, la scuola non la vedono e la loro esistenza spesso è condotta fuori da una famiglia e da qualsiasi struttura adatta a prendersene cura. Vengo a scoprire poi che quello dei piccoli figli della strada in Turchia è un fenomeno largamente diffuso, sono più di milleseicento, il più concentrati tra Istanbul e Diyarbakir.

A far loro compagnia una quantità di cani e gatti randagi finora mai vista; in Turchia se ne contano circa centocinquantamila ma gli abitanti sembrano non notarli, o meglio, spesso li considerano come veri e propri compagni tant’è che quasi ogni casa ha fuori dal proprio ingresso una ciotola con dell’acqua e qualche avanzo di cibo e contrariamente a quanto si possa pensare il più di questi animali sono curati e nutriti. La maggior parte dei cani inoltre possiede di solito una placchetta sull’orecchio a testimoniare il fatto che sono stati vaccinati dal comune, ma è inevitabile che a vederli vagare tristemente e silenziosamente fra le vie della città l’occhio non familiare se ne stupisce con mestizia.

Ho parlato di bambini e animali di strada, ma Istanbul non solo questo. Proprio perché città di forti contrasti accanto ai lati più amari ce ne sono altrettanti di dolci, come l’ospitalità e la gentilezza delle persone del luogo incontrate. Più volte mi sono trovata con lo sguardo confuso e la cartina in mano senza sapere da che parte andare e senza chiedere nulla un signore mi si avvicinava chiedendomi dove dovevo andare per poi abbandonare ciò che stava facendo ed accompagnarmi al luogo, per ricompensa solo un sorriso pieno di gratitudine. Nulla di più che una grande gentilezza umana. A volte però penso se al posto di una giovane ragazza occidentale fossi stata un ragazzo curdo nella stessa situazione, si sarebbe presentata comunque quella gentilezza gratuita?

Nel mio viaggio ho vissuto ed osservato le mutevoli realtà che vivono ora tra le mura della vecchia Bisanzio e le acque calme del Bosforo. Un città che colpisce, stupisce e s’imprime nella memoria già dal primo battito di ciglia, si mostra nella sua vastità appena girata la curva, una visione a cui chi è abituato alle sole capitali europee non è preparato. Istanbul è una città che negli ultimi anni ha subito profonde trasformazioni, specialmente sotto il governo di Erdogan che ha sempre più stretto accordi con i Paesi asiatici volti a promuovere e finanziare innumerevoli opere infrastrutturali e commerciali (anche per far passare in secondo piano le sue posizioni non propriamente democratiche e in allontanamento dall’Unione Europea) e che, nonostante la spinta alla modernizzazione, ha notevolmente rafforzato il ruolo dell’islamismo.

Una città che vive nel contrasto tra tradizione e modernità, protesa verso il futuro, ma che conserva con orgoglio le sue antichissime radici. Città-cosmo dalle molteplici facce e testimone delle stratificazioni tra le diverse civiltà a cui deve l’espansione e lo sviluppo, una città che rappresenta il cuore pulsante di un Paese in perenne movimento. Proprio per questa impressione di contraddittorietà che mai mi ha abbandonato in questi giorni di viaggio rimango con una domanda irrisolta: in questo presente storico Istanbul è ancora la "porta per l’Oriente" o bisognerebbe ora dirla "porta per l’Europa"? Una domanda sospesa, come sospesa fra minareti e grattacieli rimane per me questa megalopoli che ho cercato di catturare in qualche frammento fotografico.

Rachele Baccichet

16/12/2018, 11:01

migranti, don, biancalani, accoglienza



«Accoglieteli-a-casa-vostra»:-da-provocazione-a-modello-di-integrazione


 Cosa ci fa un prete in una casa del popolo? La domanda, ai limiti del paradossale, sembra una di quelle con cui si iniziano barzellette scontate. Eppure la questione è drammaticamente più seria di quanto appaia....



Cosa ci fa un prete in una casa del popolo? La domanda, ai limiti del paradossale, sembra una di quelle con cui si iniziano barzellette scontate. Eppure la questione è drammaticamente più seria di quanto appaia e una buona risposta, data da chi conosce questa storia, potrebbe essere: "Perché Vicofaro resiste!"; ma procediamo con ordine.  

La chiesa di Santa Maria Maggiore a Vicofaro, provincia di Pistoia, sale alla ribalta delle cronache locali nel 2016: il parroco si mette in testa di aprire un piccolo CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria, nei locali della canonica. Questo prete si chiama Don Massimo Biancalani: prendendo alla lettera il Vangelo e il garbato invito ad ’accoglierli in casa propria’, riesce a ospitare dieci migranti a Vicofaro. L’intento è quello di toglierli dalla strada, per impedire che vengano ingoiati da una vita di spaccio e clandestinità. 

In meno di un anno il Centro cresce esponenzialmente: gli ospiti raggiungono il centinaio. Il modello di inclusione di Don Biancalani mira a dare un futuro, anche professionale, ai migranti; a ottobre 2017 viene inaugurata, sempre nei locali della parrocchia, la ’Pizzeria del rifugiato’: dà lavoro a 12 ospiti del centro, promuove attivamente la loro integrazione e li responsabilizza. Il rivoluzionario esperimento di Vicofaro dimostra concretamente come sia possibile radicare l’accoglienza del ’diverso’ nel tessuto sociale, come rendere di nuovo ’vita’, nel senso più pieno del termine, la sopravvivenza di chi è costretto a lasciare il proprio paese. 

Nonostante le apparenze, una comunità come quella creata da Don Massimo non si culla nel sogno di una leggera utopia. Il suo sviluppo è continuamente martoriato da minacce, proteste, denunce. Ma anche da irregolarità riscontrate e arresti. Da cavilli burocratici e da reali problemi di sicurezza. Da pregiudizi quanto da strumentalizzazioni.

Superando continue difficoltà, ’il prete dell’accoglienza’ prosegue la sua concreta opera di integrazione. Anche quando, sul finire dell’agosto scorso, viene decretata la chiusura del CAS fino alla messa in sicurezza dei locali, Don Biancalani non demorde: tante e diverse realtà toscane lo invitano a portare la sua testimonianza e quella dei ragazzi che accoglie, organizzano cene e incontri di solidarietà, per permettere a Vicofaro di resistere, di continuare a essere modello alternativo di accoglienza e umanità.

Le testimonianze dei ragazzi di Vicofaro sono forti, violentano chi le ascolta, attonito: sono storie di adolescenti, fuggiti da paesi di cui ignoriamo persino la collocazione geografica, giunti in Italia passando per i lager della costa libica; sono storie di lotta per la sopravvivenza, e sono storie di guerra fra poveri; sono storie di lavoro nero e sfruttamento, nelle industrie tessili della piana fra Prato e Pistoia: sette giorni su sette, per due euro e cinquanta centesimi all’ora; sono storie umane, di chi ogni giorno chiama la famiglia lontana, e dice che tutto va bene, per non farli preoccupare.

Abbiamo avuto il privilegio di conoscere le storie di Babucar, 22 anni, gambiano e di Ibrahim, 20 anni, anche lui partito dal Gambia, da solo, a 14 anni. La madre lo ha lasciato andare, non avrebbe avuto nessun futuro. Adesso, grazie a Don Biancalani, ha di nuovo una speranza. 

Ad ascoltare queste testimonianze di ’non vita’ ci sono di volta in volta case del popolo gremite, interi quartieri che accolgono chi, come Don Massimo, ha fatto dell’accoglienza del prossimo una scelta di vita. Osservando questi momenti di condivisione, qualcosa stona, stride: sul palco giovani e giovanissimi parlano del loro quotidiano a una platea di ultrasettantenni. La partecipazione dei giovani, dei coetanei di chi racconta le cicatrici che porta sul volto, è prossima allo zero

Non domandiamoci, per tornare all’inizio della nostra storia, per quale motivo un prete abbia messo piede in una casa del popolo. Non giudichiamo dall’esterno e con categorie tradizionali. Chiediamoci piuttosto: Quale messaggio porta questo parroco? Fermiamoci, ascoltiamo, mettiamoci nelle scarpe logore di chi attraversa il deserto a piedi e il mare su una zattera. E, di nuovo, chiediamo a noi stessi: Come posso aiutare?

Edoardo Anziano



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